19/09/2013, 00.00
CINA
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Il "giusto processo" (farsa) contro Bo Xilai smaschera la sete di potere di Xi Jinping

di Willy Lam
Un grande analista della Cina contemporanea smonta i proclami a favore di un "vero stato di diritto", pronunciati dal nuovo presidente. I casi di Bo e dell'ex zar della sicurezza Zhou Yongkang rientrano infatti nell'antica tradizione del Partito, in cui le fazioni in ascesa usano proclami altisonanti per sbarazzarsi di concorrenti e oppositori. La giustizia è e resta nelle mani dei funzionari comunisti. Per gentile concessione della Jamestown Foundation, traduzione a cura di AsiaNews.

Hong Kong (AsiaNews) - Mentre la Cina e il mondo intero aspettano per domenica 22 ottobre la sentenza contro Bo Xilai, ex Segretario del Partito di Chongqing caduto in disgrazia, l'attenzione si sposta sui proclami per una "giustizia più giusta" pronunciati dalla leadership nazionale. Quelli di Xi Jinping e dei suoi sodali, però, "non sono veri intenti riformatori, ma piuttosto un modo usato spesso dai leader comunisti per consolidare il proprio potere". Ne è convinto Willy Wo-lap Lam, docente presso l'Università di Hong Kong e uno dei maggiori conoscitori della politica cinese contemporanea.

Lo stesso Bo Xilai ha chiarito che il suo è un processo-farsa. In una lettera aperta inviata oggi alla sua famiglia, il potentissimo funzionario coinvolto in una faida interna scrive che "andrà incontro alla sentenza a testa alta, convinto che presto il mio nome sarà riabilitato", seguendo la strada di suo padre, Bo Yibo, imprigionato da Mao Zedong e poi divenuto un garante delle riforme sotto Deng Xiaoping. Per Willy Lam, quello di Bo Xilai "non è un processo trasparente e corretto come i media di Stato vogliono far credere". E fra giudici inetti e sudditanza al Partito "ci sono poche speranze" che un vero stato di diritto possa prendere piede in Cina. Pubblichiamo di seguito il testo completo dell'analisi.

Il sensazionale processo a carico di Bo Xilai, ex Segretario comunista di Chongqing ed ex membro del Politburo, e le crescenti voci che parlano di un'inchiesta per corruzione aperta nei confronti di Zhou Yongkang, ex membro della Commissione permanente del Politburo, hanno concentrato l'attenzione mondiale sullo stato di diritto "in stile cinese". Anche se i funzionari di Partito più importanti sostengono che sono stati raggiunti "miglioramenti sostanziali" nel campo della trasparenza e della correttezza del sistema giudiziario e legale, per evidenti motivi politici non si può sperare che l'amministrazione del Partito comunista cinese permetterà davvero un giusto processo.

Pechino ha definito il processo contro il 64enne Bo, che si è svolto il mese scorso, una "prova" dei miglioramenti compiuti dal governo nel campo della trasparenza in generale e dello stato di diritto in particolare. In un editoriale apparso dopo i cinque giorni di procedimento, l'agenzia ufficiale Xinhua scriveva: "Il processo contro Bo sottolinea l'impegno della Cina a favore dello stato di diritto". Sempre nel commento si legge: "Avendo riportato in diretta attraverso i microblog tutti i dettagli del procedimento, esso è divenuto una risposta forte e diretta a tutti quelli che cercano di colpire i sistemi politici e legali del Paese".

Il quotidiano ufficiale Guangming Ribao dichiarava che il processo contro Bo ha mostrato "un sistema giudiziario sotto la luce del sole. La nuova leadership centrale è del tutto cosciente della necessità di mettere in campo misure contro la corruzione che aiutino lo stato di diritto". "Le autorità - ha aggiunto il Quotidiano del Popolo - stanno usando la mentalità dello stato di diritto e i metodi che lo compongono per combattere la corruzione" [cfr. Xinhua, 28 agosto; People's Daily, 26 agosto; Guangming Ribao, 24 agosto].

