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    » 06/03/2009, 00.00

    ISLAM

    La crisi del mondo islamico, l’anti-americanismo e la lotta contro Israele

    Samir Khalil Samir

    I Paesi arabi e musulmani cercano la via per riaffermare dignità e diritti umani, ma si rinchiudono sempre più nell’islamismo che predica la Sharia e il Califfato. L’appoggio della politica americana a Israele e la corruzione dei regimi arabi alimentano la spinta fondamentalista. Il mondo islamico è in attesa di poter coniugare la sua fede con la modernità.

    Beirut (AsiaNews) - Nel mondo arabo e islamico si assiste a tutti i livelli ad una crescita del fondamentalismo, visto come soluzione ai nostri disagi. Ciò si manifesta anche in un’inchiesta pubblicata il 4 marzo da AsiaNews (cfr.: AsiaNews.it, 03/04/2009, Paesi islamici rifiutano al Qaeda, ma anche la politica americana), che mostra in 8 Paesi a maggioranza islamica un certo rifiuto di Al Qaeda e degli attentati contro la popolazione civile, e allo stesso tempo un rifiuto della politica americana in Medio oriente e nel mondo.

    1. Contro bombe e assassini

    L’inchiesta mostra che “una larghissima maggioranza, fra il 67 e l’89% condannano l’uso di bombe e assassini per raggiungere scopi politici e religiosi; più del 70% è contrario ad attacchi contro civili (in particolare americani)”.

    Questo significa che nel mondo islamico vi è ancora del buon senso. Ma allo stesso tempo è un segno grave: almeno il 30% appoggia tuttora “bombe e assassini” contro la popolazione civile.

    2. Contro le basi militari americane

    La seconda domanda mostra che “una larga maggioranza sostiene lo scopo di al Qaeda  di “spingere gli Usa a rimuovere le basi americane e le sue forze militari da tutti i Paesi islamici”. Fra questi vi sono l’87% degli egiziani; il 64% degli indonesiani; il 60% dei pakistani”.

    Questa posizione dei Paesi islamici verso gli Usa è abbastanza normale: non si capisce perché essi dovrebbero avere basi militari in tutto il mondo. Io stesso non lo capisco. Nessun Paese, o quasi – non l’Italia, il Giappone, la Gran Bretagna – ha stanziamenti militari nel mondo con relative concessioni territoriali. Ciò suppone la pretesa  degli Stati Uniti di essere i “gendarmi del mondo” per poter intervenire in ogni parte del globo.

    Questa pretesa urta la sensibilità di qualunque nazione, soprattutto 87% in Egitto; 84% in Indonesia; 60% in Pakistan. Chi dà questo diritto agli Stati Uniti? Solo la loro potenza. Questo è uno dei punti che rende gli americani non graditi, anche se loro non lo capiscono.

    3. La Sharia e il Califfato

    Un altro tema interessante dell’inchiesta è che il 65% degli egiziani; il 48% degli indonesiani; il 76% di pakistani e marocchini sostengono “la stretta applicazione della Sharia in tutti i Paesi islamici e l’unificazione di tutte le nazioni islamiche in un unico Stato islamico o Califfato”.

    Questi due punti - la stretta applicazione della Sharia e il Califfato - sono gravissimi e mostrano la crisi in cui versa il mondo islamico.

    Il Califfato è stato soppresso il 3 marzo 1924. Da allora il mondo islamico si sente spaesato, perso, e cerca un sostituto senza trovarlo. Anche i Fratelli Musulmani sono nati nel 1928 con questo scopo. Vi sono tanti gruppi fondamentalisti che creano delle zone e le chiamano “califfato”. Un quartiere a Baghdad è stato proclamato califfato. È il desiderio di mettere almeno un brandello di terra sotto il potere dell’Islam.

