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    » 30/12/2015, 00.00

    RUSSIA

    Licenziamenti a Mosca: il Patriarcato verso il Terzo millennio

    Stefano Caprio

    L’allontanamento del giornalista Sergei Chapnin e dell’arciprete Chaplin da parte di Kirill sono segno di un’inquietudine nel Patriarcato di Mosca. Superato il periodo sovietico e divenuto la pietra angolare della società russa, oggi è superato dal nazionalismo militante di Putin. Rimane il desiderio di cambiare e di trovare nuove vie efficaci per la sua presenza nel Paese. Da un esperto della Russia, già missionario a Mosca.

    Roma (AsiaNews) - Nei giorni scorsi il Patriarca Kirill  ha licenziato il direttore della rivista del Patriarcato di Mosca, Sergej Chapnin; subito dopo si è diffusa la notizia del licenziamento dell'arciprete Vsevolod Chaplin, capo del dipartimento sinodale per i rapporti tra la Chiesa e la società. Riportiamo qui sotto l'opinione di p. Stefano Caprio, un esperto della Chiesa russa,  per diversi anni missionario a Mosca.

    Ha fatto scalpore, almeno tra gli “addetti ai lavori” dell’informazione sul mondo ecclesiastico, l’allontanamento dai loro ruoli di due personalità piuttosto esposte nella struttura del patriarcato ortodosso di Mosca: il giornalista Sergej Chapnin e il quasi omonimo prelato Vsevolod Chaplin, da anni direttore del dipartimento “sociale” della Chiesa russa. Questa coincidenza ha dato adito a dietrologie di vario genere, sulla figura del patriarca Kirill, dei suoi collaboratori, dell’episcopato ortodosso russo e delle relazioni di Mosca con le altre Chiese ortodosse, in particolare con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. È difficile comporre un quadro globale dal semplice spostamento di due pedine, pur significative, di una struttura importante come quella russa. Per dimensioni, essa è paragonabile alla conferenza episcopale italiana, e conviene inquadrare questi fatti in un minimo di cornice dell’evoluzione recente della religiosità in Russia, senza scordare le relazioni tra i protagonisti della vicenda.

    Kirill e i suoi collaboratori

    In realtà il patriarca Kirill (Gundjaev), 69 anni, in carica da quasi sei anni come capo della Chiesa russa, non è nuovo a questi avvicendamenti repentini. Diventato vescovo nel 1976, prima del compimento dei 30 anni, in piena epoca brezneviana, ha ricoperto molte e importanti cariche ecclesiastiche, che ne hanno fatto un protagonista di primo piano nella vita della Chiesa e della società, prima di giungere al soglio patriarcale. Da sempre ama rinnovare il suo staff, elevando a grandi responsabilità dei giovani (per i sacerdoti collaboratori di Kirill, diventare vescovo dopo i 30 anni è già segno di scarso carisma, in ossequio alla carriera del capo), per poi sostituirli o spostarli bruscamente e senza troppe spiegazioni. Il patriarca segue con particolare attenzione due categorie professionali di per sé piuttosto laiche come i diplomatici e i giornalisti, che arruola in continuazione negli affari ecclesiastici e spesso eleva alla dignità sacerdotale senza preavviso, per riempire caselle particolarmente delicate. La filiera più preziosa dei collaboratori è quella dei giovani monaci, gli unici che possono raggiungere la cattedra vescovile (i sacerdoti sono in genere sposati); l’esempio più illuminante è quello del metropolita Ilarion (Alfeev), stretto collaboratore di Kirill fin dai primi passi nella vita monastica, che ricopre attualmente la carica tenuta per tanto tempo dal patriarca stesso a capo delle relazioni estere del patriarcato. Ilarion, di fatto il “numero due” della Chiesa russa, è stato più volte sull’altalena dei favori del capo, salendo e scendendo la scala dell’influenza effettiva sulle vicende della Chiesa in patria e all’estero.

    Conservatori e liberali

    Non stupiscono più di tanto, quindi, i licenziamenti dei giorni scorsi, soprattutto quello di Chapnin, brillante giornalista che era riuscito a dare un volto accattivante alla austera e burocratica pubblicazione patriarcale, quella “Rivista del Patriarcato di Mosca”.  Nei lunghi decenni sovietici la rivista era stata l’unica fonte di informazione ecclesiastica, sopravvissuta ai cambiamenti a differenza della Pravda o delle Izvestija, come ultimo baluardo dell’ideologia ufficiale. Chapnin viene considerato una delle poche voci di tendenza “liberale” nell’ortodossia russa ufficiale, e la sua rimozione viene spiegata come un taglio alla libertà di espressione e un segno di autoritarismo conservatore del patriarca. Più enigmatica appare la decisione di ristrutturare i settori informativi e sociali del patriarcato, che ha portato all’esclusione di padre Chaplin. Anzitutto è la stessa personalità del monsignore (in russo protoierej) a presentare diverse zone d’ombra: 47 anni, quasi coetaneo di Ilarion (ha due anni di meno, pur sembrando molto più anziano), anch’egli è fin dalla prima giovinezza tra i collaboratori più stretti di Kirill, ma la sua carriera è stata assai meno movimentata. Sacerdote del “clero bianco” sposato, anche se nessuno conosce la moglie e non risulta che abbia figli, Chaplin non ha mai sfiorato l’episcopato, che pure sembrava accessibile da “prete celibe” (da qui i dubbi sull’effettivo matrimonio), ma da molti anni porta la mitria vescovile, privilegio che dovrebbe essere riservato ai preti anziani. Come membro del Dipartimento Esteri del Patriarcato, Chaplin è un volto noto fin dagli anni Novanta e, almeno in partenza, una delle personalità più aperte e dialoganti con tutti, salvo poi trasformarsi negli anni di Putin nel più acceso sostenitore della politica nazionalista e della ri-ortodossizzazione della società, nemico del secolarismo e del multiculturalismo. Kirill ha sempre lasciato a lui la parte più “politica” dell’azione ecclesiale, usandolo spesso come ariete nelle polemiche sull’etica e sul ruolo della Chiesa nella società russa. Il suo licenziamento è sembrato un bilanciamento a quello di Chapnin, un conservatore per un liberale, ma il peso specifico dei due è molto diverso; Chaplin era un perno della struttura, il giornalista solo un gregario.