Zhou Qiang, il nuovo presidente della Corte Suprema del popolo, ha fatto molti e ripetuti sforzi per alzare il basso livello di stima con cui il sistema giuridico nazionale è valutato dentro e fuori la Cina. "La trasparenza è il nostro principio generale. La non trasparenza è un'eccezione", ha detto Zhou nel corso di una conferenza di giudici tenutasi lo scorso luglio. Egli ha aggiunto che i tribunali dovranno mettere in pratica la legge con "rinnovato vigore" e che la correttezza giuridica sarà salvaguardata: "Dobbiamo assicurarci che ogni caso sia ben giudicato, e dobbiamo dare particolare attenzione ai procedimenti complessi, controversi e sensibili". Anche se un tribunale sbaglia una volta su 10mila, ha aggiunto, "vorrà dire che ha sbagliato al 100 % rispetto alle persone coinvolte nel caso" [cfr. People's Daily e Xinhua, 5 luglio].

Molto significativa anche la dichiarazione di Meng Jianzhu, membro del Politburo alla guida della Commissione centrale politico-legale (Ccpl), secondo il quale il suo potente organismo "non interferirà con le procedure giudiziarie". La Ccpl ha l'incarico di guidare la polizia di Stato, gli uffici dei procuratori e i tribunali. Nel corso di un incontro nazionale con i funzionari che si occupano dell'applicazione della legge, svoltosi all'inizio del 2013, Meng (ex ministro della Pubblica sicurezza) ha assicurato che la Ccpl non interferirà con i singoli casi, e che le unità della pubblica accusa e quelle giudiziarie avranno piena indipendenza nella gestione del diritto. La Cina, ha sottolineato Meng, "è una grande nazione con 1,3 miliardi di abitanti. La garanzia più importante per un governo pulito, l'uguaglianza sociale e la stabilità è lo stato di diritto" [cfr. Southern Metropolitan News e  Sina.com, 14 luglio].

Ancora più degni di nota sono i commenti fatti dal presidente Xi Jinping riguardo lo stato di diritto con caratteristiche cinesi. In almeno due occasioni da quando è divenuto capo del Partito (nel corso del XVIII Congresso dello scorso novembre), Xi ha sottolineato l'importante imperativo di applicare la Costituzione e la legge. Nel corso di un incontro del Politburo dedicato alle questioni legali e giuridiche ha detto: "Dobbiamo mettere in pratica con serietà la legge. Il sistema giuridico deve essere giusto, e tutti i cittadini devono essere sottoposti alla legge".

Inoltre ha notato che "tutte le organizzazioni e gli individui devono agire nei parametri della legge". E in un discorso pronunciato alla fine del 2012 - in occasione del 30mo anniversario della promulgazione della Costituzione del 1982, Xi ha detto: "Nessuna organizzazione e nessun individuo hanno il privilegio speciale di poter ignorare la Costituzione o la legge. Tutte le azioni che vanno contro la Costituzione e la legge devono essere sanzionate" [cfr. Xinhua, 24 febbraio; China News Service, 4 dicembre 2012].

Un esame più attento delle dichiarazioni di Xi, però, dimostra che egli può difficilmente essere definito un sostenitore della divisione fra legge e politica. Parlando della Costituzione, infatti, Xi ha sottolineato che "salvaguardare l'autorità della Costituzione significa salvaguardare l'autorità dei desideri comuni di Partito e popolo". Seguendo l'antico principio secondo il quale è il Partito a fornire la guida per formulare la Costituzione e la legge, Xi ha concluso il suo discorso sulla Costituzione indicando che "dobbiamo insistere a favore del corretto orientamento politico" e che "dobbiamo insistere sulla leadership del Partito" [cfr. Xinhua, 4 dicembre 2012].

