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» 26/04/2007 14:12
CINA - ETIOPIA
Operai cinesi in Etiopia: Pechino alle prese con la sua politica in Africa
L’esercito etiope cerca i cinesi rapiti. I ribelli avevano “preannunciato” azioni nella zona. In Africa sono sempre più frequenti le aggressioni contro lavoratori e ditte cinesi da parte di chi combatte i regimi al potere. Esperti: è conseguenza della politica di “non interferenza” con le dittature locali.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’esercito etiope prosegue le ricerche per i 7 operai cinesi rapiti ieri dai ribelli durante un assalto agli impianti petroliferi in cui hanno anche ucciso 74 persone (9 operai cinesi della statale Sinopec). Esperti si chiedono se Pechino rivedrà la sua politica in Africa.

L’attacco è stato rivendicato dal Fronte di liberazione nazionale Ogaden, gruppo somalo che aveva più volte “avvertito” le compagnie cinesi che non avrebbe permesso lo sfruttamento delle risorse della zona “da parte del regime etiope o di qualsiasi impresa con cui ha un illegale accordo” finché al popolo Ogaden fosse “negato il diritto all’autodeterminazione”. Liu Jianchao, portavoce del ministro cinese degli Esteri, ha condannato il massacro e ha auspicato la liberazione dei rapiti, senza, peraltro, parlare delle ragioni dell’aggressione. “Questa gente – ha detto – vuole sabotare le relazioni della Cina con il governo etiope”.

Esperti osservano che questi morti sono anche conseguenza della politica di “non interferenza” di Pechino, che ignora la repressione e il malgoverno di regimi corrotti purché possa assicurarsi fonti energetiche e materie prime. L’Etiopia è emarginata dalle ditte occidentali, dopo che nel 2005 la polizia ha massacrato 193 persone durante una protesta politica. La Cina ne ha approfittato: ad esempio la Huawei Technologies e 2 altre ditte cinesi hanno concluso accordi per 1,5 miliardi di dollari nel campo delle telecomunicazioni. Nonostante la “non interferenza” cinese, l’impianto era custodito da oltre 100 soldati, dimostrazione della stretta collaborazione tra Sinopec e Addis Abeba.

La Cina è spesso ben accolta dai governi africani perché concede finanziamenti senza porre condizioni sul rispetto dei diritti umani e sull’uso delle somme a favore della popolazione, come fanno gli Stati occidentali. Ma sempre più spesso è accusata di colonialismo economico e contro le sue attività ci sono proteste politiche e di piazza. A febbraio 14 cinesi dipendenti della Chinese National Petroleum Company sono stati rapiti (e poi rilasciati) in Nigeria da ribelli che accusano la compagnie di aiutare un governo corrotto a privarli delle risorse locali; a marzo sono stati rapiti altri 2 operai, ancora dispersi. In Kenya un ingegnere cinese è stato ucciso e un altro ferito. Nello Zambia ci sono state proteste pubbliche dei minatori contro le basse paghe e la violazione dei diritti da parte delle imprese cinesi.

Gli analisti ritengono, comunque, che per ora Pechino non muterà strategia in Africa, nonostante il problema di proteggere milioni di cinesi che ci lavorano. Zhang Xiaodong, ricercatore dell’Accademia sociale delle Scienze, osserva al South China Morning Post di Hong Kong che la Cina ha bisogno di materie prime e di energia, “per questo deve accordarsi con il Sudan o l’Iran mentre gli altri Paesi li denunciano”. Il 5% del petrolio importato dalla Cina viene dal Sudan e il 13% dall’Angola. (PB)


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