22/08/2018, 11.55
ASIA CENTRALE
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In Asia centrale, il pretesto dell’Isis soffoca il dissenso

A pochi giorni dell’attentato di fine luglio il presidente tagiko accusa il partito all’opposizione, bandito dal 2015. Processi in segreto per estremismo religioso. La stretta sul dissenso e le religioni è controproducente e inasprisce gli estremismi.

Dushanbe (AsiaNews/Agenzie) – In Asia centrale, l’ombra dell’Isis e dell’estremismo islamico è uno strumento politico nelle mani dei leader, pronti a soffocare il dissenso nel nome della sicurezza nazionale. Da quando l’Isis ha rivendicato l’attacco del 29 luglio in Tajikistan in cui sono morti quattro turisti stranieri, l’allerta antiterrorismo è alta nei Paesi della regione centro-asiatica.

Il presidente tagiko Emomali Rahmon, al governo da 26 anni, ha colto l’occasione presentata dall’attentato per colpire i membri del partito islamico bandito nel Paese, il Partito del rinascimento islamico del Tajikitan (Irpt). Il 31 luglio, la tv di Stato ha dichiarato che 14 membri dell’Irpt sono stati arrestati, sebbene l’attacco fosse già stato rivendicato dall’Isis. Il processo si è tenuto in segreto e non sono chiare le prove a carico dei condannati. Secondo Eurasianet, Rahmon mira ad associare il partito d’opposizione – bandito e etichettato come “terrorista” dal 2015 – all’Isis, in parte per persuadere i governi occidentali a non dare asilo politico ai suoi membri esiliati.

Si consolida la stretta di Dushanbe su opposizioni e religioni che, secondo un’analisi pubblicata a marzo dalla Jamestown Foundation, avrebbe l’effetto di inasprire l’estremismo dilagante nella più povera delle repubbliche centro-asiatiche. Tale fenomeno riguarda anche altre ex-Repubbliche sovietiche della regione.

In un’analisi pubblicata ieri, Al Jazeera afferma che il governo del Turkmenistan non discute in modo aperto il problema “Isis”, ma ha condannato numerosi giovani per “eccessiva religiosità”. In Uzbekistan, vi sono ancora le tracce della dura repressione dell’era di Islam Karimov, al governo fino alla sua morte nel dicembre del 2016. Il suo successore, Shavkat Mirziyoyev, ha intrapreso delle riforme che tuttavia faticano a cambiare davvero lo scenario politico del Paese: sono ancora molte le persone che vengono portate in tribunale con accuse di estremismo religioso e non esiste nel Paese una reale opposizione politica. Nel 2016, il Kazakhstan ha dato la responsabilità all’Isis di un attacco in cui sono rimaste uccise 25 persone, che tuttavia il gruppo islamista non ha mai rivendicato. Ciò non di meno, in seguito all’attacco il presidente Nursultan Nazarbayev ha istituito un ministero per gli Affari religiosi e la società civile, che da allora ha vietato il velo, vietato la partecipazione a riti religiosi ai giovani e obbligato le moschee a dichiarare le fonti delle donazioni. Secondo l’analisi di Fergana News, le accuse di estremismo nel Paese sono usate per colpire gli attivisti della società civile.

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