Le apparenti contraddizioni fra i richiami di Xi alla supremazia della Costituzione e della legge da una parte e l'imperativo a favore della leadership del Partito dall'altra, possono essere spiegati dal fatto che nel preambolo della Costituzione cinese è scritto in maniera chiara che tutti i cinesi devono osservare "la leadership del Partito comunista e la guida del marxismo-leninismo, del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping". Inoltre, uno dei riti del governo prevede che la leadership del Partito presenti i suoi rispetti alla Costituzione e alla legge durante le occasioni importanti.

Nel dicembre 2002, anche l'ex Segretario generale Hu Jintao volle sottolineare la "stretta aderenza" fra la sua amministrazione e la Costituzione, in occasione del 20mo anniversario della promulgazione della Carta [cfr. CCTV News e Xinhua, 4 dicembre 2002]. Nonostante l'apparente conservatorismo di Xi, presentare in pubblico il proprio rispetto per la legge è considerato un elemento essenziale per costruirsi un'immagine. Che la leadership del nuovo presidente possa non trasformare la propria retorica in azione è reso evidente dal fatto che i maggiori portavoce del governo abbiano negli ultimi mesi pubblicato diversi editoriali in cui attaccano l'idea di xianzheng, o "costituzionalismo" come viene inteso di solito in Occidente.

Ad esempio, il giornale teoretico Party Building (Dangjian) ha pubblicato da poco un articolo in cui dichiara che "lo scopo del costituzionalismo è quello di abolire la leadership del Partito comunista e sovvertire l'amministrazione socialista". Il mese scorso il People's Daily ha mandato in stampa un commento in cui suggerisce che lo xianzheng è uno strumento di propaganda attraverso il quale gli Stati Uniti "cercano di globalizzare le economie liberiste americane e il suo sistema legale" [cfr. People's Daily, 5 agosto; Party Building, 30 maggio]. Il concetto di "indipendenza del sistema giudiziario" è uno dei sette argomenti "non menzionabili", ovvero quei concetti di cui - secondo un documento interno fatto circolare fra i ranghi del Partito - non si deve parlare nelle scuole o nei media [cfr. "China's Reform Summed Up: Politics, No; Economics, Yes (Sort of...)," China Brief, 23 maggio].

Oltre a tutto questo, è chiaro che la caduta di Bo - così come il suo "processo-show" - siano un prodotto dell'intrigo politico cinese e non un esercizio di stato di diritto con caratteristiche cinesi, come gli spin doctor del Partito hanno cercato di presentarlo. Bo, che aveva l'ambizione di scalare la Commissione permanente del Politburo durante il XVIII Congresso del Partito, ha perso uno scontro di poteri con l'ex presidente Hu Jintao e l'ex premier Wen Jiabao. È entrato anche in conflitto con l'allora vice presidente Xi, che temeva di doverlo gestire come successore. Tuttavia Bo, figlio del riverito "anziano del Partito" Bo Yibo, ha incassato il sostegno di diverse figure di spicco tra cui Jiang Zemin: per questo, l'amministrazione Xi ha preso tutte le precauzioni per gestire il suo caso.

Per questo egli è stato accusato solo di corruzione e malversazione, per un totale di 26 milioni di yuan [circa 3 milioni di euro ndt]. Queste tangenti sarebbero arrivate per la maggior parte da due uomini di affari - Xu Ming e Tang Xiaolin - che per primi hanno conosciuto Bo quando divenne sindaco di Dalian, negli anni Novanta. Le autorità hanno invece scelto di ignorare gli enormi fondi che Bo e i suoi alleati avrebbero confiscato dagli industriali di Chongqing che sono stati arrestati e torturati nel corso dei dubbi processi lanciati dall'amministrazione contro i presunti boss della mafia locale [cfr. Ming Pao e Wen Wei Po, 22 agosto; South China Morning Post, 21 agosto].

