11/02/2010, 00.00
CINA
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Liu Xiaobo: “Le mura della prigione non fermano la libertà”

di Liu Xiaobo
I giudici di Pechino hanno rigettato oggi l’appello del noto dissidente cinese, autore di “Carta 08”, e hanno confermato la sua condanna a 11 anni di prigione. Ma nella sua difesa (di cui pubblichiamo il testo) egli mette in guardia la Cina: se essa non si apre ai diritti umani, rischia di scomparire dalla scena internazionale.
Pechino (AsiaNews) – Liu Xiaobo non rinnega nulla di ciò che ha fatto, ma anzi lo rivendica con orgoglio. Perché quella dei diritti umani è l’unica strada per lo sviluppo della Cina, che rischia invece di sprofondare se continua a essere governata da una dittatura. Oggi, la Corte di appello di Pechino ha rigettato la revisione del processo del dissidente, confermando la sua condanna a 11 anni di galera. Di seguito, riportiamo il testo completo della difesa di Liu Xiaobo, che i giudici non gli hanno permesso nemmeno di leggere. Il processo, avvenuto il 25 dicembre scorso, è durato poche ore, con la condanna dello scrittore.
 
Considerando i fatti presenti nelle accuse contro di me, non ho nulla da eccepire. L’unica cosa che non è vera è che io abbia raccolto più di 300 firme per il manifesto di “Carta 08”. [Cfr.: 26/01/2009  Il testo integrale di Carta 08, per i diritti umani in Cina]. È vero che ho scritto i sei articoli citati nell’accusa e ho partecipato attivamente alla stesura del manifesto; ma da parte mia ho raccolto 70 firme, non 300. Tutte le altre non sono state riunite da me. Per quanto riguarda i crimini di cui vengo ritenuto colpevoli, non posso accettarli. Nel corso di questo periodo, durato più di un anno, nel quale sono stato privato della mia libertà mi sono sempre dichiarato innocente durante gli interrogatori della polizia, degli investigatori e dei giudici.
 
La mia innocenza è stata da me provata sulla base della Costituzione cinese, della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, delle riforme politiche che ho sostenuto e del corso della storia. Un risultato molto importante ottenuto dalle riforme e dalla politica “della porta aperta” è stato il risveglio della popolazione cinese riguardo ai diritti umani e l’aumento della protezione di questi da parte della società civile. Questo risultato ha spinto il governo cinese a progredire nella propria concezione dei diritti umani. Nel 2004, l’Assemblea nazionale del popolo ha rivisto la Costituzione per inserirvi “il rispetto e la protezione dei diritti umani”; in questo modo si hanno oggi dei principi costituzionali che tutelano queste realtà, così come una nazione dominata dalla legge.
 
La nazione deve rispettare e proteggere i diritti umani, secondo i poteri che vengono attribuiti al popolo dall’articolo 35 della carta costituzionale. La mia libertà di esprimere opinioni diverse è il diritto di parola, che mi viene garantito dalla Costituzione in quanto cittadino cinese. Questo diritto non soltanto non deve essere limitato o rimosso dal governo; al contrario, dovrebbe essere rispettato dall’esecutivo e protetto dalla legge. Di conseguenza, alla luce di tutto questo, le accuse mosse contro di me infrangono i miei diritti basilari di cittadino cinese e sono contrari alla legge fondamentale della Cina. Siamo davanti a un caso tipico di “crimine di espressione”, che dimostra come sia ancora in vigore l’antico crimine di gettare in prigione gli scrittori. Questo modo di fare è contrario alla Costituzione e deve essere criticato, anche perché è irragionevole.
 
L’accusa cita delle frasi da me scritte come una prova del mio crimine, che sarebbe quello di “far circolare false voci, fomentare e in altri modi incitare la sovversione anti-governativa per ribaltare il sistema socialista”. “Far circolare false voci” significa fabbricare e creare false informazioni, così come colpire il popolo. “Fomentare” significa incidere sul buon nome e sul carattere degli altri. La mia opinione è un’opinione critica, l’espressione di un punto di vista, un giudizio sui valori e un giudizio su cosa sia vero e cosa falso. Questo non vuol dire fare del male a qualcuno. E quindi, la mia opinione non ha nulla a che fare con il far circolare false voci o fomentare. Criticare non vuol dire fomentare, e lo stesso vale per il far circolare false voci.
 
