22/01/2026, 13.46
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Tô Lâm nel Board of peace di Gaza per saldare l’asse fra Hanoi e Trump

Dal leader vietnamita l’impegno a sostenere gli sforzi congiunti per una soluzione di pace nella Striscia. La promessa di lavorare “a stretto contatto” con l’ex nemico “in vari settori” in linea con “esigenze e priorità” di entrambi. Fra i Paesi dell’Asia centrale l’adesione di Uzbekistan e Kazakhstan. 

Hanoi (AsiaNews) - Uno dei primi Paesi ad accogliere con entusiasmo l’invito e a confermare l’adesione, rilanciando al tempo stesso la partnership strategica globale: nel Board of Peace per Gaza voluto dal presidente Usa Donald Trump, uno dei punti chiave della seconda fase del piano di pace, vi è anche il Vietnam con Hanoi che ha approfittato dell’occasione per rafforzare l’asse con Washington. Ufficializzando la decisione nei giorni scorsi, il segretario generale del Partito comunista e uomo forte del Paese Tô Lâm ha confermato l’impegno nel “sostenere” e “contribuire” agli “sforzi congiunti” per risolvere “conflitti e controversie attraverso mezzi pacifici”.

Il 16 gennaio scorso il presidente Usa Trump ha inviato al leader di Hanoi una lettera ufficiale invitandolo ad aderire al board come Stato membro fondatore per Gaza. Secondo i media vietnamiti, che hanno dato ampio risalto alla questione, Tô Lâm ha accettato con entusiasmo giudicando l’istituzione di un “consiglio di pace” un passo “necessario” per la fine del conflitto, in ottemperanza alla risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu di novembre. L’obiettivo, prosegue la nota del segretario generale, è quella di far progredire gli sforzi di costruzione della pace, l’assistenza umanitaria e la ricostruzione post-conflitto nella Striscia. 

In questa prospettiva Tô Lâm ha assicurato il massimo impegno per lavorare “a stretto contatto” con gli (ex-nemici) Stati Uniti - e la comunità internazionale - per garantire “contributi sostanziali” per una soluzione “a lungo termine e completa” al processo di pace in Medio Oriente. Al riguardo, egli ha anche rilanciato la necessità di istituire uno Stato palestinese “indipendente” che possa coesistere pacificamente accanto allo Stato di Israele. Sfruttando l’occasione, il leader di Hanoi ha infine auspicato un rafforzamento della partnership strategica globale con la Casa Bianca, migliorando “la cooperazione in vari settori in linea con le esigenze e le priorità di entrambe le parti”.

Il discusso Board of peace per Gaza dovrebbe includere anche il presidente russo Vladimir Putin, che assieme ai capi di Stato e di governo di altre 60 nazioni ha ricevuto l’invito a partecipare, almeno 20 dei quali hanno già aderito. Fra questi ultimi vi sarebbero Israele, Egitto, Argentina, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Ungheria, Kazakistan, Kosovo, Marocco ed Emirati Arabi Uniti, oltre al Vietnam, anche se alcuni diplomatici occidentali nutrono dubbi e perplessità. In primis, il fatto che il consiglio stesso potrebbe minare il lavoro delle Nazioni Unite.

Tuttavia, il piano procede spedito e proprio in queste ore a Davos, in Svizzera, dove è in corso il forum sull’economia, Trump ha firmato lo Statuto del Board of Peace e ha invitato sul palco i 20 rappresentanti dei Paesi che hanno sinora aderito al Consiglio. Restando nel continente si registra la presenza - e il forte sostegno - di due nazioni dell’Asia centrale: Uzbekistan e Kazakhstan, i cui leader sono stati invitati dall’inquilino della Casa Bianca al G20 in programma il prossimo dicembre. Il Kazakistan è un importante esportatore di energia che confina con la Cina e dispone di oleodotti verso l’Europa, mentre l'Uzbekistan ha la popolazione più numerosa della regione. Inoltre, lo scorso anno lo stesso Trump ha ospitato i leader di tutti e cinque i paesi dell'Asia centrale, nel tentativo di rafforzare l’asse in chiave anti-Pechino.

A fronte di una nutrita presenza asiatica, emerge l’assenza di una rappresentanza palestinese il cui popolo è coinvolto in prima persona nel conflitto e nel tentativo di raggiungere una pace di lungo periodo. E la presenza di Turchia e Qatar non basta certo a compensarne la mancanza, sebbene numerosi diplomatici e rappresentanti del mondo arabo assicurino che la loro presenza - unita a quella di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti - intenda difenderne e sostenerne la causa.

Ieri una fonte araba di primo piano, interpellata dal Times of Israel a condizione di anonmimato, ha sottolineato come la chiusura di Israele alla presenza dell’Autorità palestinese è la ragione che ha spinto Doha e Ankara a riempirne il vuoto. Di contro, altri Paesi arabi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sembrerebbero essere più aperti al coinvolgimento e agli investimenti nella Striscia, anche se restano punti critici. Secondo il diplomatico, infatti, dalle parti di Riyadh si contesta con forza la decisione dello Stato ebraico di trattenere oltre quattro miliardi di dollari di entrate fiscali dall’Ap, anche perché l’Arabia Saudita è stata chiamata ad aiutare a compensare alcune di queste perdite. 

In (raro e aperto) disaccordo Trump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha criticato la scelta di includere il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e l’alto diplomatico del Qatar Ali Thawadi nel consiglio esecutivo di Gaza, ritenendo i due Paesi troppo vicini ad Hamas. Tuttavia, gli Stati Uniti li hanno ritenuti ”essenziali” per finalizzare un accordo di cessate il fuoco a ottobre e continueranno ad essere “necessari” per garantire l’allineamento dei miliziani della Striscia. Al contempo Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Indonesia, Pakistan, ed Emirati Arabi Uniti nomineranno anch’essi un rappresentante, secondo quanto annunciato dai ministri degli Esteri dei rispettivi Paesi in una dichiarazione congiunta.

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