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  • » 23/10/2004, 00.00

    filippine - giornata missionaria mondiale

    "Nel mezzo del cammin di nostra vita": racconto di 15 anni di missione

    Giuseppe Carrara, PIME

    Il centro della missione è sempre la persona di Gesù Cristo. Vi sono troppi tentativi di ridurre la Chiesa a un'associazione sociale, a un club democratico, a qualcosa di manipolabile secondo le occasioni.

    Lake Wood (AsiaNews) - "Gli anni della nostra vita sono 70, 80 per i più robusti". Dopo 40 anni di vita, 15 di sacerdozio, 8 di missione e 1 da parroco, penso sia giusto fermarsi a riflettere per un attimo. Da bambino, non tanto a parole ma nei fatti, i miei genitori mi hanno insegnato che Gesù è il centro della vita. Da adolescente, Comunione e liberazione mi ha insegnato che la vera liberazione (integrale) viene solo dalla comunione con Gesù nella Chiesa. Gli studi di teologia, von Balthasar anzitutto, mi hanno confermato che "solo l'amore - quello di Gesù che dà la vita in obbedienza al Padre - è credibile".

    Molti hanno cercato di convincermi che ciò che conta è riempire la pancia ai poveri e costruire strutture. Mi spiace per loro, ma hanno sprecato il fiato. Dopo questi anni sono sempre più convinto che non ci salviamo e non costruiamo niente di buono - anche in questo mondo - se non ci convertiamo a Gesù e non lo seguiamo nella sua Chiesa.

    Una certa ideologia, che si spaccia per cristiana, vuole farci credere che i poveri sono per natura buoni e i ricchi cattivi. Altri sostengono che i poveri, se vogliono uscire dalla povertà, devono seguire l'esempio e gli insegnamenti di chi è benestante.

    La mia esperienza mi dice che la bontà e la cattiveria non dipendono dal conto di banca: ho conosciuto ricchi buoni e ricchi cattivi, così come poveri buoni e poveri cattivi. La beatitudine di cui parla Gesù si riferisce ai "poveri in spirito" (Mt 5,3), cioè coloro che pongono la loro fiducia e speranza nel Signore, e non in se stessi o nelle cose di questo mondo.

    Un'altra menzogna, o tentazione, che ho verificato in questo frammento di vita (umana, sacerdotale e missionaria) è stata la demagogia. "Vox popoli, vox Dei" si dice. Peccato che la voce del popolo cambi a seconda del vento. Basti pensare alla domenica delle Palme e al Venerdì Santo o, per restare nelle Filippine, alle varie manifestazioni di massa, prima a favore di un presidente, poi contro, quindi ancora a favore; o contro un dittatore, poi a favore dei suoi familiari. Se il Vangelo è davvero Vangelo, non mi sembra che Gesù abbia seguito molto l'opinione dei più, così come non lo hanno fatto le migliaia di martiri che nei secoli hanno dato la vita per Cristo.

    Eppure c'è ancora chi vorrebbe gestire la Chiesa come una democrazia, come se la Verità si potesse decidere a maggioranza, riducendo la Chiesa a una associazione sociale che non dia troppo fastidio con discorsi morali, spirituali o escatologici.

    A questo punto vi domanderete cosa stia facendo io nel mio piccolo per vivere quanto ho detto sopra: domanda giusta. La mia speranza e il mio impegno qui a Lake Wood consistono nell'essere segno e strumento della Presenza di Cristo con la comunità che mi è stata affidata.

    Secondo tutti i documenti della Chiesa (la Lumen Gentium ad esempio), la vocazione del sacerdote è santificare, insegnare e governare il popolo di Dio. Ebbene, questo è quello che sto cercando di fare.

    Santificare (munus sanctificandi): attraverso la valida, degna e dignitosa celebrazione dei Sacramenti (di tutti quelli che posso celebrare, a differenza di chi sta riducendo la Chiesa Cattolica a una Chiesa Protestante, dove non c'è posto per la Confessione; non si creano le occasioni perché la gente capisca il valore della Confessione e, perciò, la cerchi).

    Insegnare (munus docendi): tanti anni, e soldi, spesi per farmi studiare teologia, credo non possano essere sprecati riducendomi a svolgere compiti che non so compiere (costruire chiese o fare progetti agricoli, o altro). Per cui mi impegno a formare la gente, soprattutto i leader della comunità (ministri dell'Eucaristia e della Parola, catechiste, presidenti di cappelle, ecc.). Faccio questo con dei corsi di formazione specifici, ma anche con decisioni pastorali. Alcuni esempi: i sacramenti non sono miei o della gente, bensì di Cristo e della Chiesa, per essere validi e fruttuosi richiedono certe condizioni e una certa preparazione. C'è chi invece pensa siano beni che si possono comprare a pagamento.