L’accusa usa inoltre delle citazioni prese da “Carta 08” per accusarmi di aver infangato il governo e il Partito, oltre che per ritenermi colpevole di “aver complottato in maniera sovversiva e aver cercato di ribaltare il governo”. Questa particolare accusa prende delle frasi fuori contesto e ignora totalmente il tono dominante di “Carta 08”, oltre alle opinioni che ho più volte sostenuto all’interno dei miei articoli. Per prima cosa, “Carta 08” descrive i “disastri per i diritti umani” avvenuti nella Cina moderna. La campagna contro la destra [un moto politico lanciato da Mao contro i cosiddetti anti-rivoluzionari ndt] ha portato all’ingiusta rimozione di oltre 500mila persone; il Grande Balzo in avanti ha provato la morte innaturale di più di 100mila persone; la Rivoluzione culturale si è dimostrata una catastrofe enorme.
 
Il 4 giugno [del 1989, la soppressione dei moti anti-corruzione di piazza Tiananmen ndr] è stato un bagno di sangue, in cui molte persone sono morte e molte altre sono state gettate in prigione. Questi eventi sono universalmente riconosciuti come “catastrofi per i diritti umani” e hanno creato molti pericoli per la Cina, “rigettando lo sviluppo naturale della razza cinese e il progresso della civilizzazione umana”. Mettendo un termine al monopolio del potere e ai privilegi speciali di un singolo Partito significa soltanto chiede, al governo monopartitico, di ridare il potere al popolo e creare finalmente una nazione libera “per il popolo, con il popolo e del popolo”. I valori espressi da “Carta 08” e le riforme politiche che propone hanno come obiettivo a lungo termine la creazione di uno Stato federale, che sia libero e democratico. Sono presenti 19 misure riformiste, che mirano a operare in maniera graduale e pacifico.
 
Dato che le riforme attuate al momento sono tutte di corto respiro, noi chiediamo al governo di camminare su due piedi invece che su uno solo, portando avanti una riforma che non sia soltanto economica, ma anche politica. Questo è il modo in cui una società civile spinge il governo a ridarle indietro il potere, con pressioni dal basso che spingano l’esecutivo a fare quel cambiamento di rotta necessario. È in questo modo che il governo e la sua popolazione possono lavorare insieme in una buona cooperazione, che metta in piedi rapidamente quel governo costituzionale che i cinesi sognano da almeno un secolo. Nei 20 anni che sono trascorsi dal 1989, ho espresso le opinioni secondo cui le riforme politiche da attuare in Cina devono sempre essere graduali, pacifiche, ordinate e controllabili. Mi sono sempre opposto all’idea di imporre riforme troppo veloci e ho sempre parlato con molta forza contro l’idea di una rivoluzione violenta.
 
L’idea che propone una riforma graduale è chiaramente espressa nel mio articolo intitolato “Cambiare il potere politico tramite il cambiamento della società”. Questo articolo sostiene che il risveglio della coscienza dei diritti di una società civile serve per espandere i diritti della popolazione, per incrementare la coscienza del proprio potere e sviluppare una società in modo che possa portare la spinta riformista dal basso verso l’alto, per promuovere una riforma governativa dal basso verso l’alto. In realtà, l’esperienza riformista cinese degli ultimi 30 anni prova che le forze basilari necessarie per mettere in atto delle riforme creative vengono sempre dalla società civile; così come aumenta la coscienza e l’influenza della riforma civile, così il governo viene costretto ad accettare nuove idee e provare a metterle in pratica su basi sperimentali.
 
Questa esperienza ha cambiato l’idea dominante, secondo cui le riforme politiche provengono sempre dall’alto. Se volessimo riassumerle, potremmo dire che le mie idee principali per una riforma politica della Cina sostengono che questa deve essere graduale, pacifica, ordinata e sotto controllo; e soprattutto deve essere interattiva, dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso. In questo modo si avrebbe il minor costo e il maggior risultato possibile. Io conosco i principi base che regolano i cambiamenti politici: un cambiamento sociale ordinato e sotto controllo è migliore di uno che sia invece caotico e fuori controllo. L’ordine retto da un governo cattivo è migliore del caos dell’anarchia. È per questo che mi oppongo a quei sistemi di governo che sono dittatoriali o monopolisti: ma questo non vuol dire che io “inciti alla sovversione del potere statale”.
 
Opporsi non vuol dire sovvertire. Un’altra ragione per la quale io non sono colpevole delle accuse che mi vengono mosse è che queste contravvengono agli standard dei diritti umani che sono universalmente riconosciuti. Nel 1948, in qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Cina ha partecipato alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti umani. Mezzo secolo dopo, nel 1998, la Cina si è impegnata solennemente davanti alla comunità internazionali: avrebbe firmato le due Convenzioni base dell’Onu che regolano i diritti umani. Uno, il Trattato internazionale sui diritti civili e politici della popolazione, riconosce la libertà di parola e chiede che i governi di ogni Paese la rispettino e la proteggano.
 
