24/10/2016, 12.03
VATICANO-CINA
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Il nuovo vescovo di Changzhi e le tante voci sul dialogo Cina-Vaticano

di Bernardo Cervellera

L’ordinazione avverrà il 10 novembre nella cattedrale. Il vescovo era stato nominato dalla Santa Sede almeno due anni fa. Ma attendeva la luce verde da Pechino. Situazione simile a Chengdu. Timori per la presenza di vescovi scomunicati. La riconciliazione con i vescovi illeciti e ufficiali non avviene con gesto politico, ma dipende da procedure canoniche e personali. L’incontro fra la delegazione cinese e quella vaticano non “è imminente”.

Roma (AsiaNews) - Il prossimo 10 novembre, la diocesi di Changzhi (Shanxi) avrà un nuovo vescovo. Mons. Pietro Ding Lingbin sarà ordinato nella cattedrale della città, dedicata a S. Pietro e Paolo.

La diocesi di Changzhi, con una popolazione di 3,5 milioni di abitanti è stata fondata nel 1946. Ma la Chiesa è presente dal 1830 e faceva parte del Vicariato apostolico dello Shansi, evangelizzato dai francescani. Al presente essa ha 51 sacerdoti, con 22 seminaristi, che servono oltre 50mila fedeli.

Sacerdoti e laici sono presi dalla preparazione e sono sollevati perché il via e la data della cerimonia sono stati confermati solo pochi giorni fa. Ma la nomina vaticana di mons. Ding data da almeno due anni.

Alcuni commentatori hanno voluto vedere in questa ordinazione un “via” agli accordi raggiunti fra Pechino e Roma sulle nomine dei vescovi, un primo frutto dei dialoghi sino-vaticani, segno di un accordo raggiunto sulle nomine dei pastori. In realtà il vescovo, già nominato dalla Santa Sede, aspettava da tempo la possibilità di essere ordinato e insediarsi ufficialmente nella diocesi. Il ritardo era dovuto all’attesa del permesso da Pechino.

La stessa cosa si può dire del futuro vescovo di Chengdu (Sichuan), mons. Giuseppe Tang Yuange. Anche lui è stato designato dalla Santa Sede molto tempo fa e aspetta le condizioni migliori per essere ordinato. Sebbene alcuni media in Cina dicano che la sua ordinazione avverrà entro la fine dell’anno, non è per nulla sicura la data e il periodo. Altri osservatori della Chiesa in Cina dicono che il ritardo è dovuto alla cautela per evitare che alla cerimonia di ordinazione siano presenti vescovi illeciti e scomunicati.

Dal giorno della sua elezione papa Francesco ha moltiplicato i segni di stima verso il popolo cinese e verso il presidente Xi Jinping. Allo stesso tempo sono ripresi i dialoghi fra Pechino e la Santa Sede rimasti fermi per quasi 10 anni. Al momento le delegazioni delle due parti si incontrano con una certa periodicità (ogni tre mesi) studiando anzitutto un accordo sulle nomine dei vescovi. Di ritorno dall’Azerbaijan poche settimane fa, pur esprimendo ottimismo sul cammino, lo stesso pontefice ha dichiarato che il percorso è lungo e lento: “Le cose lente – ha detto - vanno bene, sempre. Le cose in fretta non vanno bene”.

Nonostante la candida confessione di Francesco, diversi media in Italia, in Cina e nel mondo continuano a scrutare ogni passo e ascoltare ogni voce concludendo che “l’accordo è imminente”.

A conferma di tale “imminenza” si cita il fatto che “entro la fine del mese” di ottobre vi sarà un incontro delle due delegazioni per mettere a punto gli ultimi particolari dell’accordo.

Ma fonti di AsiaNews in Cina e altre vicine al Vaticano hanno detto che quest’incontro non ci sarà e che è programmato più tardi. La Sala stampa della Santa Sede non ha commentato questa notizia, ma il 22 ottobre ha diffuso un dispaccio in cui afferma che dal 24 al 26 ottobre “si terrà in Vaticano il sesto incontro del Gruppo di Lavoro tra la Santa Sede e la Repubblica Socialista del Vietnam, al fine di sviluppare e approfondire le relazioni bilaterali tra le due Parti”. Pare improbabile che più o meno negli stessi giorni ci siano due gruppi di lavoro su due dossier molto delicati.

Qualche ottimista potrebbe immaginare che il Vaticano abbia fatto apposta a indire insieme i gruppi di lavoro per farsi dare una mano dal Vietnam (che ha accettato un nunzio non residente) per risolvere i problemi con la Cina. Ma al momento i rapporti fra Hanoi e Pechino non sono buoni, divise come sono sulla sovranità delle isole nel Mar Cinese meridionale. In più, oggi è cominciato il plenum del Partito comunista a Pechino e tutti i quadri sono in Cina con gli occhi puntati sulle decisioni che emergeranno.

In ogni modo le voci sull’accordo “imminente” scuotono in profondità i cristiani che appartengono alla comunità sotterranea (non ufficiale), che si sentono dimenticati e messi da parte in questi dialoghi. Essi temono che il Vaticano, nella fretta di raggiungere qualche risultato, sia disposto a compromessi che inquinano la fede cattolica.

Uno dei compromessi temuti è la riconciliazione con gli otto vescovi illeciti (di cui tre scomunicati ufficialmente). Le voci di questi giorni dicono che il Vaticano starebbe per riconoscere quattro di loro: Ma Yinglin di Kunming (Yunnan); Guo Jincai di Chengde (Hebei); Yue Fusheng di Harbin (Heilongjiang); Tu Shihua di Puqi (Hunan).

Se è vero che la Cina preme per il riconoscimento degli otto vescovi, è anche vero che la Santa Sede continua a esigere un percorso reale e personale di riconciliazione che implica una richiesta di perdono da parte del vescovo scomunicato, un giudizio da parte del papa, un gesto pubblico di scuse da parte del vescovo per aver scandalizzato i fedeli.

Per la Santa Sede tale procedimento non può essere concluso con un colpo di spugna, ma vanno rispettati i tempi e i percorsi di ognuno dei vescovi implicati. Alcuni di questi pastori già da anni hanno presentato la loro domanda di perdono, ma il Vaticano si è riservato di studiare più a fondo la loro situazione. Ciò significa che è improbabile che la loro riconciliazione con il papa avvenga “entro la fine dell’anno”. In ogni caso, tale processo non è legato per nulla all’andamento dei dialoghi sino-vaticani, ma al percorso spirituale e umano di ognuno di loro. In un articolo diffuso lo scorso 4 agosto a firma del card. John Tong di Hong Kong dove si spiegavano i criteri e le modalità in cui stanno procedendo i dialoghi fra Cina e Santa Sede, il porporato precisava: “I vescovi del continente che non sono stati ancora legittimati dovrebbero, seguendo le condizioni richieste per un vescovo legittimo, essere riconosciuti dalla Santa Sede”. Il riconoscimento avviene perciò solo “seguendo le condizioni richieste” e non come frutto di un accordo politico.

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