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  • » 01/10/2015, 00.00

    RUSSIA-USA-SIRIA

    La Russia entra in guerra contro l’Isis in Siria, applaudita da ortodossi e musulmani

    Nina Achmatova

    Secondo gli Usa, i primi raid aerei di Mosca, non sono stati contro lo Stato islamico. La Russia ribatte che si tratta di accuse infondate e con Washington apre canali diretti tra i comandi militari per evitare incidenti. Il Cremlino deve spiegare ai russi il motivo di questa “terza guerra mondiale”. Tutte le religioni tradizionali appoggiano compatte i raid aerei, ma il 69% della popolazione è contrario all’aiuto militare ad Assad.

    Mosca (AsiaNews) - Per la prima volta dal 2008 - quando Mosca entrò in guerra con la Georgia - con la ‘benedizione’ anche dei leader musulmani e ortodossi del Paese - la Russia ha inviato truppe per operazioni militari in Siria.

    Al ministero della Difesa spiegano che la lotta è  “contro l’Isis e i gruppi terroristi in Siria”, lasciando nell’ambiguità il reale obiettivo delle forze russe, che secondo gli Usa sarebbe non solo lo Stato islamico, ma anche i gruppi armati d’opposizione - sostenuti da Washington - che combattono il presidente Bashar al Assad. Proprio attorno al futuro di Assad si sta giocando il negoziato politico che continua di pari passo con le iniziative sul campo. I primi raid, secondo Washington e i ribelli, hanno colpito zone che non sono in mano all'Isis (facendo anche 36 vittime tra i civili). Mosca invece sostiene che nel mirino sono finite le infrastrutture del Califfato.

    Il presidente Vladimir Putin - che solo due giorni prima, il 28 settembre - all’Onu aveva incontrato il collega Usa Barack Obama nel tentativo  un’azione coordinata sulla crisi siriana, ha voluto sottolineare che la Russia “non ha intenzione di tuffarsi in questo conflitto” e si limiterà al “sostegno aereo” all’esercito siriano impegnato nella “lotta legittima contro i terroristi”. I due punti su cui il Cremlino insiste - per motivi di politica interna e per giustificare la sua mossa davanti alla comunità internazionale - sono “la difesa degli interessi nazionali” e la legalità delle operazioni, “pienamente nel rispetto del diritto internazionale”. La lotta al terrorismo internazionale si può svolgere in base a una risoluzione dell’Onu oppure a una richiesta di aiuto militare del Paese interessato”. Putin ha spiegato che “nessuno dei nostri partner internazionali ha questi requisiti”, ribadendo che Mosca ha ricevuto una richiesta ufficiale di Assad per aiuto militare. Secondo il portavoce del Cremlino, di tutti i Paesi impegnati in raid contro l’Isis, solo la Federazione russa è quello che sta agendo nel rispetto della legge.

    Contatti militari diretti tra Usa e Russia

    Secondo Staffan De Mistura, inviato speciale dell'Onu, per la Siria l’intervento armato della Russia spezza, “sia pure in modo doloroso e alquanto rischioso, lo stallo nella guerra civile in Siria”. Di certo Mosca e Washington sono state obbligate a collaborare. Il frutto di una maratona di bilaterali avuti tra i capi delle rispettive diplomazie, Serghei Lavrov e John Kerry, a margine dell’assemblea generale dell’Onu, è stato l’annuncio di un accordo da realizzare al più presto una serie di colloqui tra comandi militari sui bombardamenti che le due potenze stanno effettuando nella Repubblica araba. L’accordo, come ha spiegato Lavrov, ha l’obiettivo di “evitare incidenti insensati”. Mosca lavora comunque già in coordinamento con Iraq, Siria e Iran, dal nuovo centro di informazioni aperto di recente a Baghdad e a cui ha chiamato ad unirsi tutti i Paesi interessati alla lotta all’Isis.

    Rassicurare l’opinione pubblica russa

    “Gli interessi nazionali” che il Cremlino sfodera per spiegare ai russi il motivo dell’intervento in Siria sono legati al rischio - già denunciato da mesi da intelligence e politica - che gli oltre 2.400 connazionali già arruolati dall’Isis ritornino prima o poi in patria. “Dobbiamo combatterli prima che arrivino da noi”, ha avvertito Putin. La Russia ha vissuto una serie di attentati contro i civili ad opera del terrorismo islamico del Caucaso, dove sono state combattute già due guerre. Il Daghestan, repubblica a maggioranza islamica nel sud, è epicentro di una forte instabilità ed è di fatto in costante regime anti-terrorismo. Numeri reali sul rientro di militanti dello Stato islamico però non sono noti e secondo gli esperti il fenomeno non è ancora iniziato.

    Stando a un recente sondaggio del centro indipendente Levada, il numero dei russi che nel conflitto siriano si schiera a favore del presidente Bashar al Assad è aumentato: in due anni sono passati dal 29 al 36%. Ma la maggioranza della popolazione (69%) è contraria all’invio di truppe a suo sostegno. Mosca deve spiegare ai russi perché, in un momento di forte crisi economica, “sta entrando nella terza guerra mondiale, contro i terroristi”, come ha scritto il quotidiano Kommersant. Nelle ultime settimane la tv ha fatto la sua parte, concentrando tutta l’informazione sulla crisi dei profughi dal Medio Oriente all’Europa e sui rischi del terrorismo islamico, dimenticando la guerra nell’Est ucraina, protagonista incontrastata per più di un anno di talk show e approfondimenti.

    Bisogna poi rassicurare la vasta comunità musulmana (20 milioni di fedeli) che non si tratta di una guerra che la Russia cristiana sferra all’Islam. Tutti i governatori delle repubbliche e regioni a maggioranza musulmana, in diversi telegiornali, hanno espresso il loro appoggio alla decisione del presidente. In soccorso del Cremlino sono arrivate le cosiddette religioni tradizionali, riconosciute nella legge sul culto religioso: ortodossia, ebraismo, buddismo e islam, che ieri in un comunicato del Consiglio inter-religioso hanno auspicato che i caccia russi “allontanino il terrorismo e accelerino il ritorno della pace”. Anche i muftì di Russia, che pochi giorni fa hanno assistito all’inaugurazione a Mosca della più grande moschea d’Europa, hanno subito appoggiato l’interventismo di Putin. Il primate ortodosso Kirill ha parlato di “decisione responsabile”, volta a “difendere la popolazione della Siria dal male causato dall’arbitrarietà dei terroristi”. “Crediamo che questa decisione avvicinerà la pace e la giustizia a questa antica terra”, ha aggiunto, citato da Interfax. Poco prima, il responsabile del Patriarcato per le relazioni tra Chiesa e società aveva parlato di “guerra santa” contro i terroristi. 

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