16/01/2019, 10.56
HONG KONG-VATICANO-CINA
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Lettera aperta: Ripensare il futuro della Chiesa cattolica di Hong Kong

E' indirizzata alla Curia diocesana da parte di un gruppo di cattolici, in maggioranza giovani. Pur apprezzando l’opera educativa e caritativa della Chiesa finora, i firmatari domandano che la diocesi non sia “vassalla” della Cina, e concluda la fase “coloniale” della sua opera, come supplente di servizi. L’impegno dei cristiani anche in politica, difendendo la libertà religiosa dei fedeli in Cina e la libertà ad Hong Kong.

Hong Kong (AsiaNews) – Un gruppo di cattolici di Hong Kong, in maggioranza giovani, hanno sottoscritto e diffuso una lettera aperta dal titolo “Ripensare il futuro della Chiesa cattolica di Hong Kong”. Essa è idealmente indirizzata alla curia diocesana e a tutti i fedeli della diocesi, domandando loro un cambiamento di stile e di accenti nella missione della Chiesa locale. La lettera aperta è stata diffusa quasi all’indomani dei funerali di mons. Michael Yeung. Forse preoccupati di una possibile influenza di Pechino sulla scelta del nuovo vescovo, i firmatari chiedono alla diocesi di non essere “vassalla” della Cina, ma di sostenere la libertà religiosa dei cattolici cinesi e delle altre comunità religiose. Pur apprezzando il contributo culturale, educativo, caritativo che la Chiesa di Hong Kong ha offerto finora alla popolazione del territorio, nella lettera si domanda di terminare l’esperienza “coloniale”, tipica del periodo britannico, dove la Chiesa ha offerto servizi di supplenza. I firmatari chiedono anche che la Chiesa si impegni nel campo politico. I suoi membri devono lottare per salvaguardare la dignità delle persone e la libertà democratica di Hong Kong.  Ecco il testo integrale (traduzione italiana a cura di AsiaNews).

 

Ripensare il futuro della Chiesa cattolica di Hong Kong

Lettera aperta alla Curia diocesana da parte di un gruppo di cattolici

 

Ci rattrista molto il ritorno nella Casa celeste di mons. Michael Yeung all’inizio di questo mese. Poiché la diocesi non ha un vescovo coadiutore, la società si preoccupa sul tema della successione.

La diocesi di Hong Kong ha giocato per lungo tempo un ruolo importante nella società. Il vescovo diocesano è il legittimo amministratore in pienezza della diocesi. Le sue parole e i suoi gesti sono osservati da molti. In più, di recente il governo cinese ha accresciuto la sua persecuzione verso la libertà religiosa e la libertà e lo stato di diritto in Hong Kong stanno svanendo. In ogni caso, in questo preciso momento, la Santa Sede ha deciso di impegnarsi in un avvicinamento con il governo cinese, seminando incertezze fra i fedeli, come pure fra i non cattolici. È perciò inevitabile che attragga molta attenzione [la questione di] chi andrà a guidare la Chiesa cattolica di Hong Kong.

Di fronte a sfide esterne ed interne

Vi sono persone che dicono che ultimamente il numero di conflitti è diminuito, e che la nostra società sta procedendo verso l’armonia. Essi dicono che questo è un buon segno. Eppure, sotto questa superficiale armonia vi è in effetti un forse senso di impotenza da parte di molti. I giovani perdono la speranza e vi sono pericoli potenziali. È in preparazione una legge sull’inno nazionale, e sta per tornare una legge sull’Articolo 23 della Basic Law, che la diocesi ha combattuto con forza 16 anni fa. Si avvicinano minacce alle libertà religiosa e di associazione. Il governo continua a perseguire attivisti, il divario fra ricchi e poveri si allarga sempre di più, gli studenti soffrono sotto pressioni scoraggianti e vi sono segni di una nuova ondata di migrazione. L’armonia di cui si è detto è in realtà soffocamento sotto l’autoritarismo, non una pace basata sulla giustizia che la nostra Chiesa predica: “Non vi può essere pace vera o sostenibile e stabilità nella società senza la giustizia” (“Riforma elettorale e benessere della società di Hong Kong”, Lettera pastorale del card. John Tong).

Dalla salita al potere di Xi Jinping, il governo cinese si è scatenato con un pugno di ferro sulla società civile. Croci bruciate, chiese distrutte, musulmani dello Xinjiang mandati in campi di detenzione, attivisti per i diritti umani arrestati, “popolazione dei livelli più bassi” espulsi [dalle città] in modo forzato. Il governo di Xi adotta anche una politica dura verso Hong Kong. Attraverso il governo della Regione ad amministrazione speciale, esso opprime i dissidenti in nome del nazionalismo. Il principio “Una nazione, due sistemi” è divenuto lo zimbello della comunità internazionale.

