01/02/2013, 00.00
INDONESIA
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Jakarta, Presidenziali 2014: voto condizionato da corruzione e islamisti

di Mathias Hariyadi
Il prossimo anno il Paese sceglierà il successore di Yudhoyono, non più eleggibile. Il suo mandato giudicato positivo, anche se restano ombre in particolare sulla libertà di culto. Sul futuro gravano le inchieste della Commissione anticorruzione e la caccia al voto fra gli estremisti. Leader moderato: gli islamisti “meglio farseli amici”.

Jakarta (AsiaNews) - Corruzione e caccia al voto islamista rischiano di condizionare in modo pesante le prossime elezioni presidenziali in Indonesia che, sebbene in programma il prossimo anno, cominciano già a diventare oggetto di polemica politica e confronto sociale. Alcuni fatti di cronaca dei giorni scorsi hanno alimentato la tensione fra gli opposti schieramenti, con scambi di accuse incrociati e indagini della magistratura dagli sviluppi incerti. Quello che appare sicuro, invece, è il tentativo (anche) dei vari partiti musulmani moderati presenti nello schieramento, di conquistare il consenso della frangia fondamentalista presentando in lista candidati di chiara provenienza radicale. E alle polemiche sollevate dai critici o membri della società civile, i leader di partito rispondono con un commento laconico e assai poco politico: "[gli islamisti] è più saggio farseli amici".

Nel 2014 scade il secondo mandato del presidente Susilo Bambang Yudhoyono, che non potrà più correre per la carica. Molti indonesiani lo considerano una figura "positiva", anche se non mancano i critici: egli avrebbe infatti privilegiato il "marketing politico" e non ha garantito protezione alle minoranze religiose. In lizza per la successione l'ex generale Prabowo Subianto - ex genero di Suharto - sebbene sulla sua figura gravino alcune "ombre", fra cui violazioni ai diritti umani quando era un militare.

Tuttavia, il vero nodo attorno al quale si gioca la partita politica - e la credibilità dei futuri parlamentari, oggi ai minimi fra la gente - è la lotta alla corruzione e la garanzia di integrità morale, come richiede la carica di rappresentante delle istituzioni.

Ieri è esploso il caso di Luthfi Hasan Ishaaq, presidente del partito filo-islamico e radicale Justice Prosperous Party (Pks) il quale, assieme ad altre tre persone, sarebbe coinvolto in uno scandalo corruzione riguardante l'esportazione di carne. Secondo i primi risultati dell'inchiesta della Commissione indonesiana per sradicare la corruzione (Kpk), egli pur essendo un fautore della politica "pulita" e della lotta contro bustarelle e tangenti, avrebbe condizionato attraverso suoi emissari un giro di affari milionario nel comparto alimentare. Contro di lui pende la richiesta di obbligo di dimora, perché "fortemente indiziato", mentre l'opinione pubblica è sotto shock per la vicenda. Dai vertici del Pks bocche cucite, ma in via ufficiosa molti sostengono la tesi dell'attacco politico sulla base di accuse montate ad arte "per screditare il partito islamista".

Pochi giorni prima era esplosa un'altra vicenda analoga, rilanciata dai media con ampia eco. La sequela degli scandali avrebbe investito Priyo Budi Santoso, funzionario di primo piano del Golkar Party, sospettato di corruzione nel cosiddetto "Affare Corano". Anch'egli respinge le accuse, sottolineando di non nutrire alcun tipo di legame con le questioni di natura religiosa.

Tuttavia, fede e culto potrebbero comunque rivestire un'importanza decisiva nelle prossime elezioni presidenziali, in particolare per quanto concerne il voto delle frange estremiste. Prima di tutti si è mosso lo United Development Party (Ppp) annunciando la candidatura - fra le proprie fila - del leader islamista Munarman per un posto in Parlamento. Esponente di prima fila del controverso Fronte di difesa islamico (Fpi), egli è famoso per le sue battaglie anti-cristiane e contro la libertà religiosa. È evidente il tentativo dei partiti musulmani moderati, come il Ppp, di cercare di pescare voti anche nel bacino islamista e radicale pur di allargare i consensi. E a quanti chiedono spiegazioni sul perché di questa scelta "politica", il presidente del partito Suryadharma Ali spiega che "è molto più saggio essere amici, piuttosto che nutrire sentimenti di ostilità". 

 

 

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