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» 26/04/2011
LIBIA
La guerra di Libia, un altro Vietnam
di Maurizio d'Orlando
L’escalation militare sembra andare oltre le premesse e il mandato dell’Onu. Inascoltato il papa e il vescovo di Tripoli, che chiedono spazio per la diplomazia e no alle armi. La guerra fra i ribelli libici e l’Italia (agli inizi del ‘900) è durata circa 20 anni. Con l’intervento militare si conclude la fase iniziata con la pace di Vestfalia: è la fine della democrazia occidentale.

Milano (AsiaNews) - Lo spettro di un nuovo Vietnam si affaccia nel Mediterraneo. Quello che fino a un mese fa veniva chiamato “intervento umanitario” per salvare i libici dalle violenze di Gheddafi è ormai divenuta una guerra. Nonostante gli appelli di Benedetto XVI (anche il giorno di Pasqua) a favorire la diplomazia sulle armi, l’Italia ha ormai deciso un’escalation, offrendosi di bombardare “obbiettivi in Libia”. Giorni fa gli Stati Uniti hanno dato l’ok all’uso di aerei droni per colpire obbiettivi militari (gli stessi droni che in Pakistan fanno vittime fra i civili).
 
Il punto di svolta è avvenuto il 20 aprile scorso. In un incontro a Roma tra i ministri della Difesa di Gran Bretagna ed Italia è stata ufficializzata la decisione di inviare in Libia, a sostegno dei ribelli, dieci istruttori militari da parte di ciascuno dei due Paesi. Questi istruttori militari si aggiungono a quelli francesi già presenti in maniera ufficiale, dopo che già agli inizi di marzo la Francia ha riconosciuto il Consiglio Nazionale Libico di Bengasi, il Comitato degli insorti, come unico organo di governo in rappresentanza della Libia. Gli istruttori italiani ed inglesi andranno così ad aggiungersi alle unità di truppe delle forze speciali inglesi e francesi già da mesi in territorio libico in maniera non ufficiale.
 
La decisione è stata presa dopo che il giorno precedente, il 19 aprile, il ministro italiano della difesa, Ignazio La Russa, era stato convocato a Washington a colloquio con il ministro della Difesa americano Robert Gates. Con tale decisione la guerra in Libia è ad un punto di svolta, in preparazione dell’operazione Eufor Libya, spiegata ufficialmente dal ministro finlandese degli esteri Alexander Stubb. Si tratta dell’invio in Libia di forze militari terrestri, ufficialmente per formare un corridoio umanitario per l’evacuazione della popolazione civile di Misurata. Secondo Stubb la decisione europea dipende solo da una richiesta dell’Onu o della Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite di Coordinamento degli Affari Umanitari.
 
Quello in Libia viene in effetti ancora presentato come un intervento umanitario. Cosa ci sia di umanitario nell’operazione programmata in Libia non è davvero chiaro. Infatti, finora non ci sono stati riscontri alla campagna propagandistica preventiva lanciata da vari organi di stampa e da alcuni emittenti televisive. Si diceva, ad esempio, che già nelle prime settimane tra i civili vi sarebbe stato un totale di 10 mila morti. Al Jazeera (l’emittente televisiva di matrice islamica con sede nel Qatar) aveva asserito che l’aviazione libica avrebbe bombardato dei civili che manifestavano contro il governo. Questa notizia, successivamente, si era rivelata falsa, ma aveva fornito il pretesto per far passare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la risoluzione 1973. La delibera era passata senza che Cina e Russia ponessero il veto – come era loro diritto. In base ad essa le Nazioni Unite autorizzavano i Paesi membri ad istituire il blocco dello spazio aereo libico. In tal modo si voleva impedire che gli aerei dei reparti dell’aviazione libica fedeli al governo di Tripoli si potessero levare in volo per sedare la rivolta.
 
Anche la rete televisiva statale inglese, la Bbc, un tempo considerata autorevole per la propria indipendenza nel riferire le notizie, si è dovuta piegare alle esigenze della propaganda di guerra. Per giustificare un intervento con truppe di terra ha affermato che le truppe fedeli a Gheddafi avrebbero utilizzato bombe a grappolo contro i civili a Misurata, un’azione atroce contro la propria stessa popolazione. Essa non è proprio un “crimine di guerra” perché non attuata contro territorio nemico, ma sarebbe stato sufficiente a dare un connotato “umanitario” all’intervento militare.
 