Per la diocesi di Hong Kong non è possibile prosperare da sola. Se libertà di parola e di assemblea vengono ridotti, subito dopo succederà così alla libertà religiosa. Ad esempio, se passa la nuova legge sull’inno nazionale, anche le scuole cattoliche dovranno sottoporsi ad esso. La nostra educazione cattolica, che sottolinea l’educazione morale e civica, sarà incatenata al nazionalismo sostenuto dal Partito comunista cinese. La Chiesa condivide le gioie e i dolori di tutti. Le piaghe che colpiscono gli oppressi sono anche le piaghe che la Chiesa deve affrontare.

L’accordo provvisorio firmato da Santa Sede e Partito comunista ha fallito nel fermare la persecuzione. Al contrario, la persecuzione è divenuta più intensa a causa di esso. In questo momento critico se la diocesi di Hong Kong sostiene l’accordo senza alcuna riserva e rifiuta di esprimere delle critiche giuste, rischia di essere marginalizzata o peggio, scomparire. Se la Santa Sede riduce la posizione storica speciale della diocesi di Hong Kong, questa rischia di divenire un semplice vassallo della Chiesa in Cina. E se la Chiesa in Cina è sotto la morsa di ferro del Partito comunista, anche la diocesi di Hong Kong sarà messa sotto gli artigli del Partito.

Oltre alle minacce esterne, la diocesi ha di fronte anche difficoltà interne. L’origine di queste difficoltà sta nel fatto che le nostre vite di fede non riescono a rispondere al Kairos, ai segni dei tempi. Avere un crescente numero di battezzati ogni anno non significa di per sé progresso. La pastorale della diocesi si basa sull’offrire servizi caritativi, nella mancanza di critiche contro le ingiustizie sociali e i mali strutturali.  I fedeli sono educati a focalizzarsi sulla moralità privata e familiare. La partecipazione sociale, che è un’altra forma di formazione spirituale, è messa ai margini, basandosi sulla retorica del tipo: “la Chiesa non fa politica” e “politica e religione sono separate”.

Al presente la diocesi promuove il servizio dei giovani. Eppure, anche a questo livello, l’attenzione non va oltre la formazione personale e l’organizzare eventi festaioli di massa. Il ministero profetico dei laici, come pure la dottrina sociale della Chiesa rimangono ai margini della formazione diocesana. La spiritualità è la radice della pratica religiosa. Ma se la spiritualità sottolinea soltanto il bene personale, l’etica privata e resiste all’impegno e alla responsabilità pubblici, non incoraggerà i laici a continuare una cultura che strappa la fede dalla società, attenta solo alla santità personale, preoccupata solo dell’escatologia?

Ritorno alle radici della Chiesa

Quali sono le vie d’uscita? Non osiamo dire che possiamo offrire una soluzione perfetta. In ogni modo, attraverso un cauto discernimento, siamo giunti alle analisi e ai suggerimenti che seguono, e vorremmo offrirli ai nostri pastori e leader nella Chiesa. Al nocciolo della questione, la diocesi deve rinnovare il suo discorso sul ruolo della Chiesa, la sua posizione e la sua missione. Rifiutare i pensieri del mondo e ricostruire la missione locale basata sulla spiritualità.

1.Rigettare una Chiesa coloniale

Anzitutto la diocesi deve iniziare un processo di decolonizzazione. Fin dai tempi del dominio britannico, la diocesi se è auto-posizionata come la collaboratrice del governo e ha provveduto a ogni tipo di servizio sociale. Il governo coloniale, per ridurre il suo proprio carico e le responsabilità sociali, ha naturalmente accolto la proposta della Chiesa. Non c’è dubbio che questo rapporto abbia permesso alla Chiesa di agire in modo fedele nel suo ruolo di servizio. La Chiesa ha dato sostanziali contributi, fondando molte scuole eccellenti, come pure organizzazioni di welfare e di medicina altamente sviluppate. Ma questa relazione ha reso la Chiesa dipendente dal favore del governo. Godendo di abbondanti risorse e di un alto status sociale, essa ha dimenticato l’obbligo di essere profetica.

Dopo il ritorno alla Cina [handover], a causa del drastico cambiamento politico, singoli preti e persone hanno cominciato a fare lo sforzo di adempiere al ruolo profetico. Eppure, non vi è alcun cambiamento significativo nelle piste seguite dalla pastorale diocesana. E la sua relazione con il governo non è passata attraverso alcun cambiamento strutturale. Sono già passati quasi 20 anni dall’ultimo Sinodo diocesano. Per la diocesi vi è un urgente bisogno di rinnovamento, di valutare le sue priorità pastorali, di esaminare la sua relazione con il governo.