Il modo in cui è stato condotto il processo contro Bo sembra essere coerente con un accordo di vecchia data - ma mai reso pubblico - stretto all'interno del Partito: questo prevede che i membri del Politburo (in carica o decaduti) non vengano mai condannati a più di 20 anni di galera. Non importa quanto gravi siano i loro crimini. I due membri del Politburo che sono finiti sotto processo dopo la Rivoluzione culturale - l'ex Segretario di Pechino Chen Xitong e l'ex capo del Partito di Shanghai, Chen Liangyu - hanno ricevuto una condanna a 16 e 18 anni di galera [cfr. Ta Kung Pao, 22 agosto; Asian Wall Street Journal, 20 agosto]. E, nonostante la disponibilità di un servizio di microblogging in diretta, i cinque giorni di processo sono stati meno trasparenti di quanto i media ufficiali abbiano dichiarato. Ad esempio, alcune dichiarazioni sensibili rese dall'imputato - come quella di "non mirare alla posizione di primo ministro" o "non voler essere il Putin cinese" - non sono state rese pubbliche [cfr. Apple Daily e Hong Kong Economic Journal, 30 settembre].

E per quanto riguarda la presunta inchiesta contro Zhou, ex membro della Commissione permanente del Politburo che era Segretario del Sichuan e dirigente della China National Petroleum Corporation (Cnpc) prima di divenire (nel 2007) il predecessore di Meng come guida della Ccpl, Zhou non appare in pubblico dal XVIII Congresso del Partito. Inoltre, due dei suoi sodali dei tempi del Sichuan - l'ex vice Segretario Li Chuncheng e l'ex vice governatore Guo Yongxiang - sono stati arrestati per presunti crimini economici. E cinque dirigenti della Cnpc, fra cui l'ex presidente Jiang Jiamin (noto come "protetto di Zhou") sono finiti lo scorso mese sotto inchiesta per "serie violazioni disciplinari" [cfr. Caixin.com e South China Morning Post, 1 settembre]. Che anche Zhou finisca sotto la lente della giustizia sembra essere una questione legata a considerazioni politiche, non legali né giudiziarie. Esiste infatti una ben nota "clausola di protezione reciproca" fra i politici più potenti della Cina; i membri del Politburo (in carica o decaduti) non sono soggetti a inchieste criminali [cfr. Ming Pao, 3 settembre; Hong Kong Economic Journal e Reuters, 2 settembre].

La predominanza della politica sul giusto cammino del diritto è evidenziata anche dal grande numero di avvocati - in particolare gli attivisti per i diritti umani - che sono stati arrestati e perseguitati nell'ultimo anno. Dalla scorsa primavera almeno 100 fra avvocati e attivisti di Organizzazioni non governative hanno subito molestie o arresti per motivi che vanno dall'aver sostenuto pubblicamente il "costituzionalismo" all'aver difeso i dissidenti. E anche se Pechino dichiara di usare mezzi legali per colpire la corruzione, la polizia ha arrestato almeno 20 fra avvocati e blogger che hanno denunciato le pratiche di corruzione dei funzionari del Partito. Fra questi ci sono il famoso procuratore e accademico Xu Zhiyong e diversi membri del New Citizens' Movement, che ha chiesto a Pechino di mettere in atto un "regolamento del sole splendente" che obblighi i dirigenti comunisti a rendere pubblici i propri interessi economici [cfr. Christian Science Monitor, 17 luglio; VOA Chinese Service, 8 agosto; China Human Rights Defenders, 4 agosto].

