03/06/2016, 14.35
OMAN - GOLFO
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Oman, un modello fra gli Stati del Golfo per lotta al terrorismo e libertà religiosa

di Alexandria Caputo

È la nazione più sicura nella regione e i suoi giovani considerano lo Stato islamico come il più grosso ostacolo. La guida del sultano Qaboos ha favorito lo sviluppo delle infrastrutture e il settore dell’istruzione, creando un ambiente impermeabile alla cultura radicale. Il ruolo di mediatore nelle crisi locali e internazionali. Per gentile concessione della Jamestown Foundation. 

Mascate (AsiaNews) - Secondo una recente indagine statistica, i giovani dell’Oman considerano l’ideologia dello Stato islamico (SI) come il più grande ostacolo che devono affrontare le nazioni del Golfo (Times of Oman, 16 aprile). L’inchiesta, condotta dalla Penn Schoen Berland, fra le massime autorità internazionali in materia, mostra che i giovani del Paese - e di conseguenza anche molti giovani arabi in tutto il Medio oriente - sono ben lontani dalla visione fanatica e violenta dell’organizzazione [jihadista], che ha sfruttato in modo crescente la fragilità di alcune popolazioni su scala globale. 

A dispetto dei timori nei confronti dell’ideologia violenta dello Stato islamico, il pacifico Oman ha totalizzato zero punti nel Global Terrorism Index (GTI) relativo al 2015. L’inchiesta prende in esame quattro diversi fattori: il numero complessivo di attentati terroristici; le vittime causate dal terrorismo; i feriti; l’ammontare complessivo dei danni alle proprietà derivanti da attacchi terroristi nell’anno preso in esame (Institute for Economics and Peace, 2015). Il Qatar è stata l’unica altra nazione del Golfo a totalizzare un punteggio simile. Il Gti, tuttavia, non valuta quante persone sono state oggetto di radicalizzazione o sono state reclutate per finalità terroriste all’interno di uno Stato. Il Qatar ha visto almeno 15 dei suoi abitanti arruolarsi fra le fila dello SI, lasciando all’Oman il primato di nazione più sicura fra i Paesi del Golfo (Gulf News, novembre 2015). Questo articolo vuole analizzare le ragioni del successo dell’Oman e si chiede se questo Stato del Golfo, troppo spesso trascurato, può grazie alla guida del sultano Qaboos bin Said diventare un modello nella lotta al terrorismo per gli altri Paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc).

In direzione della modernizzazione

Il sultano Qaboos è salito al potere nel 1970, grazie a un colpo di Stato promosso dai britannici. La sua ascesa ha inaugurato quella che sarebbe stata descritta in seguito come “l’età moderna” dell’Oman (Ibt, 28 novembre 2015). In precedenza, il governatorato meridionale di Dhofar aveva adottato le ideologie di matrice marxista del sud dello Yemen, ma la presa del potere di Qaboos ha spinto lo Stato in un’altra direzione. Egli ha lavorato a lungo per modernizzare il Paese. Ha dato una spinta fondamentale alle infrastrutture della nazione e contrastato con forza il sotto-sviluppo, la povertà, le divisioni su base etnica che erano una costante quando era al potere il padre, Said bin Taimur, contrastando alla base tutte le condizioni che avrebbero potuto favorire l’ascesa del fondamentalismo. Si sono gettate le basi per una riforma del sistema educativo, e per la riunificazione fra il nord e il sud del Paese unite sotto l’egida comune del Sultanato dell’Oman (Country Studies, 1993). 

Questo tipo di riforme hanno creato un ambiente pressoché impermeabile all’ideologia radicale, nonostante la presenza di gruppi militanti nel vicino Yemen e in Arabia Saudita. 

A dispetto delle riforme economiche e strutturali, l’Oman resta una nazione conservatrice sul piano sociale, i cui cittadini lottano per difendere i loro valori e tradizioni, in particolare in tema di matrimonio e di pratica del culto. Ciononostante, i cittadini dell’Oman si aspettano pari trattamento e uguaglianza nei salari, a prescindere dal genere. Inoltre, l’interferenza dello Stato nella vita dei cittadini è limitata, in particolare per quanto concerne l’occupazione e la pratica della fede, in netto contrasto con quanto avviene, per esempio, con la polizia religiosa islamica (mutaween) in Arabia Saudita. Il governo dell’Oman non ha una statistica relativa alla pratica del culto e alle credenze religiose della popolazione, anche se in questo caso il non-interventismo nelle questioni personali dei cittadini appare piuttosto come il risultato di un palese disinteresse (Gulf State Analytics, 17 giugno 2015). 