    Ma questa non è la soluzione. È un simbolo che mostra il bisogno di unità, ma bisogna rendersi conto che nel nostro tempo non è possibile parlare di un unico stato islamico, non ha più alcun senso. Il mondo non è retto dalla religione. Anche nei Paesi più islamizzati vi sono interessi particolari. La stessa AsiaNews ha pubblicato la notizia secondo cui l’Arabia saudita e l’Egitto hanno chiesto ai Paesi arabi di fare fronte unico contro l’espansionismo dell’Iran e contro l’intromettersi dell’Iran nella questione palestinese, che è una “questione araba” (cfr AsiaNews.it, 04/03/2009, Ministro saudita chiede strategia comune per affrontare la “sfida iraniana”). In tal modo si fa distinzione fra arabo e iraniano e l’elemento islamico passa in secondo piano. Certo, può anche essere che qui l’opposizione sia fra sunniti e sciiti, ma resta il fatto che il mondo non è retto dalla religione, o solo dalla religione. E voler fare uno Stato islamico unico è assurdo.

    Non lo dico solo io, ma è provato dalla storia: mai i Paesi arabi sono riusciti a fare l’unità, nemmeno fra due Paesi. L’Egitto ha cercato di fare la Repubblica araba unita, prima con la Libia, poi con la Siria e l’Iraq, ma tutto è naufragato. In arabo abbiamo un proverbio che dice: “…Ittafaqa l-‘Arab ‘ala allâ yattafiqû” e cioè: “Gli arabi si sono messi d’accordo nel non essere d’accordo”. L’unico momento in cui sono d’accordo è quando decidono di andare contro un terzo e spesso si perde (come è avvenuto contro Israele).

    4. Alla ricerca della dignità perduta

    Il desiderio di unità fra i musulmani è un bisogno assoluto. Ma l’errore è che l’unico modello che loro hanno è quello di uno Stato. Invece bisogna trovare un altro modello.

    E’ vero che c’è l’Organizzazione dei paesi islamici, che raccoglie 57 Paesi, ma non ha grande efficacia. La strada da percorrere sarebbe quella che tutti i musulmani si mettano d’accordo non a livello politico – dove invece gli interessi non sono identici – ma a un altro livello, quello dei principi e dei valori normativi

    Per quanto riguarda la stretta applicazione della Sharia, di nuovo è un sogno. È il desiderio di ritrovare una dignità, una statura internazionale che include la religione. Tutti i nostri Paesi si sentono umiliati. Essi sono guardati con poco rispetto: vi sono Paesi ricchissimi, ma dove la corruzione è alle stelle; Paesi dittatoriali; violenti;… Noi arabi non siamo fieri dei nostri Paesi e tutti cerchiamo qualcosa che ci permetta di alzare la testa e divenire così fieri da dire: Io sono egiziano, io sono saudita, io sono libico…

    L’applicazione della Sharia sembra essere la soluzione perché allora “noi saremo veri musulmani”. Questa tendenza si diffonde moltissimo (cfr. Fareed Zakaria, “Come convivere con l'islam radicale” sul Corriere della Sera del 4 marzo 2009, tradotto da Newsweek) ed è aiutata anche da governi occidentali. Nel mondo si diffonde l’idea di dare più spazio alla Sharia in cambio di pace. È una tendenza che si rileva in Pakistan, in Afghanistan, in Gran Bretagna, in Spagna e perfino in Italia.

    Questo significherà la chiusura di parecchie scuole di ragazze; l’interdizione di scuole miste, anche per bambini; divieto della musica; un diritto matrimoniale ingiusto verso la donna; ecc… La Sharia penetra infatti tutti gli ambiti della vita, ma è stata stabilita in un’altra epoca e in altri contesti, e non tiene conto dell’evoluzione della mentalità, della cultura, dell’etica fatta finora.

