14/11/2016, 15.54
INDIA
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Mumbai: giovani seminaristi tra i tribali adivasi, per sperimentare le sfide della missione

di Nirmala Carvalho

I seminaristi del primo anno erano divisi in quattro gruppi.Tutti studiano al St. Pius College di Goregaon (East). Hanno trascorso una settimana nei villaggi sulle colline del Maharashtra. Vivere con la popolazione povera “ha fatto comprendere loro quante benedizioni possiedono”.

Mumbai (AsiaNews) – Una settimana nei villaggi tribali del Maharashtra, per toccare con mano le sfide della missione e diventare più consapevoli della propria vocazione. È quanto è avvenuto per quattro gruppi di “Orientali”, i seminaristi del primo anno del St. Pius College di Goregaon (East) di Mumbai. Gli alunni del seminario dell’arcidiocesi erano guidati da p. Jervis D’Souza, un professore, che li ha condotti nella missione di Mahad, sulle colline, dove abitano i tribali adivasi. I seminaristi hanno vissuto con la popolazione, sperimentando le difficoltà quotidiane, come la mancanza di elettricità ed acqua corrente. Ma hanno anche “imparato ad apprezzare – dice il sacerdote – quello che hanno, e compreso il valore dei lavori manuali [spesso considerati inferiori, ndr] che i tribali accettano e svolgono senza trovare scuse”.

L’esperienza missionaria dei seminaristi si è svolta a partire dal 15 ottobre, in previsione della Giornata missionaria mondiale che si è celebrata la domenica seguente. I giovani sono giunti alla missione di p. Carlton Kinny, che da 27 anni lavora in maniera incessante e altruistica nel distretto di Raigad, insieme a p. Elias D’Cunha e alle suore Figlie della Croce. Qui sono stati divisi in quattro gruppi, ognuno dei quali destinato ad un villaggio della zona, popolata in maggioranza da adivasi di etnia katkari. Prima di iniziare la settimana di servizio, racconta p. D’Souza, sono “stati invitati a osservare gli adivasi, che sono del tutto soddisfatti della propria vita e del contesto in cui vivono, e sfidati a trovare la stessa soddisfazione nelle proprie esistenze”.

Il primo gruppo è stato condotto a Dehwad. Qui l’impronta dei missionari è visibile, a partire dalle abitazioni costruite in muratura, piuttosto che con il fango. Nel villaggio ci sono un centro per l’infanzia e una scuola primaria, quasi tutte le aree sono raggiunte dalla corrente elettrica e di recente sono stati installati nuovi bagni. I seminaristi però sono “rimasti scioccati per la carenza del sistema educativo. Solo pochissime persone hanno frequentato le scuole e tanti giovani al di sotto dei 30 anni sono già nonni”. Il professore spiega che “nonostante tre decenni di sforzo sociale da parte dei missionari, ancora c’è un elevato tasso di matrimoni minorili. Il sistema delle caste è forte a livello sociale e sono vivi antichi tabù e tradizioni scaramantiche. Le persone non hanno consapevolezza dei propri diritti e sono tutt’ora diffidenti nei confronti dei missionari”. Guardando le difficoltà giornaliere di questa popolazione, quasi tutti contadini senza terra, “il gruppo ha realizzato quanto sia fortunato. Questa esperienza ha reso i seminaristi consapevoli delle numerose benedizioni che possiedono”.

Il secondo gruppo si è recato in un altro villaggio, “dove si è sorpreso per la differenza tra lo stile di vita del seminario e quello dei katkaris. Per esempio, la mattina non serviva la sveglia: ci pensava il canto del gallo a destarli. Osservando il lavoro manuale, il gruppo ha compreso il valore che esso ha per gli abitanti del villaggio, che sopportano grandi fatiche senza campare scuse”.

Un altro gruppo ha fatto visita alle 50 famiglie del villaggio di Khumbarde. Qui i bambini sono incoraggiati a frequentare la scuola e vengono premiati con una rupia al giorno. I locali spendono questo denaro per il cibo quotidiano, senza affannarsi nella ricerca dei soldi per nutrire i familiari.

Il quarto gruppo si è recato a Palasgaon, dove ha avuto l’occasione di imparare e parlare il dialetto marathi, fondamentale per rompere le barriere linguistiche con i tribali.

Attraverso questa esperienza di missione, “i seminaristi hanno capito quanto sia duro il lavoro dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici. Essi hanno bisogno ogni giorno del sostegno della preghiera. I giovani hanno compreso meglio la realtà, approfondito la loro prospettiva di vita”. “Speriamo – si augura p. D’Souza – che qualcuno di essi scelga la strada della missione”.

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