    Chiesa ortodossa e nazionalismo

    Al di là delle questioni personali e delle semplificazioni giornalistiche, questa piccola “tempesta amministrativa” segnala un punto di svolta nella vita del Patriarcato di Mosca. Da quando è stato eletto, infatti, il patriarca sta tentando di ristrutturare la gestione ecclesiastica, scomponendo e ricomponendo i suoi dipartimenti, cercando di ottenere un doppio risultato: da un lato un’efficienza di tipo curiale (Kirill ha frequentato molto il Vaticano da giovane, ed è un grande estimatore dei gesuiti), dall’altro la “sinodalità” di tradizione ortodossa (la sobornost russa), tanto che la macchina patriarcale è stata pomposamente rinominata due anni fa “Presenza Interconciliare” (Mezhsobornoe prisutstvie). La riforma non deve avere finora avuto molto successo, viste le lamentele di entrambe gli epurati sulla gestione personale e autoritaria del patriarca stesso. In realtà, Kirill ha ben chiaro che gli anni a venire saranno cruciali per la Chiesa russa: essa ha recuperato ormai da anni la sua centralità nella vita del Paese, ma rischia di perdere sempre più credibilità, superata dal nazionalismo militante e integralista della politica putiniana. Il caso dell’Ucraina ha fatto da detonatore a questa crisi: Kirill era contrario all’annessione della Crimea e alla tensione con l’Ucraina, in cui prospera la parte più attiva dell’intera Chiesa Ortodossa Russa.

    La “battaglia per l’Ortodossia”

    Nella ricostruzione della Chiesa dopo il comunismo, infatti si possono distinguere almeno due fasi già compiute. La prima “rinascita religiosa” degli anni Novanta, incontrollabile ed ingenua, aveva rischiato di emarginare ulteriormente la Chiesa Ortodossa, che comunque aveva conservato un certo ruolo centrale nella fase sovietica (e Kirill ne era già uno dei protagonisti). Il Patriarcato fu costretto a difendersi dalla concorrenza esterna ed interna: da un lato la propaganda (il cosiddetto “proselitismo”) di cattolici polacchi e ucraini, protestanti da ogni dove, sette e movimenti religiosi di ogni genere, e dall’altro i dissidenti ortodossi provenienti dall’epoca del samizdat, gli eretici che mischiavano ortodossia e neo paganesimo, e soprattutto i cosiddetti starets carismatici, di cui solo pochi potevano dirsi autentici, che mettevano in discussione la gerarchia ufficiale. La lotta contro tutti questi avversari ha costretto Kirill e gli uomini a lui vicini a repentini voltafaccia e acrobazie ideologiche, passando in poco tempo da progressisti dialoganti a difensori intransigenti della tradizione spirituale e dell’autorità costituita della Chiesa ortodossa.

    La “battaglia per l’Ortodossia” ha rivelato la fragilità della rinascita religiosa, un fenomeno in realtà piuttosto aleatorio, e la necessità del consolidamento delle strutture e dell’influenza della Chiesa nella società: è questa la seconda fase degli anni Duemila, sostenuta dal regime di Putin, in cui il Patriarcato ha raggiunto un livello di controllo della vita sociale pari quasi soltanto all’epoca tra Ivan il Terribile e Pietro il Grande, quando la Chiesa di Mosca si affrancò dalla tutela di Costantinopoli e guidò la politica dei primi zar Romanov. Ora proprio il potere raggiunto rischia di trasformarsi nel peggiore dei boomerang: la società dimostra di essere sempre più stanca dei proclami ecclesiastici contro il fumo e i vizi, contro tutti i diritti e la libertà di espressione (di cui padre Chaplin è stato il campione, alla maniera dei vecchi oberprokuror dell’Ottocento), e soprattutto è lo stesso Putin con i suoi adoratori (sempre più numerosi anche all’estero) a sottrarsi alla tutela dello stesso Kirill, che è stato il vero suggeritore della politica nazionalista russa fino all’esplosione populista attuale, a cui il patriarca intende ora sottrarsi. Le guerre in Ucraina e in Siria non corrispondono al programma di Kirill, che vorrebbe invece far fare alla Chiesa e al popolo russo un salto di qualità in senso più spirituale e pastorale. Il patriarca ha forse attraversato troppe e diverse stagioni per potersi accreditare come un “papa Francesco” russo, ma la sua vera aspirazione è portare la sua Chiesa a essere il leader spirituale del mondo, non meno del Vaticano. Da qui anche i contrasti continui con Costantinopoli, dai russi giudicata una Chiesa succube della “religione unica” del mondo globalizzato, guidata dalle Chiese e dalle sette occidentali, a cui la Russia si vuole contrapporre.

    Il cristianesimo russo da sempre predilige gli scenari apocalittici, e gli eventi del mondo chiamano proprio a prepararsi a svolte radicali; le teste che cadono a Mosca e a Roma, nell’apparente mondo ovattato delle curie, annunciano che la battaglia si fa sempre più frenetica. L’aveva già previsto Gesù nel Vangelo: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo” (Lc 16,21).

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