Oltre alla questione tradizionale del dominio del Partito sui processi, il sistema giudiziario soffre anche per la carenza di giudici qualificati. Mentre l'attuale presidente della Corte Suprema del popolo Zhou ha un master conseguito nella nota Southwestern University of Law and Politics, il suo predecessore Wang Shengjun era un funzionario di polizia senza alcuna credenziale giuridica [cfr. China Daily, 5 luglio; South China Morning Post, 4 aprile].  Fra i presidenti delle Alte corti dei 31 distretti amministrativi della Cina, solo 11 hanno lauree conseguite in Scuole di diritto; 13 hanno diplomi consegnati da scuole di Partito di diverso livello, ma non attestati di Atenei riconosciuti. E solo uno di loro, Ma Xinfeng del Fujian, è un'avvocatessa.

Dal punto di vista del passato professionale, solo 10 di loro vengono dai ranghi della carriera giuridica. Gli altri hanno trascorsi molto vari. Ad esempio: quattro sono ex funzionari di livello regionale o di Dipartimenti governativi; quattro sono specialisti nel "lavoro con le masse"; due erano dirigenti del sistema ferroviario [cfr. Ta Kung Pao, 14 agosto; Chinacourt.org, 2 febbraio]. Ma ancora più invalidante e imbarazzante per il sistema giudiziario cinese è la venalità e l'apparente immoralità dello stile di vita di molti giudici. Una delle notizie più sensazionali dell'anno è venuta dal licenziamento per "serie violazioni disciplinari" di quattro giudici dell'Alta corte di Shanghai - fra cui il capo giudice del Tribunale n°1 e il suo vice, Chen Xueming e Zhao Minghua - deciso dopo che un industriale locale (Ni Peiguo, convinto di essere stato vittima di un errore giudiziario) ha pubblicato alcuni video che ritraevano i quattro in compagnia di prostitute in un hotel della zona. Altre denunce apparse su Internet hanno denunciato anche le "grandi fortune" che i giudici avevano ammassato "con mezzi illegali" [cfr. People's Daily, 9 agosto; Ifeng.com, 4 agosto].

Meno di un mese dopo questo episodio Cui Yadong, presidente "facente funzioni" dell'Alta Corte di Shanghai, è stato accusato di diversi crimini economici commessi quando era capo del Dipartimento di polizia della provincia del Guizhou, incarico che ha ricoperto dal 2008 agli inizi del 2013. La denuncia è arrivata tramite una petizione online firmata da 70 suoi ex subordinati, che lo hanno accusato persino di essersi appropriato in maniera illecita di 30 tonnellate del carissimo liquore Mao Tai per la sua tenuta di campagna [cfr. Radio Free Asia e Apple Daily, 16 agosto].

Secondo le parole del presidente Xi "gestire la nazione secondo la legge" e un sistema giudiziario corretto sono parti integranti della realizzazione del "Sogno cinese". Come ha sottolineato in un recente editoriale il Procuratorial Daily, "un sistema legale e giudiziario che sia davvero giusto fornisce una forte garanzia per il raggiungimento del sogno. Dobbiamo espandere la democrazia all'interno del sistema, spingere verso la trasparenza e migliorare l'abilità dei giudici" [cfr. Procuratorial Daily, 14 marzi; Xinhua, 17 marzo].

Dato che Xi ha raggiunto in parte il suo proclama di "colpire le tigri e le mosche" fra i funzionari corrotti, la sua autorità e la sua base di potere si sono consolidate. Il dislivello fra ciò che Zhou Qiang, Meng Jianzhu e il presidente Xi hanno promesso nel campo della liberalizzazione del sistema legale e giudiziario e la dura realtà di questo sistema sembra suggerire che il vero interesse dell'attuale leadership non è rivolto verso una vera riforma della giustizia, ma verso un più stretto controllo dell'apparato politico-legale ora che Zhou Yongkang e i suoi sodali sono stati messi da parte.

D'altra parte nel Partito comunista cinese c'è una lunga tradizione di fazioni in ascesa - in questo caso il Politburo di Xi Jinping - che si liberano dei propri oppositori, in questo caso Bo e Zhou. Tutto in nome di principi altisonanti come "giustizia sociale" e "correttezza giuridica".

 

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