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  • » 05/12/2017, 08.37

    RUSSIA-UCRAINA

    La riconciliazione possibile fra Mosca e Kiev

    Vladimir Rozanskij

    Il Sinodo straordinario per i 100 anni della restaurazione del Patriarcato di Mosca, ha rivolto un appello per il ritorno alla comunione con il Patriarcato di Kiev. La risposta di Filaret , molto positiva,  chiede perdono e offre perdono. Da anni vi sono prevaricazioni, espressioni di odio, sequestri di chiese. L’invasione della Crimea ha acuito la divisione. Il governo ucraino rema contro.

    Mosca (AsiaNews) - Si è chiuso il 2 dicembre scorso a Mosca il Sinodo straordinario dei vescovi della Chiesa Ortodossa Russa, che celebra solennemente i 100 anni dalla restaurazione del Patriarcato. Oltre all’esame della delicata questione del riconoscimento delle spoglie dei “santi martiri imperiali”, e alla valutazione di una serie di questioni disciplinari della vita ecclesiastica, il Sinodo ha rivolto un appello alle giurisdizioni ortodosse “separate” dell’Ucraina, per ripristinare la “comunione eucaristica e della preghiera”, ricevendo in risposta una missiva del principale interlocutore in questo difficile dialogo, il patriarca Filaret di Kiev (a destra nella foto 1). La lettera è stata accolta dai vescovi russi come un passo verso una possibile ricomposizione del conflitto.

    Il metropolita di Kiev Filaret (Denysenko) è attualmente il capo della Chiesa staccatasi da Mosca all’inizio degli anni ’90, con il titolo appunto di Patriarca di Kiev e di tutta la Rus’-Ucraina, in opposto parallelismo al titolo moscovita. Filaret divenne metropolita di Kiev nel lontano 1966, come membro di spicco del gruppo di vescovi “collaboranti” con il regime sovietico guidato dal carismatico metropolita Nikodim (Rotov) di Leningrado, morto nel 1978 nelle braccia del papa Giovanni Paolo I a soli 49 anni. Filaret era suo coetaneo, ed è sopravvissuto altri 40 anni all’amico-stratega dell’ecumenismo e del compromesso necessario per la salvezza della Chiesa.

    Nel 1990, in piena fase di dissolvimento del comunismo sovietico, Denysenko si trovò a competere con un altro metropolita della classe del ’29, Aleksij (Ridiger) di Leningrado, che lo sconfisse all’elezione patriarcale ancora in parte controllata dai funzionari del regime di Gorbacev. L’anno seguente, con il crollo dell’Unione Sovietica, il metropolita di Kiev seguì la svolta scissionista del presidente ucraino Leonid Kuchma, separandosi da Mosca e proclamando la Chiesa Ucraina come vera erede dell’antica Rus’. Il Sinodo russo, presieduto da Aleksij, lo scomunicò nel 1992, e Filaret si prese la sua rivincita auto-proclamandosi Patriarca nel 1995. Da allora, l’ortodossia ucraina è rimasta spaccata in due: i territori orientali sono rimasti fedeli a Mosca, ma nel resto del Paese prevale la Chiesa “non canonica” e non riconosciuta dagli altri patriarcati ortodossi. Il quadro si complica ulteriormente per la presenza di altre giurisdizioni concorrenti, tra cui la “Chiesa libera”, clandestina ai tempi sovietici, sostenuta da Costantinopoli e onorata dalla memoria di molti martiri perseguitati, in contrasto con i vescovi “di regime” a Mosca e Kiev. Nelle provincie occidentali del paese, inoltre, già dal 1990 si è ricostituita la Chiesa greco-cattolica, a sua volta vittima di tante persecuzioni, che si differenzia da quelle ortodosse unicamente per il ricordo liturgico del Papa di Roma al posto di uno dei vari patriarchi.

    La riconciliazione oggi tra Filaret e il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev, a sin. nella foto 1), che fu suo discepolo e che oggi è il grande ispiratore della nuova missione russa della “Terza Roma”, potrebbe aprire la strada a una progressiva convergenza di tutte le componenti del cristianesimo orientale ucraino, e mettere fine all’eterno conflitto con la Russia. Nella lettera al sinodo, il capo della Chiesa di Kiev chiede di “mettere fine alle contrapposizioni, e annullare la sentenza di scomunica e le punizioni disciplinari (preshenija) sancite a partire dal 1992, e continuamente inasprite contro i fedeli che si sottomettono al “patriarcato non canonico”. Filaret confida che la Chiesa russa sia in grado di fare dei passi “indispensabili per il bene dell’Ortodossia… come vostro confratello e concelebrante, chiedo perdono in tutto ciò per cui ho peccato in parole, opere e con tutti i miei sensi, e a mia volta perdono tutti di cuore”. La lettera si chiude con il saluto “Nell’amore di Cristo - il vostro confratello Filaret”, e la semplice firma senza titoli altisonanti.

    L’anziano patriarca dissidente ha sorpreso decisamente l’opinione pubblica dei due Paesi in conflitto, visto il perdurare delle reciproche accuse di prevaricazioni e istigazione all’odio. Le reazioni del Sinodo moscovita sono di cauta soddisfazione, conoscendo il carattere impulsivo dell’antico compagno di avventure dei tempi sovietici, e si attendono passi concreti nella restituzione di chiese sottratte al controllo di Mosca, e altre necessarie misure di vera ricomposizione delle diatribe. Non vi è dubbio che, se alle parole seguissero i fatti, la riunione delle due Chiese potrebbe avvenire in tempi brevissimi, non essendovi ragioni più profonde o teoriche di divisione, oltre alla contesa storica e organizzativa.

    Anche le autorità ucraine non avrebbero strumenti per impedire una riappacificazione, che va nel senso opposto al tentativo di staccare sempre di più da Mosca i fedeli ucraini, come vorrebbe il presidente Poroshenko con la Rada parlamentare. Se Filaret, rinunciando per l’età al ruolo patriarcale, riconoscesse l’autorità del metropolita Onufrij di Kiev, di obbedienza moscovita, la Chiesa russa ritroverebbe in modo imponente la pienezza della propria grandezza storica. Dovrebbe certamente lasciare alla parte ucraina la massima autonomia, che sulla carta già viene riconosciuta, ma senza temere un vero e proprio scisma, cha ridimensionerebbe di molto il prestigio di Mosca.

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