11/12/2014, 00.00
ASIA-OPEC
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In picchiata il prezzo del petrolio. C'è chi applaude e chi ha paura

Il prezzo si aggira sui 60 dollari, quasi dimezzato rispetto al giugno scorso. Pur con la riduzione della domanda, l'Opec non vuole ridurre la produzione. Arabia saudita, Kuwait e Iraq pronti a vendere con alti sconti ai clienti asiatici. Per l'Iran il prezzo potrebbe arrivare fino a 40 dollari al barile. I rischi della disoccupazione e della recessione.

Abu Dhabi (AsiaNews) - Il prezzo del petrolio continua a scendere e con ogni probabilità continuerà a mantenersi a questi livelli per tutto il 2015. Fra gli analisti vi è chi applaude perché si pensa che il risparmio sull'energia produrrà più consumi, ma vi è anche chi vede questa caduta dei prezzi come un segno di generale discesa nella crisi economica.

L'Opec (l'Organizzazione delle nazioni esportatrici di petrolio) ha ridotto ieri le sue previsioni sul fabbisogno di greggio per il 2015 e ha ridotto le previsioni della produzione di soli 300mila barili al giorno, fissando a 28,9 milioni di barili al giorno, la più bassa dal 2003.

Per l'Opec, la richiesta di greggio è indebolita dal fatto che gli Stati Uniti, primo consumatore di petrolio, ha ormai riformìnimenti che provengono dal petrolio di scisto, prodotto in casa.

Davanti a una minore richiesta, il 27 novembre scorso, l'Opec non ha voluto tagliare la produzione - e non la taglierà per tutto il 2015 - lasciando che il mercato determini il prezzo del greggio.

In tal modo, da circa 70 dollari al barile, in pochi giorni il prezzo è sceso del 10-17%. Ieri il Brent si vendeva a 64,75 dollari al barile; il West Texas a 61,47. Dal giugno scorso i prezzi sono scesi del 50%.

Vi sono probabilità che il prezzo al barile scenda fino a 40 dollari, come ha ventilato Mohammad Sadegh Memarian, ministro iraniano del petrolio, spiegando che si è davanti a uno "shock al ribasso".

Tale shock - o guerra dei prezzi - sembra sia voluta soprattutto dall'Arabia saudita che mantenendo un'alta produzione di greggio, e coprendo il 40% del fabbisogno mondiale, determina il prezzo dell'oro nero. In questo modo essa rende meno competitivo il petrolio di scisto prodotto negli Usa e mette in difficoltà ogni ripresa economica iraniana, indebolendo Teheran sullo scacchiere medio-orientale.

Ma la guerra dei prezzi avviene anche fra i maggiori produttori Opec: i tre membri più importanti, Arabia, Kuwait e Iraq hanno deciso di vendere petrolio ai loro clienti asiatici offrendo enormi sconti. Dal mese prossimo il Kuwait venderà a 3,95 dollari in meno al barile; Iraq e sauditi faranno sconti i più alti da 11 anni a questa parte.

Secondo l'agenzia Capital Economics, la discesa del prezzo del greggio aiuterà la crescita del Prodotto interno lordo globale: ogni 10 dollari di diminuzione produrrà un incremento dello 0,5% del Pil.

Ma secondo altri analisti, il prezzo sempre più basso indica che la crisi economica si sta approfondendo sempre di più. L'Europa è a un passo dalla deflazione; il Giappone è alla sua quarta recessione dal 2008; la Cina prevede per quest'anno la crescita più bassa dal 1990. Anche la Russia è alla sua prima recessione dal 2009.

Fra gli aspetti positivi va elencato il fatto che diversi Paesi asiatici (Indonesia, Malaysia, Filippine, India,...) grazie al ribasso del prezzo del greggio, hanno cancellato i sussidi per l'energia, potendo utilizzare i fondi per altre spese quali educazione e servizi sociali.  Ma non tutti sono felici: Zenaida Monsada, sotto-segretario filippino all'energia ha fatto notare che se il prezzo del petrilio scende, ciò porterà a una diminuzione dei posti di lavoro per i filippini all'estero e a un impoverimento del Paese che è sostenuto dalle rimesse dei migranti.

 

 

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