Il governo di Tripoli ha, però, smentito ed ha avuto gioco facile. Noi, ha detto un suo portavoce, non solo non siamo dei criminali che utilizzano bombe a grappolo contro i civili, ma non siamo nemmeno imbecilli. Le bombe a grappolo lasciano, infatti, tracce evidenti per giorni e mesi, che la Bbc non ha mostrato, e fornire una così grande arma propagandista a chi ci bombarda sarebbe stato da veri idioti. Infine, anche la situazione a Misurata sembra differente da quella che viene descritta da molti organi d’informazione. Negli ospedali della città il numero delle donne ricoverate con ferite dovute agli scontri è solo il 3% e questo fa ritenere che i ricoverati siano per lo più combattenti armati e non civili estranei ai combattimenti.
 
Quanto all’Onu, il suo voltafaccia rasenta l’ipocrisia. Fino a pochi mesi prima del conflitto, le Nazioni Unite consideravano la Libia di Gheddafi uno dei migliori Paesi dell’Africa dal punto di vista di qualità della vita, distribuzione della ricchezza, istruzione, salute, servizi medici alla popolazione. Che cosa davvero giustifica dunque l’intervento militare a fini umanitari? Probabilmente non lo sapremo mai, come mai abbiamo saputo dove sono andate a finire le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Eppure proprio questa era stata la motivazione ufficiale addotta per giustificare l’invasione dell’Iraq.
 
Qui non si afferma che Gheddafi sia esente da macchie e colpe o anche solo da possibili critiche, è ovvio. Altrettanto evidente, però, è che in Libia non c’è stata una pacifica protesta popolare, ma una rivolta armata o un progetto di secessione che qualsiasi Stato non può permettere che si verifichi, se vuole preservare la propria indipendenza e sovranità nazionale. Reprimere una sedizione militare o una secessione comporta l’uso della forza. Gheddafi non è certo Abramo Lincoln, ma anche gli Usa nella loro storia hanno combattuto una guerra civile e non certo per abolire lo schiavismo – visto che alcuni Stati del Nord rimanevano schiavisti – ma perché gli Stati Confederati del Sud – ed alcuni di essi non erano schiavisti – avevano proclamato la secessione.
 
Nel caso di Gheddafi erano appena iniziati gli scontri, i fatti non erano ancora ben noti e già contro di lui era stato spiccato mandato di cattura internazionale per “crimini contro l’umanità”. Gheddafi deve andarsene, questo afferma la Nato, questo è l’obbiettivo della guerra, ma non si sa bene nemmeno dove. Probabilmente, nelle speranze di chi l’ha messa in atto e di chi l’ha fomentata, l’insurrezione si sarebbe dovuta concludere in breve tempo con la fuga o la cattura di Gheddafi. Così non è stato e quella che avrebbe dovuto essere una breve vittoriosa rivolta, un colpo di mano, si è trasformata in una guerra civile, fomentata, finanziata ed armata dall’esterno.
 
Questo intervento “umanitario” in Libia, è perciò in realtà una guerra ed a prima vista sembrerebbe una guerra di tipo neo-coloniale. Bloomberg[1] riporta, infatti, che la prima cosa che hanno fatto i ribelli è stata di costituire una Banca Centrale a Bengasi ed una Compagnia Petrolifera Nazionale sempre a Bengasi.
 
Chi affronta una guerra deve porsi il quesito sul costo e sulla possibile durata del conflitto. Come le insurrezioni “spontanee” in Egitto ed in Tunisia, anche il bombardamento aereo franco-inglese sulla Libia era stato programmato da tempo, addirittura dal 2 novembre dello scorso anno, data in cui: “la Francia e la Gran Bretagna hanno firmato degli accordi di cooperazione senza precedenti in materia di difesa e di sicurezza”. Così è, infatti, scritto letteralmente nella presentazione del sito congiunto dell’aeronautica militare francese e britannica[2]. In esso viene descritta un’esercitazione, la “Southern Mistral 2011”, in cui, dietro il nome in codice di Southland, una dittatura che attacca gli interessi nazionali francesi, è facile intuire il chiaro riferimento alla Libia. Probabilmente ci si era resi conto che, a differenza di Ben Alì e di Hosni Mubarak, Gheddafi aveva un suo progetto politico in cui credeva e non avrebbe tolto subito il disturbo. Per convincerlo si pensava perciò che sarebbero bastate un po’ di bombe. Purtroppo gli arsenali europei sembra abbiano esaurito le riserve di bombe e Gheddafi non se n’è ancora andato.
 
