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    » 05/07/2012, 00.00

    VATICANO - CINA

    La predica di Pechino: sull'ordinazione di Harbin il Vaticano è "barbaro e irrazionale"

    Bernardo Cervellera

    In un commento alla Nota diffusa da Propaganda Fide, l'Ufficio affari religiosi critica la Santa Sede che "soffoca la libertà ed è intollerante". Minacce di nuove ordinazioni episcopali "auto-elette" e "auto-ordinate", senza l'autorità del papa. Al Partito manca il senso della storia. Ma ha il senso degli "affari" e della corruzione: il controllo sugli "affari religiosi" frutta ai burocrati circa 13 miliardi di euro.

    Città del Vaticano (AsiaNews) - Nota contro Nota; scomunica contro scomunica; dolore vero contro dolore falso; teologia contro bassa politica: in risposta alla Nota diffusa dalla Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, sull'ordinazione senza mandato papale che si terrà a Harbin (Heilongjiang) il 6 luglio,  l'Ufficio affari religiosi della Cina ha subito riposto con una "Nota" da parte di un anonimo portavoce.

    Il fatto farebbe solo sorridere per il ridicolo di cui si copre la seconda potenza economica mondiale, che difende la "libertà religiosa" e "la tolleranza" e poi sequestra un sacerdote, p. Giuseppe Zhao Hongchun, solo perché è fedele alle indicazioni della Santa Sede.

    Con uno stile approssimativo e poco diplomatico l'Amministrazione statale per gli affari religiosi (Asar, il nuovo nome dell'Ufficio affari religiosi) ha diffuso infatti attraverso Xinhua di ieri tutto il suo stupore per l'atteggiamento vaticano, giudicato "scandaloso", "scioccante", "pieno di minacce", "barbaro e irrazionale".

    La Nota vaticana ricorda che nella Chiesa cattolica le nomine dei vescovi avvengono su mandato del papa e che trasgredire a questo elemento della fede porta "divisioni, lacerazioni e tensioni nella comunità cattolica in Cina". Ne è prova quanto succede ad Harbin in questi giorni in cui molti preti si nascondono per non partecipare alla consacrazione del vescovo illecito; e quanto succede in diverse parti della Cina, dove i vescovi scomunicati sono lasciati soli dai fedeli e i sacerdoti preferiscono entrare nelle comunità sotterranee.

    Per l'Asar è tutto il contrario: è l'atteggiamento vaticano, con le sue "accuse e interferenze" a creare "restrizioni alla libertà e intolleranza, minando un sano sviluppo della Chiesa cattolica in Cina e non portando alcun beneficio alla Chiesa universale".

    In questo raptus di amore "alla libertà" e contro "l'intolleranza", l'Asar - un'agenzia statale! - si mette a difendere le il candidato all'elezione, il p. Giuseppe Yue Fusheng, definito "devoto nella fede, moralmente a posto, onesto".

    Va detto che il Vaticano considera Yue un bravo prete, ma un po' debole per sostenere le responsabilità episcopali. Quello che alla "tollerante" Asar non piace è che vi sia qualcuno che abbia un'opinione diversa dalla propria, soprattutto in materie religiose!

    Il punto è infatti che l'Ufficio per gli affari religiosi non è un qualcosa che vigili su possibili criminalità delle religioni, ma vuole intervenire come una specie di "papa" nelle questioni squisitamente spirituali.

    Così l'Asar rivendica che i suoi vescovi, scelti dal Partito con il metodo della "auto-elezione" e della "auto-ordinazione", sono "uguali a tutti gli altri vescovi del mondo" e - a differenza di quanto dice il Vaticano - essi sono "leciti" e "validi" i loro sacramenti. Forse qualcuno dovrebbe spiegare a questi burocrati che il Medioevo e i vescovi che ricevevano l'investitura dall'imperatore sono morti da un pezzo. Basterebbe che si confrontassero coi Paesi vicini - Corea, Giappone, Singapore, Mongolia e perfino Vietnam - per vedere quanto indietro sono rispetto a un Paese moderno dove Stato e Chiesa sono distinti e non uniti nel potere politico.

    Ma il senso della storia è quanto di più manca alla burocrazia del Partito comunista cinese.

    Ne è prova la stessa Nota diffusa dall'Asar, in cui si afferma che "nel secolo scorso, negli anni '50, le minacce di scomunica del Vaticano hanno costretto la Chiesa cattolica in Cina a percorrere la strada dell'auto-elezione e dell'auto-ordinazione".

    Questi burocrati non si domandano: come mai l'auto-elezione e l'auto-ordinazione non è successo prima, nei secoli prima di Mao Zedong? Proprio non si rendono conto che la politica religiosa di Mao è un'importazione straniera, proveniente dalla Russia di Stalin?

    E come mai in questa nuova stagione cinese in cui si cerca di purificare l'eredità di Mao Zedong, rimane ancora questo lascito disgustoso e umiliante per la Cina e per la Chiesa?

    Le conclusioni della Nota dell'Asar sono contraddittorie: mentre affermano di essere pronti al dialogo con il Vaticano, si rivendica "la libertà" (e la minaccia) di voler continuare con vescovi "auto-nominati" e "auto-ordinati". A parte la poca diplomazia manifestata in questa posizione, si percepisce un senso di paura. Se infatti venissero ordinati vescovi non scelti dai burocrati del Partito, ma personalità davvero interessate alla Chiesa e alla società, forse verrebbero a galla tante denunce di corruzione, di ruberie, di intascamento di proprietà che sottratte all'uso perla Chiesa e per il popolo, sono divenute la base del loro benessere e del loro potere economico. Secondo un calcolo dell'Holy Spirit Study Centre di Hong Kong, sotto il manto del controllo comunista, i dirigenti degli "affari religiosi" intascano proventi per "affari economici" per circa 130 miliardi di yuan (circa 13 miliardi di euro).

    Per questo vale la pena dare un consiglio al presidente Hu Jintao: nella sua lotta alla corruzione e per maggiore moralità nel suo Partito, dia la piena libertà religiosa alla Chiesa e alle religioni.

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