23/01/2015, 00.00
THAILANDIA
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Impeachment e rinvio a giudizio per l’ex premier thai Yingluck Shinawatra

I parlamentari hanno votato per lo stato di accusa, con 190 voti favorevoli su 219. La procura ha inoltre disposto il rinvio a giudizio per corruzione e negligenza. L’ex Primo Ministro incriminata per lo schema dei sussidi per la produzione di riso, che avrebbe causato un buco di miliardi nelle casse dello Stato. Per i sostenitori è una mossa per eliminarla dalla vita politica.

Bangkok (AsiaNews/Agenzie) - I parlamentari thai hanno votato questa mattina l'impeachment per la ex Primo Ministro Yingluck Shinawatra e la messa al bando per cinque anni dalla politica attiva. Il procuratore generale ha inoltre confermato che verrà aperto un procedimento penale a suo carico, per "negligenza" e "corruzione". Alla base della decisione vi sarebbe il ruolo della donna - sorella dell'ex premier e multimiliardario thai Thaksin, in esilio per sfuggire a una condanna di due anni per corruzione - nello schema di sussidi per la produzione di riso.

Un provvedimento voluto con forza dal governo guidato da Yingluck, che in campagna elettorale aveva fatto incetta di voti fra i contadini dispensando promesse di incentivi in caso di vittoria, ma che ha generato un buco nel bilancio dello Stato. Esso prevedeva l'acquisto dei riso al doppio del prezzo di mercato, ma avrebbe causato perdite per oltre quattro miliardi di dollari e la temporanea perdita del primo posto al mondo fra i Paesi esportatori. 

Analisti ed esperti di politica thai sottolineano che questa decisione potrebbe alimentare ancor più divisioni e fratture in un Paese da tempo attraversato da una gravissima crisi politica; il timore è che possano riprendere le proteste di piazza che, in passato, più di una volta sono sfociate in episodi di violenza e guerriglia urbana, con decine di morti e feriti. 

La procura non ha ancora deciso la data di inizio del processo; se sarà riconosciuta colpevole la ex premier, deposta da un tribunale nel maggio dello scorso anno e sostituita da una giunta militare con un golpe "bianco", rischia fino a 10 anni di prigione.   

Per i sostenitori di Yingluck, le "camicie rosse", queste ultime decisioni sono la conferma di un piano in atto da tempo per eliminare la famiglia Shinawatra e il suo partito dalla vita politica - ed economica - della Thailandia. Per votare l'impeachment servono almeno i 3/5 dei voti del Parlamento, composto da 220 membri; oggi hanno votato per il sì 190 deputati su un totale di 219 (uno era assente), la maggior parte dei quali sono militari e oppositori politici della Shinawatra. 

La ex premier non ha voluto commentare la decisione; ieri, nel corso di un'audizione in Parlamento, ha però respinto ancora una volta ogni addebito e messo in dubbio la correttezza dell'indagine della Commissione anti-corruzione, che si è peraltro pronunciata in favore della condanna di Yingluck. Per la donna vi è una "agenda nascosta" frutto di un "disegno politico" che mira a eliminarla dalle istituzioni e dalla vita politica del Paese. 

Dal 2005 la Thailandia è teatro di profondi scontri fra "camicie rosse" - vicini agli Shinawatra, popolari nelle campagne e nella fascia debole della popolazione - e "camicie gialle", rappresentanti dei democratici, sostenuti dal ceto medio e dalle élite della capitale, guidati in Parlamento dall'ex premier Abhisit Vejjajiva. Nella primavera del 2010 gli scontri fra manifestanti e polizia hanno causato un centinaio di vittime, innescando un processo politico che ha portato a nuove elezioni e al provvisorio ritorno al potere della famiglia Shinawatra.

Nel maggio scorso un nuovo intervento dell'esercito ha messo fine a mesi di stallo politico e proteste di piazza, che hanno causato almeno 27 morti, determinando la cacciata della premier  Yingluck Shinawatra, sorella di Thaksin, vincitrice alle urne con un ampio voto popolare. Ora il Paese è sotto il controllo dei militari, con il capo delle Forze armate nominato Primo Ministro e il compito di riformare lo Stato, anche se si ignorano i contenuti di tali riforme e vi è il rischio di una deriva autoritaria. È stato proprio l'attuale premier ad aver architettato e guidato la sanguinosa repressione del 2010, ma nessun membro delle Forze armate è stato incriminato.

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