2.Rifiutare una Chiesa come vassalla del regime

L’insegnamento della Chiesa è chiarissimo: essa non è un organismo sotto il governo. Il Catechismo lo afferma senza ambiguità: “La Chiesa, che a motivo della sua missione e della sua competenza, non si confonde in alcun modo con la comunità politica, è ad un tempo il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. ‘La Chiesa. . . rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadini’ [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 76]” (n. 2245).

Alcuni membri della Chiesa credono che in periodi di difficoltà, la Chiesa può proteggere i suoi spazi vitali, essendo amica del regime, e mantenendo una intima relazione con il governo. Questo giudizio è non solo astorico, ma anche egoista. In passato, alcune Chiese locali hanno scelto di essere amichevoli con governi autoritari, pensando che una tale strategia avrebbe dato ad essa la libertà. E’ vero che a queste Chiese è stato permesso di operare, e sono state garantite loro privilegi politici, ma esse hanno perso la fiducia dei fedeli e del popolo, come pure, hanno perduto la loro anima. La perdita deliberata di un alto livello morale è difficile da ricuperare. “Che giova all’uomo guadagnare anche il mondo intero, se poi perde sé stesso?” Matteo 16,26). Ma ciò che è più importante è che tale “strategia” è contro lo spirito di Cristo. Gesù Cristo vuole salvare tutte le anime, non soltanto le anime dei cattolici. La Chiesa dovrebbe difendere la dignità umana di tutti, non solo quella dei battezzati. Quando la Chiesa rimane vicina al potente e dimentica l’oppresso, perde di credibilità (riferimento a “Justitia Mundi”, documento del Sinodo del 1971).

Noi sosteniamo la separazione fra la Chiesa e lo Stato, non fra la politica e le religioni. Lo Stato e la Chiesa non devono essere sottomessi l’uno all’altro. Tale separazione non porta a dire che la Chiesa non può impegnarsi negli affari pubblici. Al contrario, per vivere il suo ruolo profetico, la Chiesa ha la responsabilità di offrire la voce per difendere il bene comune e la dignità umana, e per camminare con gli oppressi, fino alla possibilità di contendere con lo Stato.

3.Rifiutare una Chiesa del nazionalismo

La diocesi di Hong Kong dovrebbe anche abbandonare il giogo del nazionalismo. Per lungo tempo, la diocesi ha giocato il ruolo di “Chiesa-ponte”, collegando la Chiesa in Cina con la Chiesa universale. E nei suoi passati documenti e pastorali, il nazionalismo è prevalente: “Hong Kong è parte della Cina”, “il sangue non è acqua”. Non abbiamo intenzionale di iniziare un dibattito su nazionalità e sovranità. Né vogliamo cambiare i sentimenti nazionali di molti dei nostri pastori. Ma volgiamo lettere in luce quanto segue: Il discorso nazionale è politico. Non è dottrina [sociale] della Chiesa, non è nemmeno una verità inalterabile. Mettendo al primo posto il nazionalismo, la diocesi non sarà capace di rispondere ai giovani che si domandano sulla loro identità nazionale, e ai fedeli che sono insoddisfatti e ansiosi vero la politica in Cina. A lungo andare, una tale priorità porterà la diocesi ad essere lontana dai giovani, bloccando lo sviluppo pastorale e causando dispute interne per nulla necessarie.

La “Chiesa-ponte” dovrebbe assistere la Chiesa in Cina a raggiungere la comunione con la Chiesa universale e dare un aiuto ai nostri fratelli e sorelle perseguitati dal Partito comunista. Ma è irragionevole che il ruolo di “Chiesa-ponte” debba nascondere il ruolo di “Chiesa di Hong Kong”. Dalle prime dichiarazioni fatte da personalità ufficiali di alto livello nella Santa Sede, come pure da notizie riguardo le passate visite ad limina, è ovvio che la Santa Sede si stia alquanto dimenticando dello sviluppo della Chiesa locale di Hong Kong. Eppure, la Chiesa di Hong Kong ha un suo specifico sviluppo storico e una sua situazione, e i fedeli di Hong Kong hanno i loro specifici bisogni. La diocesi dovrebbe stilare priorità pastorali in base ai bisogni dei fedeli. La diocesi di Hong Kong non è vassalla del governo cinese. Una “Chiesa-ponte” genuina dovrebbe mettere in contatto i fedeli perseguitati con la Chiesa universale, non il Partito comunista con la Curia romana.

