07/06/2007, 00.00
IRAQ

La Piana di Ninive, una trappola per i cristiani iracheni!

di Louis Sako*
Alla vigila dell’incontro tra il Papa e Bush, l’arcivescovo di Kirkuk analizza i rischi del progetto di assegnare ai cristiani una regione autonoma nella Piana di Niniveh, soluzione contro la quale si sono già espressi autorevoli ambienti del Vaticano.
Kirkuk (AsiaNews) - Chiudere i cristiani in un ghetto non servirà a salvarli. Anzi. Il piano di una zona autonoma assira in Iraq, portato avanti da ambienti politicizzati in patria e all’estero, rischia solo di peggiorare la situazione. Il cosiddetto “progetto della Piana di Niniveh”, trova inoltre forte contrarietà in ambienti autorevoli del Vaticano. Alla vigilia dell’incontro tra il Papa e il presidente Usa George W. Bush, una delle figure di spicco all’interno della Chiesa caldea, l’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, spiega di seguito le radici dell’utopia assira, i pericoli che comporta e traccia le linee per affrontare in modo unito il problema della persecuzione cristiana.
 

La piana di Niniveh contiene una serie di villaggi cristiani (circa una ventina), in cui per la maggior parte si parla il dialetto siriaco chiamato “sureth”. La zona è da sempre sotto la giurisdizione di Mosul – da cui dista circa 30-35 km – e che è il centro culturale, commerciale ed ecclesiastico. La Piana è circondata da villaggi arabi, shebac, yezidi e curdi. Vi abitano 120 mila cristiani.

Quello di avere una zona indipendente è un sorta di sogno nazionale per gli assiri che risale già al periodo della Prima Guerra mondiale; poi negli anni ‘70 anche alcuni politici cristiani e leader religiosi hanno chiesto una provincia autonoma, ma il sogno non si è mai realizzato!

Dopo l a caduta del regime di Saddam Hussein e soprattutto nel 2006, guardando all'esperienza del Kurdistan autonomo, tanti nazionalisti cristiani fuori e dentro l'Iraq vedono nella Piana di Ninive la possibilità di guadagnare una zona sicura (Safe Haven).

Perché Niniveh? Niniveh era storicamente la capitale dell'antica Assiria. Gli arabi, in particolare i sunniti, sono fortemente contrari a questa soluzione, come lo sono per il federalismo o ad una divisione del Paese su base etnica o confessionale. Diversi media cristiani stanno conducendo una massiccia propaganda per portare avanti l’idea che la Piana è l’unica speranza di salvezza. E così aumentano i problemi: minacce, rapimenti, attacchi e uccisioni…I curdi appoggiano questo progetto, forse anche gli Usa, data l'esperienza della Jugoslavia e il piano del nuovo Medio Oriente!

Ma i cristiani, la cui presenza è ormai dimezzata a causa dell’esodo forzato, devono abbandonare questo rischioso progetto di ghetto. Come cristiani dobbiamo essere presenti ovunque, per testimoniare la nostra identità in mezzo agli altri. La nostra Chiesa non è stata mai nazionalista o chiusa in senso etnico; ha invece sempre abbracciato popoli e nazioni, ha raggiunto l’apice in Mesopotamia, nei Paesi arabi del Golfo ed è arrivata perfino in Cina.

 Per assicurare un migliore futuro in Iraq dobbiamo:

  1. lavorare tutti insieme, cristiani di tutti i riti e denominazioni, per unire la nostra posizione e rendere efficace il nostro discorso politico nel quotidiano. Ciò significa lavorare per la riconciliazione degli iracheni, collaborando con le autorità religiose e i partiti. Dialogo, riconciliazione e spinta verso la cultura della pace sono la nostra missione oggi;
  2. mostrare con fatti il nostro ruolo storico per la costruzione dell'Iraq, la nostra volontà di vivere e collaborare con tutti per l'unità del Paese rifiutando di essere identificati con l’“invasore”; 
  3. lavorare insieme in un gruppo unito per operare emendamenti al testo della Costituzione irachena e curda.

Infine la diaspora cristiana e tutte le chiese sono invitate a lavorare senza troppa propaganda ed aiutare nei fatti i cristiani emigrati in Siria, Giordania, Libano, come pure a creare istituti e posti di lavoro nei nuovi villaggi del nord per dare speranza e strumenti di vita alle famiglie dei rifugiati.

 * Arcivescovo di Kirkuk

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