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» 17/12/2009 12:45
INDIA
L’India divisa sull'eutanasia per una donna in coma da 36 anni
di Nirmala Carvalho
Acceso dibattito sulla vicenda della 59enne Aruna Shanbhag. La scrittrice Pinki Virani chiede la sospensione di alimentazione e idratazione: è un gesto umanitario, non eutanasia. La Corte suprema: “Non possiamo accordare il diritto di morire”. Mons. Dabre: in India prende sempre più piede “la cultura di morte”.

Mumbai (AsiaNews) - La richiesta di sospendere l’alimentazione di una 59enne, caduta in coma 36 anni fa, dopo essere stata violentata, suscita un acceso dibattito nel Paese.
 
Aruna Shanbhag (foto), infermiera al King Edward Memorial Hospital (Kem) di Mumbai è stata violentata nel 1973. A seguito del trauma vive in coma nello stesso ospedale in cui lavorava, senza più alcun familiare che si prenda cura di lei. La donna vive in stato vegetativo persistente e ad oggi viene accudita dalle infermiere del Kem da cui viene idratata e alimentata.
 
A chiedere la sospensione delle cure, che porterebbero alla morte della donna, è l’avvocato Shekhar Nafde che si è rivolto alla Corte suprema a nome della nota scrittrice Pinki Virani autrice di un libro su Aruna Shanbhag.
 
Secondo Nafde la sua assistita non chiede l’eutanasia, ma pone “una questione di diritti umani” poiché la vita della donna “è inferiore a quella di un animale”. La “dolce morte” è vietata dalla legge indiana, ma il caso di Aruna Shanbhag con la richiesta di Pinki Virani sta suscitando ampio dibattito nel Paese. L’opinione pubblica è divisa tra chi afferma che non si tratterebbe di eutanasia e chi invece lamenta il tentativo di creare un precedente che potrebbe aprire le porte all’introduzione della dolce morte equiparandola ad un gesto umanitario. La Corte suprema ha intanto emesso una nota in cui afferma che “secondo la legge del Paese, non possiamo accordare il diritto di morire ad una persona”.
 
Mons.Thomas Dabre, vescovo di Pune e presidente della Commissione per la dottrina della fede della Chiesa indiana, ha accolto con soddisfazione la nota della Corte perché “riconosce che la dignità dell’esistenza umana non è determinata dalle condizioni fisiche di una persona”.
 
Parlando con AsiaNews, il prelato tuttavia non nasconde la seria preoccupazione per il caso sollevato da Virani che rivela “una tendenza pericolosa che sta prendendo piede nella società indiana”. Per il vescovo di Pune sostenere l’eutanasia significa contraddire “le scritture e la tradizione indiana che per secoli hanno sostenuto il valore e della vita e la difesa dell’esistenza umana”. Per mons. Dabre le battaglie per il diritto alla morte evidenziano  come l’uomo di oggi “consideri ormai la sofferenza una maledizione”.
 
Il vescovo sottolinea che sempre più spesso “i risultati della ricerca medica e tecnologica vengono usati per mettere fine alla vita”. Esso rifiuta “gli argomenti ingannevoli” usati dalla Virani che definisce gesto umanitario ciò che invece è la richiesta di mettere fine alla vita di Aruna Shanbhag.
 
Per Pascoal Carvalho, medico e membro della Pontificia accademia per la vita, la richiesta di sospendere l’alimentazione della donna gioca su due ambiguità: da un lato considerare nutrizione e idratazione come “trattamenti medici straordinari”, dall’altro affermare che la richiesta di sospensione di cibo e acqua non coincida con la domanda di eutanasia. Il suo timore è che “il cosiddetto diritto alla morte possa diventare in modo rapido un ‘obbligo alla morte’ per i malati che sono sentiti come un peso per qualcuno”. Per questo Carvalho ribadisce che è necessario continuare a difendere il valore della vita dal suo concepimento sino alla fine naturale “contro la cultura di morte che progressivamente si fa largo nella società”.

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