05/08/2011, 00.00
INDIA – ITALIA
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L’Italia vieta il burqa, ma per la Chiesa indiana è una violazione della libertà religiosa

di Nirmala Carvalho
Per un gesuita indiano il divieto evidenzia in realtà “tensioni culturali più profonde” che segnano la vita in Europa, dove il tema dell’integrazione è ancora scottante. Ma c’è anche chi giudica “contradditorio” l’atteggiamento chiuso dei musulmani nei confronti del Paese ospitante. Sanzioni pecuniarie e detentive per chi viola la legge, proposta per eliminare i “simboli di oppressione e sottomissione”.
Mumbai (AsiaNews) – La questione sull'uso del burqa mette in luce le difficoltà che l’Europa ha nei confronti dell’islam. È quanto emerge da alcune opinioni di personalità indiane sulla decisione del governo italiano di varare una legge che proibisca di vestire burqa, niqab e altri indumenti etnici che nascondono il volto. Per chi sostiene la proposta, burqa e niqab sono “simboli di oppressione e sottomissione”. Altri – non solo nel mondo musulmano – giudicano il divieto come una violazione della libertà individuale e religiosa, perché esso interviene in modo diretto nella vita privata di una persona. Tuttavia, c’è anche chi pone l’accento sull’atteggiamento chiuso e poco conciliante dei musulmani, che emigrano nei Paesi occidentali, ma non sono disposti a integrarsi con il popolo ospitante.

Una fonte indiana di AsiaNews, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, giudica la proposta di vietare il burqa “strana”, ma sottolinea anche l’atteggiamento poco conciliante di molti musulmani che espatriano in Europa. Secondo la fonte l’insistenza a indossare il burqa (che non è obbligatorio nella religione musulmana, ndr) rappresenta “il disprezzo di chi lo porta nei confronti della sensibilità culturale del popolo che lo ospita”. Questo è “un atteggiamento contradditorio, visto che molti immigrati desiderano sfuggire ai propri regimi oppressivi, per una vita migliore in una società più aperta, continuando però a rifiutare di integrarsi nel contesto sociale di quella nazione”. Proprio per questo la fonte giudicherebbe “ammirevole che chi si oppone al divieto di indossare il burqa si opponesse pubblicamente contro l’Arabia Saudita, dove in pubblico è proibita la pratica di qualsiasi religione diversa dall’islam”. “Anche questo – conclude – è una grande problema di diritti umani”.

Secondo il gesuita p. Victor Edwin, dottorando in Relazioni cristiano-musulmane all’università Jamia Millia di New Delhi e direttore del giornale di studi islamici Salaam, il riaccendersi della controversia sul burqa “è solo la punta di un iceberg”, che “evidenzia tensioni culturali più profonde che segnano la vita in Europa, dove l’integrazione dei musulmani rimane un tema molto scottante”. Egli ammette che “anche i musulmani devono cambiare e accettare la democrazia e il pluralismo religioso. Ma dovrebbe essere l’Europa, per sua natura multiculturale, a riconoscere che la libertà di seguire qualsiasi religione, senza paura, è fondamentale per ogni essere umano”.

Secondo la proposta del governo italiano, per chi viola la legge sono previste sanzioni pecuniarie e detentive: fino a 500 euro per chi lo porta; fino a 30mila euro e 12 mesi di reclusione per chi obbliga a indossarlo.
 
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