20/03/2006, 00.00
IRAQ
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Iraq: al di là delle esplosioni, "un popolo che vive"

Nel terzo anniversario della guerra in Iraq il vescovo caldeo di Amadiyah e di Erbil si dice ottimista: gli iracheni ora hanno un nuovo governo, una nuova mentalità, università, scuole e ospedali. Niente guerra civile: dopo le elezioni la popolazione e i leader politici non si faranno manipolare da chi vuole distruggere il Paese.

Roma (AsiaNews) – "Tutto sta cambiando in Iraq, tutti devono avere il coraggio di continuare a cambiare". Sul futuro del suo Paese è ottimista mons. Rabban Al Qas, vescovo caldeo di Amadiyah e di Erbil (Kurdistan). Nel giorno del terzo anniversario della guerra in Iraq, AsiaNews ha raggiunto telefonicamente il presule, al momento a Roma, per avere da lui un bilancio della situazione.

"La politica in Iraq è totalmente cambiata – dichiara soddisfatto -  siamo sulla buona strada per la democrazia, ma questo esige dei sacrifici: bisogna sapere soffrire, avere il coraggio di cambiare".

Eppure l'ex premier Iyad Allawi ha detto in Iraq ormai è in atto la guerra civile…

No non si tratta di guerra civile anche se c'è stata gente che voleva arrivare a questo sfruttando il sentimento religioso, distruggendo le moschee sciite e sunnite o le chiese. Sono convinto, però, che ora, dopo le elezioni, gli iracheni e le persone che si trovano a capo dei partiti politici non si faranno manipolare, non faranno ciò che gli avversari ed i nemici speravano accadesse in Iraq.

Tra i nemici dell'Iraq, ci sono persone, che lamentano e hanno nostalgia di ciò che avevano prima: il potere, la ricchezza, i palazzi ed oggi si trovano a terra, allontanati. E' da questo che all'interno nasce il conflitto e l'inimicizia, sommati poi ai fanatici religiosi spinti da molti Paesi esterni e da ideologie.

Quali sono questi Paesi?

Non sono in grado di dare indicazioni precise; ma il fatto che il governo ancora non ha potuto controllare le frontiere ha facilitato l'accesso di terroristi dai Paesi limitrofi. Mossi o no dal denaro, convinti o non convinti di servire la religione musulmana, pur essendo in errore, per loro il terreno più favorevole era l'Iraq. Si vede spesso in televisione gente convinta di servire la religione islamica, ma sono solo indottrinati; gli viene inculcato in testa il jihad o di essere chiamati a servire l'islam. Gli iracheni sono lontani da questo atteggiamento: adesso c'è un nuovo governo, una nuova mentalità, ci sono università, scuole, ospedali. La vita continua malgrado le esplosioni, le uccisioni.

Insomma lei è ottimista sul futuro dell'Iraq.

Restiamo ottimisti, mostriamo che il futuro va al di là d tutto ciò che la stampa dice mostrando solo i delitti e le sofferenze. Il disordine dopo una dittatura è normale, finché non c'è un governo. Ma ora  che lo abbiamo ottenuto dobbiamo aspettare che cominci a lavorare. Siate ottimisti, gli iracheni sono ottimisti, io lo sono. Bisogna smentire la convinzione che il nostro sia un Paese solo di assassini ed esplosioni: al di là c'è un popolo che vive e che vuole continuare a farlo.

Io ho creato una scuola, frequentata da musulmani, cristiani e curdi: studiano insieme e vivono insieme, per preparare un avvenire di fraternità, di accettazione l'uno dell'altro, per il futuro dell'Iraq.

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