Fin dall’inizio del conflitto, mons. Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, ha auspicato trattative politiche, ma né la Nato, né il Consiglio Nazionale Libico di Bengasi pare vogliano sentirne parlare. Sembra essere tornati all’epoca della Grande Guerra, lontano frutto anch’essa di un accordo franco-britannico (la “Entente cordiale” siglata nel 1904). Anche nel 1914 i franco-britannici pensavano che si sarebbe trattato di una breve guerra, e dopo pochi mesi le munizioni dovettero essere importate dagli Usa. Anche nel 1917 le forze dell’Intesa, che oltre alle munizioni avevano a quel punto esaurito ogni altra risorsa e la possibilità di ottenere ulteriori finanziamenti, rifiutarono le trattative di pace proposte da Carlo I d’Austria – poi dichiarato Beato dal papa Giovanni Paolo II. Anche in quella occasione non si diede ascolto alla voce della Chiesa, gli appelli dell’allora papa Benedetto XV a porre fine alla "inutile strage". Arrivarono in soccorso un milione di soldati americani sul suolo europeo e l’Intesa ebbe la sua vittoria senza compromessi. Ne nacque, però, anche la Rivoluzione Bolscevica e la Russia per 73 anni è stata afflitta dalla dittatura sovietica che ha fatto da 60 a 80 milioni di vittime sul suolo russo e molte di più nel mondo intero ed in Cina in particolare. Oggi, non sembra che gli Usa vogliano per il momento impegnare truppe di terra, come nel 1917. L’intervento perciò dovrà essere gestito dagli europei. L’esperienza coloniale italiana mostra però che difficilmente si potrà trattare di un impegno di breve durata: dal 1911 la guerriglia libica contro l’occupazione italiana durò circa vent’anni. La Libia sembra perciò avviarsi a diventare un nuovo teatro di guerriglia come lo fu il Vietnam per gli americani. L’invio di istruttori fa perciò riaffiorare ricordi sinistri, sembra preannunciare un nuovo “Vietnam” , il Vietnam europeo. Anche in Vietnam tutto ebbe inizio con basso profilo, ma poi vi fu un crescendo. Nel 1961 il presidente Kennedy iniziò ad inviare 900 istruttori militari. Alla fine del 1962 il loro numero era salito a 11mila. Nel 1969 le truppe americane arrivarono a toccare il picco con 543mila unità dislocate nel Paese.
 
Preoccupa anche la prospettiva che al posto di dirigenti nazionalisti arabi di stampo nasseriano (Hosni Mubarak, Gheddafi e Ben Alì) si installino nel Mediterraneo ed in tutti i paesi arabi capi islamici ed estremisti – salafiti e quaedisti. In tal caso potrebbe davvero prefigurarsi uno scontro tra fronte laicista ed uno islamista.
 
Quello che preoccupa inoltre è che l’impegno militare in Libia non è solo una guerra neocoloniale, ma potrebbe essere un passaggio davvero epocale, la fine di un’epoca iniziata con il Trattato di Vestfalia del 1648. In questo senso, le risoluzioni 1970 e 1973 dell’Onu sanciscono di fatto la fine del principio della sovranità nazionale e della non ingerenza negli affari interni (il noto principio del “Cuius regio, eius religio”) di un paese internazionalmente riconosciuto come sovrano ed indipendente. Si apre così la strada all’avvio di un direttorio mondiale, un governo planetario, cui si affiancherebbe una banca centrale mondiale. Se così fosse, la guerra di Libia segnerebbe la fine della democrazia occidentale e del sistema che si è andato sviluppando negli ultimi tre - quattro secoli.
 
 
 

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