04/11/2016, 11.22
GIORDANIA
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Missionaria in Giordania: la misericordia di Dio ai profughi in fuga da Siria e Iraq

Suor Adele Brambilla opera nell’ospedale italiano di Karak, nel sud del Paese, dove vengono accolti i rifugiati di Siria e Iraq. Una “evangelizzazione con la vita, più che con le parole”, che guarda “agli esclusi, i poveri, gli emarginati”. La donna incinta fuggita ad Aleppo per far nascere il figlio “in un’oasi tranquilla”. Il valore della spiritualità e della preghiera nella missione nel mondo musulmano. All’Europa chiede di aprire le porte e, come la Giordania, di non avere paura. 

 

Karak (AsiaNews) - La missione è “testimoniare la misericordia di Dio” alle persone, a quanti sono nati e vissuti in questa terra e ai profughi in fuga dalle guerre in Medio oriente; vuol dire “evangelizzare con la vita, più che a parole”, perché “siamo immersi” in un contesto in cui “il 97% della popolazione è musulmana”. È quanto racconta ad AsiaNews suor Adele Brambilla religiosa comboniana e operatrice dell’ospedale italiano di Karak, città di 170mila abitanti nel sud della Giordania, a 150 km dalla capitale Amman. La misericordia, aggiunge, si esprime attraverso “scelte evangeliche” che consistono “nell’accoglienza dei profughi e dei rifugiati, siriani e irakeni, in fuga dalla guerra. E ancora, aprendo le porte ai beduini del sud, delle terre vicine al mar Morto, che vivono in condizioni precarie o che non dispongono di coperture assicurative del governo”. 

“Oggi accogliamo soprattutto i rifugiati siriani e condividiamo questa scelta di apertura e di cura coinvolgendo tutto il nostro personale, anche i musulmani” aggiunge la religiosa. Fondato nel 1939, l’ospedale italiano di Karak è l’unica clinica attrezzata della regione e dispone di circa 40 posti letto. Esso è sostenuto dalla Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), la speciale agenzia vaticana per l’aiuto alle Chiese cattoliche e alle popolazioni del Medio oriente. “Nella quotidianità - aggiunge - testimoniamo questo Dio che si china verso gli esclusi, i poveri, gli emarginati”.  

Fra le molte, drammatiche storie vissute in questi anni alla suora è rimasta impressa quella di una donna incinta in fuga dalla guerra in Siria che ha affrontato il deserto, poi i campi profughi, prima di arrivare all’ospedale italiano. “È partita da Aleppo - racconta suor Adele - è andata a Damasco… un calvario. E quando le ho chiesto perché ha affrontato tutto questo, lei mi ha risposto ‘perché il mio bambino abbia vita, perché nasca in un’oasi tranquilla’. Queste mamme, pur di dar vita, sono disposte ad affrontare anche questi viaggi della morte”. E la speranza, prosegue, è racchiusa nella loro espressione più comune: “Inshallah” (ad Allah piacendo, ndr). “Sono privati di tutto, senza legami affettivi e sociali - afferma - però vi è sempre quel fondo di speranza in Dio”.

Suor Adele Brambilla è nata a Milano il 19 Luglio 1949. Nel 1973 la professione religiosa, cui seguono anni (fino al 1980) di studio in Inghilterra dove consegue il diploma professionale di infermiera. Nel 1984 parte per la prima volta per Amman, capitale del regno Hashemita, dove opera nell’ospedale italiano fino al 1996, quando viene eletta superiora provinciale delle Comboniane.

Il 5 ottobre 1988 la nomina a superiora generale, incarico che le permette di visitare diversi Paesi al mondo dei quattro continenti (Africa, America, Asia ed Europa) in cui è presente la congregazione con circa 1700 religiose. Qualche settimana più tardi, il 22 dicembre, riceve dal principe reggente Hassan, a nome di re Hussein, la Jordan Independence Medal of First Order per i 15 anni di servizio ai più poveri nell’Ospedale di Amman. 

Oggi la sua missione si svolge nel sud del Paese, sempre in ambito sanitario, a contatto con centinaia di migliaia di profughi in fuga da Siria e Iraq. Un'emergenza che grava sulle spalle di un Paese di sei milioni di abitanti, che ha accolto circa 800mila rifugiati. “Noi prendiamo lezione dal popolo giordano - sottolinea suor Adele - che non è ricco ma non ha chiuso le porte, non ha avuto paura e continua a fare quello che può senza discriminazioni, a fronte di problemi già presenti da tempo come la mancanza di acqua, di cibo, le difficoltà nei trasporti”. 

La presenza cristiana all’interno dell’ospedale e nella regione è un esempio di “misericordia vivente”, che si manifesta mediante una “evangelizzazione non a parole, ma con le opere”. Una testimonianza che, prosegue suor Adele, “coinvolge tutto il personale, che all’80% è musulmano ma si sente anch’esso investito di questo compito”. Una missione, avverte, “vissuta in un’ottica di apertura verso l’altro, senza discriminazione, che chiede di aver cura anche dell’ultimo, in quello che noi chiamiamo il protocollo della misericordia”. 

Quando la missione avviene in una realtà a grande maggioranza musulmana, prosegue suor Adele, “la testimonianza diventa l’elemento più importante”, soprattutto “la traduzione in un gesto effettivo” di quanto Gesù chiede nel discorso della Montagna. “Le beatitudini evangeliche - spiega la religiosa - devono essere il faro che guida la missione, soprattutto l’attenzione verso i più piccoli, i poveri, gli esclusi. A questo si deve affiancare un senso profondo di spiritualità, che non deve mai mancare nelle comunità missionarie che operano” in aree in cui l’islam è la religione più diffusa. “Hanno un rapporto molto profondo con Dio, che si manifesta attraverso la preghiera - aggiunge - e questo è un elemento dal quale noi [cristiani] dobbiamo imparare”. 

Alla profonda spiritualità, suor Adele unisce anche il carisma femminile della missione “che permette di incontrare anche le donne musulmane. Loro hanno molto rispetto di noi suore - aggiunge - sanno che siamo consacrate e riconoscono il loro valore”. Il ruolo della donna nella missione, esaltato anche da papa Francesco nel suo messaggio in occasione della Giornata mondiale, “rivela la maternità di Dio e la sua capacità di generare. Non vi è nulla come la donna - aggiunge - in quanto a capacità di generare, come un seme che germoglia all’interno e produce frutti nella sanità, nell’educazione, nel sociale. La donna [missionaria cristiana] nel mondo musulmano ha accesso a luoghi e realtà in cui l’uomo non può entrare”. 

In questi anni di missione, suor Adele ha appreso il valore “del silenzio e della contemplazione, per imparare dalla gente che mi circonda”. “Sono come una pietra nascosta - racconta - che si mette in ascolto, perché non siamo noi i protagonisti della missione ma è Cristo che ci guida e ci illumina”. Inoltre, il silenzio aiuta anche a cogliere “la tragedia umana” che si consuma oggi nella regione mediorientale, “dove vi sono giovani, donne, bambini senza un futuro”. “In loro - racconta la religiosa - è davvero possibile osservare il volto di Gesù, perché sono spogliati di tutto, nei loro occhi vi sono i segni di una tragedia. Sono spaventati, chiedono aiuto ma lo fanno senza ira o rancore”. “Per questo - conclude suor Adele - mi rivolto all’Europa e spero che davanti a questo popolo che scappa per non essere ucciso non vengano costruiti muri, ma vengano tese braccia e mani aperte. Non bisogna avere paura; la Giordania non ha avuto paura”.(DS) 

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