    Vi è dunque un desiderio di miglioramento etico e di principi,  per il quale l’Islam sembra la soluzione. In realtà, quando si applica la Sharia ci si accorge che questa non è la soluzione. La gente lo vede in Iran: l’entusiasmo per la Sharia non c’è più da molto tempo. Riproporre la Sharia è una strada sbagliata: occorre invece affermare dei principi etici, generali, rispettando la visione musulmana, ma distinguendola dalle diverse culture presenti nello stesso mondo musulmano.

    Come conciliare l’unicità dell’Islam e la molteplicità di queste culture, la diversità delle scelte politiche ed economiche degli Stati musulmani? Questa è la vera domanda a cui non si dà risposta o si dà risposta in modo monco

    In profondità la gente non sogna il Califfato o la Sharia, anche se questi sembrano garantire qualche aspetto di giustizia, di onestà, democrazia. La gente sogna questi valori che mancano nei nostri Paesi!

    5. Il rifiuto dell’occidente e l’apprezzamento di Bin Laden

    Nell’inchiesta si registra una forte reazione contro i “valori occidentali”  che registra il sostegno dell’88% in Egitto, del 76% in Indonesia; del 60% in Pakistan e del 64% in Marocco. È strano che si voglia escludere dei valori, anche se nati in occidente.

    Tutto ciò è segno di un malessere in tutto il mondo islamico, che cerca un’identità specifica, non sottomessa o indipendente (e in opposizione) a quella degli altri. Io spero che potremo cercare questa identità senza opporsi agli altri, che è un atteggiamento da adolescente (per affermarsi bisogna opporsi). È da tanto tempo, da molti decenni, che cerchiamo noi stessi.

    Occorre ritrovare quello che i nostri antenati hanno cercato di fare agli inizi del XX secolo, quando hanno deciso di prendere dall’occidente tutto ciò che è positivo: non solo la tecnologia – come fanno adesso i terroristi – ma anche la ricerca dei diritti umani, di uguaglianza, democrazia, libertà di pensiero e di parola. Sono dei valori nati in occidente, ma sono universali e non occidentali. Penso ai grandi pensatori musulmani egiziani come l’imam Muhammad ‘Abdoh, il cheikh Abd al-Razeq, il ministro Taha Hussein, e tanti altri. E vi sono altri valori universali che l’occidente tenta di disprezzare: i valori morali, il rispetto e l’amore al povero, all’anziano. Occorre fare una sintesi.

    6. Come situarsi di fronte a Bin Laden?

    La quinta risposta, sui “sentimenti positivi” o “negativi” verso Bin Laden. l’Egitto mostra un appoggio per il 44%; i Territori palestinesi con il 56%; negli altri Paesi,  i “sentimenti positivi” verso di lui giungono al 14% in Indonesia; 25% in Pakistan; 27% in Marocco; 27% in Giordania; 9% in Turchia; 4% in Azerbaijan

    Cosa significa questo? Significa che per la gente Bin Laden è “un buon musulmano”, convinto di applicare l’Islam. Spesso in occidente si sente dire che “Bin Laden non c’entra con l’Islam”; il mondo islamico invece pensa che egli sia una figura che cerca di applicare l’Islam in modo integrale. I più critici verso di lui, sono quelli che hanno sperimentato altre modalità di vita, ad esempio il mondo turco e l’Azerbaijan, due Paesi molto secolarizzati.

    Nei Paesi arabi vi sono anche “sentimenti negativi” (17% in Egitto; 20% nei Territori palestinesi; 21% in Marocco; 20% in Giordania). Vi sono dunque sentimenti contrastanti, ma che si equiparano. Il che mostra l’importanza della figura chiave del fondamentalismo e del terrorismo islamico. Ciò che in occidente è visto come una piaga mondiale,  da molti arabi è visto come un “difensore dell’Islam”.

