28/09/2011, 00.00
LIBIA
Invia ad un amico

Migranti sub-sahariani liberi dopo mesi di prigionia. Migliaia ancora nelle carceri libiche

Ritenuti mercenari di Gheddafi, sono ancora bersaglio dei ribelli. Centinaia le testimonianze di violenze e arresti arbitrari. Sirte e Bani Walid ancora in mano al rais. A rischio la vita di oltre 200mila persone.
Tripoli (AsiaNews) – Circa 200 migranti sub-sahariani ritrovano la libertà dopo mesi di prigionia nei campi profughi al confine con il Niger. In un servizio lanciato dalla Bbc, essi raccontano di aver subito violenze da parte dei ribelli, perché accusati di essere mercenari di Gheddafi. Grazie alle denunce di organizzazioni per i diritti umani, fra cui Human Rights Watch, essi saranno rimpatriati nei loro Paesi di origine.

James, nigeriano di 26 anni, ha lavorato per due anni in una ditta di costruzioni. Dopo la caduta del rais è stato catturato dai ribelli con l’accusa di essere un mercenario. “Credevano fossi un sostenitore di Gheddafi – afferma – i ribelli odiano i neri perché li ritengono mercenari del regime. Non è sicuro per noi stare in Libia”.

Durante la presa di Tripoli centinaia di migranti sono fuggiti dalla città per paura di rappresaglie, trovando rifugio in un campo profughi di fortuna, ora sotto la tutela di Medici senza frontiere. Intervistati dalla Bbc molti raccontano che i ribelli li hanno inseguiti dentro i campo. Al grido di “murtazaka” (“mercenario” in arabo) i combattenti hanno distrutto le baracche, picchiato e violentato donne e arrestato gli uomini. Lo stesso scenario è avvenuto anche in altre città.

Tiziana Gamannossi, imprenditrice italiana a Tripoli, spiega che da qualche settimana la situazione è migliorata. “Nella capitale molti migranti hanno ripreso a lavorare – afferma – alcuni sono impiegati nella nettezza urbana della città, ripartita in questi giorni, altri invece sono stati riassunti dai datori di lavoro”.

Nonostante il lento ritorno alla normalità e le rassicurazioni del Cnt sul trattamento dei prigionieri, nelle carceri vi sono ancora migliaia di persone, soprattutto neri, molti dei quali detenuti senza prove. Ad essi è negata la possibilità di avere avvocati e di contattare le famiglie. Una donna parla alla Bbc delle violenze subite per aver tentato di difendere il marito trascinato in carcere perché ritenuto un mercenario. "A tutt’oggi – racconta la donna - non ho ancora notizie di lui. Ho paura di tutto ciò che accade in questo paese. Chiedo ai ribelli di liberare mio marito. Lui è innocente. È un uomo tranquillo e non un mercenario”.

In questi mesi il Cnt ha chiesto più volte ai suoi combattenti di evitare violenze e inutili spargimenti di sangue. L’appello è stato rilanciato di recente, ma non ha riscosso molto successo. La Libia è ancora un Paese in guerra ed è alto il rischio di nuove rappresaglie e vendette. A Sirte e Bani Walid, ultime roccaforti di Gheddafi, sono in corso violenti combattimenti fra ribelli e lealisti. Nato e Croce rossa sono preoccupati per gli oltre 200mila civili che da due settimane vivono sotto i bombardamenti con cibo e acqua e razionata. Chi è riuscito a fuggire spiega che la situazione è caotica. Nella città non c’è elettricità e vi è un alto rischio di epidemie. I tetti sono ancora pieni di cecchini che sparano su chiunque, mentre da fuori i ribelli continuano a lanciare razzi e bombe per costringere alla resa gli ultimi lealisti. (S.C.)
TAGs
Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
I ribelli conquistano Brega. La popolazione teme rappresaglie e violenze
18/07/2011
Gheddafi accetta il piano di pace dell’Unione africana
11/04/2011
La caduta di Gheddafi mette a rischio gli investimenti cinesi in Libia
24/08/2011
Si cerca una soluzione politica. Vescovo di Tripoli: non dimenticate Gheddafi
05/05/2011
La Pasqua nella Libia vittima della guerra. Mons. Martinelli: riaprite il dialogo con il regime
21/04/2011


Iscriviti alle newsletter

Iscriviti alle newsletter di Asia News o modifica le tue preferenze

ISCRIVITI ORA
“L’Asia: ecco il nostro comune compito per il terzo millennio!” - Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo”