20/06/2012, 00.00
TIBET – CINA

Monaco tibetano muore in prigione per le torture della polizia cinese

Karwang, 36 anni, era accusato di aver appeso poster inneggianti all’indipendenza. La polizia lo ha fermato nel maggio scorso; durante gli interrogatori ha subito torture e violenze. I parenti non hanno ricevuto risarcimenti per la morte. L’operazione di recupero della salma e il funerale sotto il rigido controllo delle autorità.

Dharamsala (AsiaNews) - Un monaco tibetano è morto nelle carceri cinesi, in seguito alle torture subite dagli agenti di polizia. Il religioso buddista era rinchiuso in una prigione della contea di Nyagrong, prefettura di Kardze, una delle Prefetture autonome del Tibet nella provincia cinese del Sichuan. Karwang, 36 anni, era accusato di aver appeso poster inneggianti all'indipendenza del Tibet nella contea di Kardze. Per questo, raccontano fonti di Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd), egli era stato rinchiuso in attesa di processo.

Testimoni locali riferiscono che, nel maggio 2012, sono comparsi dei poster inneggianti alla libertà sui muri di un edificio governativo cinese della contea di Nyagrong. Alcuni giorni più tardi, le autorità hanno arrestato il religioso buddista Karwang, che vive nel monastero della città, perché ritenuto responsabile dell'affissione. Le forze di sicurezza hanno condotto il monaco nella contea di Dartsedo, dove è rimasto rinchiuso nella locale prigione per otto giorni. Le autorità hanno tentato di estorcergli una confessione con la forza, ma Karwang ha sempre negato con sdegno ogni accusa. Alcune fonti confermano che egli è stato malmenato brutalmente e torturato.

Egli è morto in prigione, qualche giorno più tardi. I parenti hanno ricevuto una telefonata in cui venivano invitati a occuparsi del cadavere, sotto la stretta sorveglianza della polizia che ha "accompagnato" i familiari durante le operazioni. Il funerale si è svolto nel monastero di Serta, mentre i parenti del monaco non hanno ricevuto alcun risarcimento per il decesso.

Nonostante le numerose proteste e i continui appelli di organizzazioni e Paesi stranieri, la polizia cinese continua ad arrestare e a sequestrare chiunque manifesti dissenso. In questi mesi, Pechino ha aumentato la sua stretta conto il popolo tibetano, che secondo gli esperti sta subendo una vera e propria colonizzazione. Le restrizioni cinesi comprendono il divieto di insegnare la lingua e la religione tibetana; l'imposizione di politiche di sviluppo inappropriate, tutte a favore dell'etnia han e attacchi continuati e di diverso tipo all'élite culturale e intellettuale del Tibet.

Per questo decine di giovani tibetani, monaci e laici, hanno scelto l'autoimmolazione come gesto estremo di protesta. Dall'inizio del 2012 sono 35 i tibetani che si sono dati fuoco per criticare la dittatura di Pechino e chiedere il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Il leader spirituale tibetano ha sempre sottolineato di "non incoraggiare" queste forme estreme di ribellione, ma ha elogiato "l'audacia" di quanti compiono l'estremo gesto, frutto del "genocidio culturale" che è in atto in Tibet. Pechino risponde attaccando il Dalai Lama, colpevole di sostenere "terroristi, criminali o malati mentali".(NC)

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