25/11/2017, 09.49
EGITTO-VATICANO
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Il dolore e la condanna di Tawadros II e Papa Francesco per l’attentato alla moschea di Al-Roda

di Loula Lahham

L’attacco ai fedeli a conclusione della preghiera del venerdì ha fatto 235 morti e 140 feriti. Fra le vittime vi sono 30 bambini. È la prima volta che una moschea sunnita viene presa come obbiettivo in Egitto. Il presidente Al Sisi dichiara tre giorni di lutto nazionale e promette di rispondere all’attentato con “la massima forza”. Raid aerei contro magazzini di armi dei terroristi. Papa Francesco: Preghiamo perché i cuori induriti dall’odio imparino a rinunciare alla via della violenza.

Il Cairo (AsiaNews) - Dolore per le vittime e condanna per il sanguinario attentato alla moschea di Al Roda sono stati espressi da papa Tawadros II, patriarca dei copti ortodossi d’Egitto. Ieri sera, un telegramma del card. Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha comunicato a tutto il popolo egiziano il “profondo dolore” e la solidarietà di papa Francesco. L’attentato ha colpito i fedeli della moschea al finire della preghiera del venerdì e ha fatto 235 morti e 140 feriti. È la prima volta in Egitto che una moschea sunnita viene presa come obbiettivo nel Paese, dove il sunnismo è la religione della maggioranza.

“Presentiamo le nostre sincere condoglianze alle famiglie dei defunti – ha detto Tawadros – e preghiamo perché il Signore guarisca i feriti. Preghiamo anche perché Dio sia misericordioso verso l’Egitto e possa scacciare ogni atto di violenza e che allontani da esso questo brutale terrorismo che non si era mai visto nel corso della sua storia. Siamo solidali con la totalità del popolo egiziano e le istituzioni dello Stato nella loro guerra giusta guerra contro il terrorismo e la violenza in nome della religione”.

Un messaggio simile è stato diffuso dal patriarca Ibrahim Isaac, capo spirituale dei cattolici d’Egitto.

Il telegramma di papa Francesco, a firma del card. Parolin, esprime “il profondo dolore alla notizia della enorme perdita di vite causata dall’attacco terrorista alla moschea Al Rada nel Nord Sinai”. “Esprimendo la sua solidarietà con il popolo egiziano in quest’ora di lutto nazionale, egli [il papa] raccomanda le vittime alla misericordia del Dio altissimo e invoca benedizioni divine di consolazione e pace sulle loro famiglie. Rinnovando la sua ferma condanna per questo arbitrario atto di brutalità diretto contro civili innocenti radunati in preghiera, Sua Santità si unisce a tutti gli uomini di buona volontà nell’implorare che i cuori induriti dall’odio imparino a rinunciare alla via della violenza che produce così tante sofferenze, per abbracciare la via della pace”.

Il presidente della repubblica egiziana, Abdelfattah Al Sisi ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e in un messaggio alla televisione ha promesso di rispondere all’attentato con “la massima forza”. Già ieri l’esercito egiziano ha comunicato di aver condotto raid aerei su “obbiettivi terroristi”. Un portavoce ha dichiarato che sono stati colpiti alcuni punti dove sono immagazzinati armi e munizioni dei terroristi.

Il giorno dopo l’attacco emergono nuovi particolari sull’accaduto. Ieri alle 13.30 una bomba è esplosa nel cortile della moschea, proprio mentre centinaia di fedeli avevano concluso la preghiera e si preparavano ad uscire dall’edificio. Mentre arrivavano ambulanze e si curavano i feriti, i terroristi a bordo di alcuni Suv hanno cominciato a sparare con colpi di mitragliatrice. Fra i 235 morti vi sono anche 30 bambini.

La moschea di Al-Roda si trova a 20 km a ovest della città di Al-Arich, capoluogo del governatorato del Nord Sinai, nell’est del Paese, in un villaggio di nome Bir Al-Abd. Essa è frequentata da seguaci del sufismo (la tradizione mistica nell’islam), che i salafiti considerano come apostati. Lo scorso dicembre, il capo della “polizia religiosa” dell’Isis in Sinai aveva detto che se i sufi non si “pentono”, sarebbero stati uccisi. Giorni prima il gruppo aveva decapitato due uomini anziani, che erano dei religiosi sufi.

Altri testimoni locali affermano che la moschea era frequentata da persone della polizia e dell’esercito, o ancora da tribù della penisola che cooperano nella lotta contro i jihadisti.

Il brutale attentato avviene proprio mentre lo Stato egiziano continua a proclamare la sua vittoria nella guerra contro il terrorismo nella penisola del Sinai.

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