29/01/2010, 00.00
MALAYSIA
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Kuala Lumpur, Anwar Ibrahim a processo; lo scontro politico in nome di “Allah”

La prossima settimana il leader dell’opposizione comparirà davanti ai giudici per sodomia. Egli rischia fino a 20 anni di galera e la condanna segnerebbe la fine della carriera politica. Il governo promuove una campagna basata sul nazionalismo islamico. Rinviati a giudizio tre musulmani, presunti autori dell’attacco a una chiesa della capitale.
Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) – La settimana prossima si terrà il secondo processo a carico di Anwar Ibrahim, leader dell’opposizione, incriminato per sodomia. Egli manifesta fiducia ed è sicuro che cadranno le accuse a suo carico. L’udienza dell’ex vice-premier arriva in un periodo di tensione politica e sociale in Malaysia, scaturito dalla controversia sull’uso della parola “Allah”, acuito da violenze contro luoghi di culto cristiani e musulmani e malgestito dal governo del premier Najib Razak. Il pubblico ministero, intanto, ha chiesto il rinvio a giudizio di tre musulmani, presunti responsabili dell’attacco a una chiesa di Kuala Lumpur.
 
Anwar Ibrahim, 62 anni, è stato vice-premier fino al 1998, quando ha dovuto lasciare in seguito alle accuse di corruzione e sodomia, illegale in Malaysia anche fra adulti consenzienti. Imprigionato in concomitanza con la crisi dei mercati finanziari asiatici di fine millennio, egli ha trascorso sei anni in carcere. Rilasciato nel 2004, il leader dell’opposizione si è rituffato nella politica attiva e alle elezioni del 2008 ha conquistato consensi in una fetta consistente dell’elettorato, soprattutto fra i malaysiani di origine cinese e indiana.
 
L’accusa di sodomia può comportare fino a 20 anni di galera e una eventuale condanna segnerebbe la fine della carriera politica di Anwar Ibrahim. Egli ha sempre parlato di “cospirazione” alla base delle accuse formulate nei suoi confronti. Il processo, inoltre, rischia di far precipitare il quadro politico del Paese, con un governo incapace di contenere le polemiche sull’uso della parola “Allah” e bloccare violenze e profanazioni a luoghi di culto cristiani e musulmani.
 
Il premier Najib Razak ha puntato molto sull’economia, gli investimenti esteri e le riforme politiche per conquistare consensi. Tuttavia le tensioni religiose delle ultime settimane, che nascondono contrasti di carattere politico e sociale, hanno fatto registrare una perdita di consensi a favore dell’opposizione. Ecco perché il governo sostiene la campagna dell’ala fondamentalista e nazionalista del Paese, contraria alla sentenza della Corte suprema che legittima l’uso della parola “Allah” ai cristiani. Il premier e i suoi alleati puntano sul nazionalismo e la difesa dell’islam per mantenere saldo il potere politico. Resta però concreto il rischio di alimentare una frattura fra la maggioranza musulmana e le minoranze etnico-religiose in un Paese finora laico.
 
Ibrahim, al contrario, pur avendo un passato di islamico integralista, condivide la sentenza dei giudici e ha promosso una campagna che unisce la maggioranza malay alle minoranze indiana e cinese. Un azzardo politico, che lo rende inviso agli occhi dei nazionalisti i quali bollano le sue scelte come “troppo vicine ai cristiani”. Del resto i cittadini appaiono molto più interessati alla crescita economica e alla lotta alla corruzione, piuttosto che al nazionalismo, coperto dal manto della religione musulmana.
 
Oggi la procura di Kuala Lumpur ha incriminato tre musulmani, presunti responsabili dell’attacco a una chiesa della capitale. Essi sono i primi a comparire davanti ai giudici, nella vicenda legata agli attentati ai luoghi di culto cristiani della Malaysia.
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