    7. La politica degli Stati Uniti e Israele

    Un ultimo punto riguarda gli Stati Uniti e la loro politica che favorirebbe l’espansione d’Israele. Così la pensano l’Egitto (86%); la Turchia (78%); il Marocco (64%); il Pakistan (52%); l’Indonesia (47%); l’Azerbaijian (43%). I Territori palestinesi giungono fino al 90% e perfino la pacifica Giordania giunge all’84%.

    È la realtà: la politica americana – anche al di là della propria volontà – favorisce l’espansione d’Israele. La nuova amministrazione Usa dovrebbe tenere conto di questo, perché ciò provoca un aumento del risentimento verso gli americani e rafforza il terrorismo anti-occidentale.

    Sull’altro aspetto, secondo cui la politica americana avrebbe come scopo “la creazione di uno Stato palestinese indipendente ed economicamente possibile”, i palestinesi hanno votato “sì” per il 59%. Degli altri, solo  una percentuale del 30% circa si è espressa in modo positivo. Ma anche questo è un dato di fatto. Negli ultimi tempi dell’amministrazione Bush e (speriamo) con questa nuova amministrazione Obama, gli Stati Uniti continuano ad affermare che occorre attuare la politica di “due popoli; due stati”.

    Ma se si vogliono due Stati, bisogna farli nascere nella legittimità e devono essere due. L’espansione di Israele, ai danni dei palestinesi, è illegittima. Finché ci sarà questa espansione non potrà nascere uno Stato palestinese e la guerra continuerà per secoli.

    Questo atteggiamento ambiguo rende difficile l’amicizia con gli Stati Uniti; nei nostri Paesi c’è molta attrazione verso di loro, ma c’è anche condanna. La nuova amministrazione ha la possibilità e l’occasione di chiarire questa ambiguità,  questo loro stretto legame con Israele che li porta a mettere da parte i diritti degli altri. Se questo non avviene, sarà un male per tutti: essi saranno combattuti e la pace sarà più lontana. Questo è un nodo del mondo arabo e islamico. Non che il mondo arabo sia pronto a dare la vita per la Palestina, o a difenderla, ma questa è un’ingiustizia vissuta come inaccettabile. Occorre una decisione coraggiosa non a favore degli Arabi, ma a favore della giustizia e della pace, senza avere due pesi e due misure.

    Conclusione : Per guarire le piaghe

    Alla fine, questa inchiesta rivela la crescita del fondamentalismo islamico a tutti i livelli, come soluzione ai disagi del mondo arabo e musulmano. Eppure i nostri disagi vengono proprio  dall’islamismo, cioè dal fondamentalismo islamico. Per questo non vi è soluzione: il problema è chiudere con l’islam fondamentalista e aprire a un islam aperto alla modernità e alla democrazia. Purtroppo i nostri governi, anche se non vogliono essere islamisti, non hanno un modello a cui riferirsi. Forse c’è qualche novità a Dubai: lì ci si accorge che vi è uno sforzo per offrire un’immagine che combini l’islam e la modernità, Ma è un Paese troppo piccolo, è giovane, ha una maggioranza di stranieri e non ha problemi di povertà.

    Vale invece la pena sottolineare i dati che presenta l’Egitto, sempre più islamizzato. I suoi capi non sono islamisti, ma hanno costituito un regime autoritario diventato insopportabile. L’Egitto fa paura perché è il Paese arabo più numeroso (quasi 80 milioni di persone); un Paese guida per il mondo arabo; uno dei pochi ad avere rapporti con Israele. Eppure il fondamentalismo aumenta e si accresce come critica al potere politico, quasi assoluto.

    L’islam è usato come strumento contro le piaghe che ci affliggono. Ma le piaghe che abbiamo, non succedono perché “non siamo musulmani”, ma perché non vi è giustizia, democrazia, rispetto per i diritti umani. In realtà il mondo musulmano cerca i diritti umani, ma non sappiamo come attuarli e mentre pensiamo a questi, attuiamo la Sharia, che è la loro negazione, almeno in buona parte.

    È tempo di chiarire questa ambiguità.

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