Nella sua qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza e membro del Consiglio Onu sui diritti umani, la Cina è obbligata a rispettare i trattati ed è responsabile rispetto agli obblighi che ne derivano. Pechino dovrebbe rappresentare un modello su come le clausole che proteggono i diritti umani possano essere messe in pratica. È soltanto in questo modo che il governo cinese può salvaguardare pienamente i diritti umani della sua popolazione. Dovrebbe dare il proprio contributo alla promozione della causa dei diritti umani internazionali perché, così facendo, dimostrerebbe il grado di civiltà degno di una grande nazione. Entrando nell’era moderna, il Partito comunista cinese è passato da debole a forte ed ha infine trionfato contro il Kuomintang. Il Partito ha raccolto la sua forza dalla promessa di “opporsi alla dittatura in nome della libertà”.
 
Prima del 1949, gli organi del Partito Xinhua Daily e Liberation Daily attaccavano con regolarità ogni limitazione alla libertà di espressione compiuta dal governo della famiglia di Chiang Kaishek. Queste diventavano fonte di dolore e lacrime fra gli intellettuali, che venivano puniti per le cose che dicevano. Mao Zedong e altri leader comunisti hanno più volte definito la libertà di espressione “un diritto fondamentale”. Ma dopo il 1949 - dalla campagna contro la destra alla Rivoluzione culturale, dall’esecuzione di Lin Zhao [cristiana, nata nel 1932, viene dichiarata “di destra” nel 1957 e condannata nel 1960 a una lunga pena detentiva. In carcere scrive un lungo diario in cui condanna l’oppressione e chiede il rispetto dei propri diritti umani, pace e uguaglianza. Il 29 aprile del 1968 viene condannata a morte e uccisa in una prigione di Shanghai. Il governo non rivela per quale crimine viene uccisa, ma nel 1980 viene dichiarata innocente dall’Alta Corte di Shanghai] allo sgozzamento di Zhang Zhixin [nata nel 1930, membro leale del Partito, critica il culto della personalità di Mao Zedong che secondo lei porta il Paese lontano dal marxismo. Incarcerata nel 1969, si dichiara ancora leale al Partito. Condannata a morte, viene uccisa il 4 aprile del 1975 a Shenyang. In seguito viene riabilitata e dichiarata “martire rivoluzionaria”] - la libertà di espressione si è persa nell’era maoista e il Paese è caduto in un silenzio mortale, come quello di 10mila cavalli muti.
 
Con l’inizio delle riforme, il Partito ha corretto alcune ingiustizie e ha migliorato di molto la libertà per le espressioni diverse; lo spazio per la libertà di opinione nella società è divenuto molto più grande, mentre si è ridotto il numero di scrittori gettati in galera. Ma la tradizione del “crimine di espressione” non è scomparso del tutto. Dal movimento del 5 aprile a quello del 4 giugno, dal Muro della Democrazia a “Carta 08”, sono molti gli esempi di quanto dico. Il mio processo è soltanto l’esempio più recente. Nel 21esimo secolo, la libertà di espressione è divenuto un diritto comune per le popolazioni di molte nazioni, e gettare uno scrittore in galera arriva soltanto quando mille persone gli puntano il dito contro.
 
Da un punto di vista obiettivo, bloccare la libertà di espressione è come bloccare un fiume; le alte mura di una prigione non possono fermare l’espressione della libertà. Un governo non può sopprimere la legittima espressione di opinioni diverse e non può dipendere dall’imprigionamento degli scrittori per mantenere a lungo termine il potere. I problemi causati da una penna si possono risolvere soltanto usando una penna. Fino a che userete la pistola per risolvere i problemi causati da una penna, continuerete a creare disastri per i diritti umani. Soltanto eliminando la pratica di ingabbiare gli scrittori potrete garantire a tutti i cittadini quella libertà di parola promessa dalla Costituzione.
 
A quel punto, la libertà di parola potrà essere protetta in una maniera sistematica e verrà bandita per sempre dalla terra di Cina l’abitudine di incarcerare chi pensa in maniera diversa. Il crimine di parola è contrario ai principi espressi dai diritti umani, principi presenti e tutelati dalle nostre leggi, ed è contrario alla Dichiarazione internazionale dei diritti umani. Va contro la giustizia universale e la corrente della storia. Mi dichiaro innocente per quello che ho fatto e spero che questa dichiarazione venga accettata da questa corte. Se questo avvenisse, questa sentenza rappresenterebbe un significativo precedente nella storia della giurisprudenza cinese; sarebbe una promozione nella questione dei diritti umani e una vittoria nel test della Storia. Vi ringrazio.
 
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