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    » 27/04/2012, 00.00

    IRAQ

    Kirkuk, grazie alla Chiesa irakena che promuove “Ponti per la pace”

    Joseph Mahmoud

    I 50 leader politici e religiosi riuniti ieri all’arcivescovado hanno sottoscritto un documento in sette punti per l’armonia e la convivenza. Un appello al governo centrale e al governatorato del Kurdistan, perché risolvano i problemi “piuttosto che complicarli”. Mons. Sako: la diversità valore alla base della convivenza.

    Kirkuk (AsiaNews) - Il governo centrale irakeno e il governatorato del Kurdistan devono "contribuire a risolvere i problemi, piuttosto che contribuire a complicarli", perché le loro decisioni possono avere "un impatto negativo" in particolare nei settori dei servizi, dell'economia e della sicurezza. È questo uno dei sette punti del documento sottoscritto ieri a Kirkuk - nel nord del Paese - da oltre 50 intellettuali, leader politici e religiosi irakeni, durante il convegno "Costruire ponti per la pace" promosso dal locale arcivescovado. Un appuntamento che ha generato ottimismo e speranza per il futuro, commenta ad AsiaNews mons. Louis Sako, perché solo grazie alle "diversità" si potrà realizzare davvero una convivenza fondata "sul dialogo" e "il rispetto dei diritti altrui". Speranze condivise anche dagli altri partecipanti e firmatari, fra cui il parlamentare curdo Sheik Lattif Guli che ha dichiarato: "Ora, grazie alla Chiesa, siamo diventati 50 ponti per la pace".

    Durante il forum di ieri nella grande sala conferenze interna all'arcivescovado caldeo di Kirkuk, si è discusso di riconciliazione politica, sociale, religiosa alla presenza di personalità locali e nazionali di primo piano. Al termine dell'incontro, gli oltre 50 presenti hanno sottoscritto un documento in sette punti, per attuare "in modo concreto" i propositi di pace, convivenza pacifica e sviluppo di tutta la regione.

    Nel dettaglio, il documento prevede: al primo punto, l'invito a "vivere assieme e rispettare il variegato mosaico" della città di Kirkuk, secondo i principi di "armonia e rispetto"; secondo, promuovere il dialogo perché "con la violenza non si cambia né si migliora la situazione"; al terzo punto, lo smantellamento di discorsi e iniziative che conducono a "odio, emarginazione, esclusione"; quarto, l'auspicio che si possa "mediante consenso" arrivare all'elezione dei membri del Consiglio provinciale; quinto punto, la situazione delle carceri e una giustizia più rapida ed efficiente; sesto, l'appello "al governo centrale e al governo del Kurdistan" perché "risolvano davvero i problemi" piuttosto che "peggiorare la situazione"; settimo e ultimo punto, la nascita di un "comitato" chiamato a vigilare sul rispetto di "diversità e differenze" e che "promuova in modo concreto il dialogo".

    Commentando la giornata di ieri, mons. Louis Sako - arcivescovo di Kirkuk e anima dell'iniziativa - manifesta un cauto ottimismo: "La nostra presenza - spiega ad AsiaNews - riuniti come una sola famiglia per costruire ponti di pace è un bene grande. Possiamo così esprimere la nostra unità e fraternità". Il prelato avverte che è necessario "accettarci e rispettarci" partendo "dalle nostre diversità, dalle nostre legittime differenze". "Il dialogo nasce dal rispetto del diritto degli altri - aggiunge ancora - ad essere diversi per nazionalità, cultura, lingua, religione e sesso". Per questo ricorda il Vangelo di Matteo, nel passo in cui Cristo cita la legge dei Profeti: "Fate agli altri - conclude mons. Sako - ciò che vorreste che gli altri facessero a voi. Questa è l'unica regola di convivenza armoniosa".

    Kirkuk, con i suoi 900mila abitanti, da tempo è al centro di un conflitto etnico-politico fra arabi, turcomanni e curdi. Questi ultimi la vorrebbero annessa alla regione del Kurdistan, mentre arabi e turcomanni sostengono il legame con il governo centrale irakeno. La città è stata teatro di diversi attentati e attacchi mirati, che hanno colpito a più riprese anche la minoranza cristiana, e sono acuiti da una componente economica: il sottosuolo della regione è infatti ricco di petrolio e gas, il cui controllo e sfruttamento è conteso dalle diverse fazioni in lotta.

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