11/05/2018, 11.17
VATICANO-TAIWAN
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L’arcivescovo di Taipei invita papa Francesco a visitare Taiwan il prossimo marzo

di Bernardo Cervellera

L’occasione potrebbe essere il Congresso eucaristico dell’isola. Mons. Hung vedrà il pontefice il prossimo 14 maggio nella visita ad limina. “Cina e Taiwan sono due Chiese, due nazioni, due modi di vivere diversi”. Sull’isola vi sono 300 sacerdoti e suore della Cina popolare che studiano all’università cattolica Furen.

Città del Vaticano (AsiaNews) - L’arcivescovo di Taipei, mons. John Hung Shan-chuan (洪山川), desidera che papa Francesco visiti l’isola di Taiwan, dove nessun pontefice ha mai messo piede. L’occasione potrebbe essere il Congresso eucaristico nazionale che si terrà sull’isola il prossimo marzo.

Mons. Hung, a Roma per la visita ad limina insieme ad altri sei vescovi taiwanesi, ha anche sottolineato che è tempo di vedere la Chiesa di Taiwan come una Chiesa a sé stante, e la popolazione di Taiwan come a sé stante, senza volerla assorbire in “un’unica cosa con la Cina”. Ad AsiaNews ha detto: “Cina e Taiwan sono due Chiese, due nazioni, due modi di vivere diversi”, anche se “possiamo aiutarci e sostenerci”.

Mons. Hung, verbita, 74 anni, vedrà papa Francesco il prossimo 14 maggio. Egli ha espresso queste considerazioni ieri sera in un breve discorso che egli ha tenuto presso l’ambasciata della Repubblica di Cina (Taiwan) presso la Santa Sede, durante un ricevimento offerto dall’ambasciatore Matthew Lee, alla presenza di cardinali, vescovi, funzionari della Curia vaticana, sacerdoti, suore e giornalisti. Presente anche mons. Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati.

Dopo aver detto di voler comunicare alla Segreteria di Stato e al pontefice l’invito a venire a Taiwan, mons, Hung ha continuato: “La prima ragione dell’invito è che nessun papa è mai venuto a Taiwan. Mai, per 70 anni. La storia di Taiwan per gli scorsi 70 anni è anch’essa una storia di sofferenza. Anche noi [come i cristiani in Cina] abbiamo sofferto sempre nell’essere considerati come una nazione a sé o come una parte della Cina”.

In effetti, la Chiesa di Taiwan, costituita per tanto tempo da fedeli, missionari, sacerdoti e vescovi fuggiti o espulsi dal continente, ha pensato alla sua presenza sull’isola solo come ad una pausa temporanea, prima di ritornare in Cina, mettendo in secondo piano la missione verso gli ambienti e la popolazione e le etnie locali. Solo negli ultimi 20-30 anni i cattolici hanno svolto una missione diretta alle popolazioni taiwanesi. Da qui la rivendicazione di essere “una Chiesa a sé stante”, con sue caratteristiche specifiche. Al presente la Chiesa di taiwan è costituita da 300mila cattolici locali e quasi altrettanti cattolici migranti.

L’arcivescovo ha fatto notare che questo non blocca la collaborazione, il sostegno, la funzione di “ponte” che la Chiesa di Taiwan ha verso la Chiesa cinese: “Noi riceviamo e abbiamo più di 300 sacerdoti e suore [del continente] che studiano all’università cattolica Furen e possono usare il loro linguaggio [cinese mandarino] per studiare. In questo modo sosteniamo la speranza della Chiesa in Cina, dando loro lauree e diplomi.  La Chiesa taiwanese ospita anche conferenze internazionali sul dialogo interreligioso e sulle problematiche della globalizzazione, dando un contributo internazionale”.

Mons. Hung ha detto che per questo invito ha il sostegno della presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen.

La Cina considera Taiwan una “isola ribelle” che va riconquistata all’unità anche con l’uso della forza e minaccia di intervenire se Taipei osa dichiarare una qualche “indipendenza”. Da anni il Vaticano è impegnato in un dialogo con Pechino, che ha spesso richiesto la rottura dei rapporti diplomatici fra la Santa Sede e  Taiwan come condizione per proseguire il dialogo.

(Nella foto: mons. Hung parla al ricevimento; di spalle, a sin., mons. Gallagher)

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