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  • » 12/01/2016, 00.00

    VIETNAM

    In un clima di scontro il Partito comunista vietnamita si prepara al suo 12mo congresso



    Dietro al confronto tra il primo ministro Nguyên Tân Dung e il segretario Nguyên Phu Trong opposte scelte economiche e politiche. Da una parte la volontà di liberalizzare il Paese e avvicinarsi cautamente all’Occidente, dall’altra la prosecuzione del modello e del regime marxista.

    Hanoi (AsiaNews/Agenzie) – Si prospetta all’insegna dello scontro il 12mo congresso del Partito comunista del Vietnam che, dal 20 gennaio, dovrà scegliere le tre massime cariche del Paese e dettare le linee economiche e politiche per i prossimi cinque anni.

    Da una parte c’è l’attuale primo ministro Nguyên Tân Dung che mira a divenire segretario generale del Partito, ruolo chiave nella gerarchia del potere, dall’altra l’attuale segretario, Nguyên Phu Trong, appoggiato dal capo dello Stato Truong Tân Sang. Le differenze tra i due competitori sono profonde e riguardano modello di sviluppo, ruolo del Partito e politica internazionale.

    Sul piano economico, il Paese, grazie a una serie di liberalizzazioni, ha visto il reddito pro capite passare, secondo dati della World Bank, dai 100 dollari annui del 1986 ai duemila del 2014, quando il Pil con una crescita del 6,8 per cento è stato uno dei migliori del mondo. Ma il modello economico di la crescita ha dato luogo a problemi, come una eccessiva dipendenza dalle esportazioni e dagli investimenti esteri, con il settore statale spesso inefficace rispetto a quello privato. Il Vietnam avrà quindi bisogno di ulteriori riforme istituzionali anche per affrontare la corruzione e migliorare la responsabilità e l'efficienza del governo. E la modernizzazione del sistema spingerà verso l’Occidente. A complicare le cose hanno provveduto il rallentamento economico globale e la politico espansionistica di Pechino verso il Mar della Cina. E tale ultimo problema richiederà anche una politica estera più dinamica, che diminuisca la dipendenza da Pechino, che avvicini agli Stati Uniti, ma non sia troppo lontana dalla Cina.

    Sul piano politico di particolare significato la lettera aperta che lo scorso 9 dicembre è stata inviata all’Ufficio politico. Firmata da 127 note personalità, essa chiedeva l’abbandono della regnante ideologia marxista-leninista, l’elezione diretta del segretario generale e che lo Stato cambiasse la denominazione di Repubblica socialista. Una disaffezione verso il marxismo che vede un gruppo di seguaci del Primo ministro ipotizzare una profonda riforma del Partito e del regime in senso liberale e una politica estera che trovi nel mondo occidentale appoggio a fronte dell’espansionismo cinese.

    Sul fronte opposto, si attribuiscono ai fedeli dell’attuale segretario politico alcuni fatti che negli ultimi tempi hanno segnato il clima politico vietnamita. Tali sono considerati l’arresto dell’avvocato Nguyên Van Dai, paladino dei diritti umani, avvenuto nello stesso giorno nel quale arrivava nel Paese una delegazione dell’Unione europea per parlare di diritti umani e, pochi giorni dopo, la violenta repressione del gruppo “Fraternità del lavoro”. Si trattava di un movimento autonomo, nato dopo che il Primo ministro aveva dichiarato di aver preso con gli altri Paesi del Pacifico l’impegno di riconoscere organizzazioni indipendenti dei lavoratori. E, ancora più recentemente, un generale della polizie ha messo in guardia sul pericolo di una “opposizione reazionaria” e sostenuto che qualsiasi organizzazione indipendente deve essere perseguita.

    A dare il segnale delle difficoltà nelle quali si trova il Partito alla vigilia del congresso, il fatto che un plenum che il mese scorso si è tenuto per discutere la questione della leadership, previsto per quattro giorni, è andato avanti per otto e  si è concluso con la decisione di rinviare la decisione al congresso.

     

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