    Le feste patronali non sono feste folcloristiche o occasioni di commercio e di divertimento indiscriminato. Sono ricorrenze liturgiche che devono seguire il calendario liturgico e hanno lo scopo principale di rinnovare spiritualmente la comunità cristiana. Per cui vanno adattate e celebrate in questo senso, cioè adattandole al calendario liturgico (mentre qualcuno vorrebbe adattarle al calendario dei venditori ambulanti), evitando certe attività che l'esperienza ha confermato essere contrarie al bene della gente (gioco d'azzardo, balli dove si 'vendono' le ragazze a chi offre di più, ecc.).

    La salvezza eterna dipende dalle scelte operate in vita (che solo Dio può giudicare), non dalle veglie, dai funerali o dalle celebrazioni di anniversari di morte (che, al massimo, riducono la pena del Purgatorio). Di conseguenza, se uno ha lasciato la Chiesa Cattolica per far parte di un'altra chiesa o di un'altra religione il suo funerale non può essere celebrato secondo il rito cattolico (chiara disposizione del Codice di Diritto Canonico, n° 1184). Ovviamente senza per questo condannare nessuno (solo Dio giudica), ma semplicemente ricordando che le scelte fatte in vita dalla persona vanno rispettate anche dopo la sua morte.

    L'accesso alla Comunione Eucaristica presume un'unione previa con Cristo attraverso il Battesimo e una vita libera da gravi mancanze. Chi non è stato ancora battezzato o chi vive in un stato oggettivamente contrario alla morale cristiana (persone separate conviventi con altre) non può essere ammesso alla Comunione. Per molti può sembrare scontato, da queste parti non lo è. E così mi sono fatto altri nemici.

    Sto anche cercando di far capire che l'appartenenza cristiana è più importante dell'essere membro di una  tribù, clan o della comunità civile: queste realtà dovrebbero essere animate secondo lo spirito del Vangelo. Ma siamo ancora lontani anni luce dalla comprensione di una verità scontata del Vangelo: "nel mondo, ma non del mondo".

    Governare (munus regendi): come dicevo sopra, la Chiesa non è una democrazia dove si decide a maggioranza, bensì una comunione, una Compagnia guidata al Destino, dove la responsabilità dell'autorità è affidata per via gerarchica e sacramentale, non per elezione o consenso popolare. In altre parole, dopo il doveroso ascolto di tutti quelli che hanno qualcosa da dire (in tal senso ho aumentato le occasioni per condividere il proprio pensiero), mi assumo la responsabilità (spesso impopolare) di decidere. Naturalmente posso sbagliare (non sono il Papa); per questo chiedo al Signore l'umiltà e il coraggio di riconoscere i miei errori, di chiedere perdono e saper ricominciare. Ma non per questo delego una responsabilità che è propria del ministro ordinato.

    A questo punto vi farete un'altra domanda: cosa faccio per aiutare i tanti poveri della mia comunità.

    Anche questa domanda è legittima. Come tutti i cristiani, anch'io verrò giudicato da Dio in base all'amore ("avevo fame, e mi avete dato da mangiare", Mt 25).

    A dir la verità, mi sento a disagio nel rispondere, a causa di un altro passo evangelico ("Quando fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra", Mt 6,3). Ma devo anche giustificare le tante offerte ricevute da amici e parenti.

    Il mio principale caritativo è aiutare i malati che non si possono permettere le spese mediche. In secondo luogo permettere ai ragazzi poveri di andare a scuola (almeno alle elementari); terzo - in base al principio evangelico secondo cui l'operaio ha diritto alla sua mercede - dare un certo compenso a coloro che si impegnano di più nel lavoro pastorale.

    Resto comunque convinto che l'aiuto più grande, anche in vista di una vita umana più dignitosa, sia quello di fare del mio meglio per aiutare questa gente (poveri e ricchi) a capire che la liberazione integrale viene solo dalla conversione al Vangelo. Da questo deriva la liberazione dalla paura degli spiriti o della morte a favore del santo timore di Dio; il superamento della mentalità tribale a favore di una visione cattolica, che cerca il bene comune, non solo del proprio gruppo. Ovviamente, solo Dio, che giudica i cuori, può verificare il successo di un tale sforzo e di una tale speranza. Auguro a me stesso e a tutti di poter vivere intensamente la beatitudine evangelica: essere poveri in spirito, abbandonandosi fiduciosamente a Dio che guida i nostri passi, nella gioia e nella tristezza, nella ricchezza e nella povertà, nella vita e nella morte, ora e sempre.

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