4.Abbracciare una Chiesa dell’incarnazione

La localizzazione della Chiesa non deve essere confinata all’inculturazione. La Chiesa dovrebbe incarnarsi, non può ignorare alcun aspetto sociale, economico e politico, né può sfuggire dalla responsabilità di accompagnare gli oppressi e gli emarginati. Guadium et Spes, la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo moderno, del Concilio Vaticano II lo dice chiaro fin dall’inizio: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”. Per questo, i pastori della nostra diocesi dovrebbero anche condividere le gioie e le tristezze di tutti gli Hongkonghesi.

L’incarnazione di Gesù ci dice quanto povero e ultimo fosse nostro Signore. Egli non si è mai compromesso con alcuna forza politica. E’ entrato in contato con le élite sociali, ma ha sempre camminato con i poveri. L’essenza della Chiesa si dovrebbe modellare sulla vita pubblica di Cristo e delle prime comunità cristiane: proclamare la nostra fede, stare in frontiera, sostenere le catene di tutti i nostri fratelli e sorelle che soffrono per ogni tipo di ingiustizia, e non avere paura di perdere un ambiente confortevole.

Nell sua Lettera pastorale “Esortazione pastorale alla Chiesa locale”, il card. John Baptist Wu ha specificato che “il ruolo di servitore”, “il ruolo di profeta” e “uno sviluppo equilibrato” di questi ruoli sono concetti importanti che guidano la nostra partecipazione nei servizi sociali e nel portare testimonianza al Regno di Dio. Assumendo il ruolo di servo, noi serviamo in modo diretto coloro che sono nel bisogno e “fasciamo le ferite dei membri feriti della nostra società”. Assumendo il ruolo profetico, facciamo ogni sforzo per “eliminare le cause sociali di queste ferite”. Dobbiamo fare attenzione ai mali del tempo, specie le ingiustizie mantenute da strutture sociali e politiche, e chiedere un cambiamento perché la società possa seguire il cammino della dignità umana. Anche il nostro defunto mons. Michael Yeung, nella sua ultima omelia alla messa della Notte di Natale, ci ha invitato a prenderci cura dei dimenticati, degli ultimi, dei perduti [the least, the last and the lost] nella società. Quando pratichiamo opere di misericordia, dovremmo anche denunciare i mali strutturali nel campo politico, economico e sociale.

Nel nostro tempo non abbiamo bisogno di una carità prospera e ben governata, che è brava nel compromesso. Invece, abbiamo bisogno di un ovile dove condividere le gioie e le sofferenze del mondo”.

Imitare Cristo, cominciare il nostro cammino

Nella sua Lettera pastorale emessa in Quaresima lo scorso anno, mons. Michael Yeung scrive: “Nessuna cosa può rimpiazzare il ‘ripensare’, il cambiamento di attitudine e di cuore, i fattoir esemplari che devono accompagnare il popolo nel nostro pellegrinaggio verso la vera conversione (metanoia). Quando S. Giovanni XXIII ha indetto il Concilio Vaticano II per rafforzare lo spirito missionario in risposta a tutte le sfide del mondo moderno, egli ha parlato della necessità di aprire le finestre per far entrare aria fresca. Facciamo entrare l’aria fresca, così da avere un cuore aperto per abbracciare, dialogare e avere il coraggio di cambiare. Facciamo sì da non essere affranti dalle dure realtà, o confusi dai conflitti e dalle controversie, ma continuiamo a sperare e confidare in Gesù, il Signore della storia e del cambiamento. Stando uniti nella fede come cattolici, abbiamo costante bisogno di nuove vie e di un rinnovato spirito per evangelizzare, in ogni momento “opportuno e non opportuno” (cfr. 2 Timoteo 4,2), così che i semi del vangelo possano mettere radici, crescere e portare frutti abbondanti.

Crediamo che, 21 anni dopo lo handover e 18 anni dopo l’ultimo Sinodo diocesano, è ormai tempo che la diocesi rinnovi la sua missione nella Chiesa e nella società. Comprendiamo che con l’inattesa perdita del nostro pastore, sarà duro per la Curia diocesana rispondere alle sfide sopra citate in un tempo breve. Chiediamo ai nostri pastori e a tutti i fedeli di “ripensare” e contemplare il futuro della Chiesa cattolica di Hong Kong. Nella luce dello Spirito santo, rimaniamo uniti, e decidiamo insieme di rispondere alle sfide di questo tempo. Che possiamo essere uniti, e desiderosi di camminare con Hong Kong.

Surgite Eamus Hinc!

 

(Segue la lista delle firme)

* Nella foto: Manifestazione davanti all'Ufficio di rappresentanza della Cina ad Hong Kong a favore dei cristiani perseguitati.

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