04/01/2008, 00.00
TURCHIA
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L’attentato di Diyarbakir fa sanguinare ancora la questione curda

di Mavi Zambak
L’esplosione di ieri attribuita al Pkk, che però non lo ha rivendicato. Si apre un nuovo capitolo violento fra irredentisti curdi e azioni militari, nella quasi immobilità di ogni proposta politica.

Ankara (AsiaNews) - La polizia turca ha arrestato 4 persone sospettate di essere in relazione con l’esplosione che ieri ha ucciso 5 persone e ferito altre 68. Dei morti, 4 erano giovani studenti. L’obbiettivo era un pullman di militari che, finito il servizio, facevano ritorno alle loro case. L’autobomba è esplosa in una delle centrali strade di Diyarbakir (sud-est del Paese), città a maggioranza curda di un milione di abitanti. La procura di stato ha dato alle forze di sicurezza poteri di "perquisizioni illimitate" per 16 giorni, che conferiscono agli agenti l'autorità di perquisire senza chiedere un mandato case, uffici e veicoli.

Non è la prima volta che Diyarbakir, città simbolo dei curdi, diventa teatro di spargimento di sangue a causa di bombe e attentati. E subito si scagliano di nuovo pesanti accuse contro il terrorismo del PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi fondato da Ocalan, il quale, però finora non ha rivendicato l’attentato.

In ogni modo, la violenza non sembra aver fine in questo conflitto che ormai tormenta la Turchia da più di un ventennio e che il governo pensava di aver sedato con i raid aerei nel nord Iraq, compiuti nella speranza di sbaragliare le basi armate dei guerriglieri curdi lì stanziatisi.

Strategia erronea che, seppure ha placato per un breve periodo gli animi della popolazione turca, ha inasprito ancora di più ferocia e tenacia dei curdi. E così la lotta armata continua.

Il primo ministro Tayyip Erdogan ha promesso che domani si recherà a Diyarbakir per constatare di persona la gravità della situazione e incontrare e incoraggiare i feriti e familiari delle vittime, ma ben pochi credono all’efficacia di un suo intervento.

Tutti ricordano il suo discorso di 2 anni fa a Diyarbakir: egli ammise gli errori compiuti dallo stato turco nel passato, riconobbe la “questione curda”, e sottolineò la necessità di lavorare per porre fine alla discriminazione a cui è sottoposta la popolazione curda, promettendo investimenti nella sanità, nell’istruzione nel sud est del Paese, dichiarando che il suo governo non avrebbe permesso di fare passi indietro sul tema della democratizzazione del Paese. Allora tutti, speranzosi applaudirono.

Da allora, qualche servizio sociale è migliorato, ma questo non vuol dire che ci sia una strategia globale in tema di democrazia e di diritti umani, né una seria intenzione di dialogo politico pacifico.

Il mese scorso i caccia dell’aviazione turca, penetrati in territorio iracheno, hanno bombardato molte volte le basi del PKK sui monti Kandil.  Alle affermazioni vittoriose dello stato maggiore turco (“Abbiamo raso al suolo le basi del PKK”) tutti hanno gridato di gioia; i mass media hanno riproposto l’evento celebrandolo con immagini, fotografie degli aerei e delle operazioni militari, congratulandosi per la sofisticata tecnologia belica e per la precisione chirurgica dell’operazione.

Sul piano giudiziario continua  intanto l’iter per il proscioglimento del partito curdo DTP (Partito della Società Democratica) che nelle scorse elezione del 22 luglio 2007 ha ottenuto in parlamento 23 seggi, superando la soglia dello sbarramento del 10%.  Continua anche la procedura per la sospensione dell’immunità parlamentare a tre suoi deputati. Senza contare che a metà dicembre il presidente del DTP, Nurettin Demitas, di ritorno da un soggiorno in Germania, al suo sbarco nell’aereoporto di Ankara, è stato subito arrestato con l’accusa di aver prodotto un falso certificato medico per ottenere l’esonero dal servizio militare.

Dove porterà questo braccio di ferro?

Dopo questa esplosione l’esercito si sente ancora più giustificato nel voler procedere in modo spedito nella “caccia al PKK”, magari con l’avvallo degli Stati Uniti. La procura della repubblica troverà ulteriori ragioni per procedere alla messa fuorilegge del partito curdo, confermando l’accusa di “compiere azioni che mettono in pericolo l’unità nazionale e l’indipendenza dello stato”. Ma molti ambienti sanno che questi provvedimenti servono solo a chi vuole imporre la logica della violenza.

Mentre il primo ministro e il presidente della Repubblica turca gridano scandalizzati contro il  terrorismo e ribadiscono l’intenzione di lottare con tutte le loro forze contro la lotta armata dei curdi, da più parti – intellettuali ma anche generali in pensione – si vede la necessità di un’amnistia generale per convincere quelli del PKK a deporre le armi e scendere dalle montagne.  

Erdogan a più riprese ha parlato di un progetto di legge “Del ritorno a casa”  ma come è possibile ciò se poi a questi “ribelli”, una volta tornati, vengono spediti in prigione?

Nel solo 2007,  i morti di questo conflitto sono stati 600.  Non basta piangere o consolare feriti e superstiti: è ora di fare passi concreti, politici, economici e giudiziari per una soluzione pacifica e duratura di una lotta che insanguina la repubblica turca fin dal suo nascere.

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