L’influenza del jihad

Nell’islam praticato in Oman la scuola di pensiero dominante è l’ibadismo, una filosofia religiosa islamica che precede entrambe le sette maggioritarie sunnita e sciita ed è famosa per la sua tolleranza nei riguardi delle altre religioni. In Oman vi sono minoranze sunnite e sciite, ma fra loro non vi sono le tensioni che si registrano in altre parti del Medio oriente e del Nord Africa (Gulf State Analytics, 17 giugno 2015). 

Praticata dal 75% della popolazione, la fede e gli insegnamenti Ibadi hanno influito sulla formazione del diritto, proibendo il proselitismo e moderando l’applicazione della pena di morte. L’ibadismo si riflette anche nella politica estera adottata dall’Oman, che ha assunto una posizione di tolleranza sullo scacchiere globale. 

Fra gli altri risultati della tradizione Ibadi, l’Oman è in prima fila nella lotta alla diffusione dell’ideologia radicale promuovendo la libertà religiosa e di pensiero, pur a fronte di pressioni sociali e di censura di Stato sui media (The US-Middle East Youth Network, 18 marzo). Le opinioni su Dio e il governo, e sul sultano Qaboos in particolare, restano un argomento tabù, soprattutto se esse vengono giudicate come aggressive (Human Rights Watch, 2016). A maggio un giornalista dell’Oman è stato arrestato per aver espresso le proprie idee politiche, dando vita a un dibattito sulla reale portata della libertà di parola nel Sultanato (Gulf News, 13 maggio). 

Norme anti-terrorismo

A dispetto di un alto livello di tolleranza in tema di manifestazione della fede, l’Oman ha dato vita a una robusta legislazione in materia di anti-terrorismo. Ad aprile, il Consiglio della shura ha approvato emendamenti contro il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento di atti di terrorismo (Gulf News, 4 aprile). La mossa è un tentativo di contrastare l’attività terrorista fin dalla base, bloccando i finanziamenti all’attività criminale e rafforzando la capacità degli inquirenti di colpire i criminali. Gli emendamenti prevedono anche pene più severe e condanne al carcere di durata maggiore (Gulf News, 4 aprile). 

La presenza di gruppi estremisti violenti nelle nazioni dell’area è fonte di preoccupazione per i vertici dell’Oman, impegnati nella difesa dei propri confini. Tuttavia, la crisi in Yemen mostra che la leadership dell’Oman preferisce agire come mediatore, piuttosto che istituzione basata sull’utilizzo della forza militare. Al contrario, essa ha assunto un ruolo di primo piano nei difficili negoziati fra il governo yemenita e le forze ribelli, così come nei colloqui fra Stati Uniti e i rappresentanti Houthi in Yemen. Il sultanato ha anche favorito il rilascio degli ostaggi prigionieri nel Paese (Al Arabiya, 23 maggio). 

Sul piano internazionale l’Oman non è un sostenitore della linea dura, e i suoi diplomatici continuano a giocare un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo su scala globale. Una posizione ribadita di recente con la presenza del Sultanato ad una conferenza internazionale che si è tenuta ad aprile a Ginevra (Time of Oman, 10 aprile).

Fondamenta stabili

A dispetto della collocazione geografica in una regione soggetta a conflitti, l’Oman promuove diversi progetti nel settore dell’istruzione, per rafforzare lo sviluppo sociale e mantenere l’integrità dei propri confini. Questo ha permesso di scongiurare attacchi terroristi e la radicalizzazione dei propri cittadini. 

Gli sforzi di modernizzazione hanno aiutato a soddisfare i bisogni della popolazione sul piano economico e sociale, senza per questo sradicare i cittadini dell’Oman dal loro patrimonio culturale e dalla loro identità. Il non-interventismo in politica estera e interna sono le linee guida in materia di sicurezza per l’Oman. Si è ritagliato un ruolo da mediatore, non solo fra le nazioni del Gcc, ma anche per i Paesi occidentali, ospitando di recente i colloqui fra funzionari statunitensi e iraniani nel contesto delle trattative sull’accordo nucleare (Al Monitor, 29 aprile). 

Anche se non tutte le nazioni sono in grado di svolgere in modo efficace il ruolo che l’Oman si è ritagliato per se stesso, il successo dell’Oman nel mantenere la stabilità interna in una regione travagliata dovrebbe essere da esempio per gli altri Paesi del Golfo. 

(Per gentile concessione della Jamestown Foundation)

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