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  • » 04/09/2017, 11.37

    COLOMBIA-BANGLADESH-VATICANO

    P. Danilo: Papa Francesco invita a uscire. Io sono andato in Bangladesh



    Alla vigilia del viaggio di pontefice in Colombia, p. Gomez racconta i suoi primi tre anni in missione nel Paese del subcontinente indiano. Le difficoltà per la lingua, i primi approcci con le persone, l’impegno con i giovani. Lavoro sociale e di evangelizzazione. Nel Paese a maggioranza islamica, le conversioni al cristianesimo dei giovani tribali. "Il Signore non mi lascia mai da solo".

    Roma (AsiaNews) - “Bisogna avere il coraggio di ‘uscire’, come dice papa Francesco: uscire dalla diocesi, allontanarsi dal proprio vescovo o dalle suore che conosci e vivere la missione universale. La Chiesa è cattolica, universale, quindi io devo uscire dal mio particolare”. È quanto ripete con forza ad AsiaNews p. Danilo Gomez, della diocesi di Sonsón-Rionegro (Colombia), alla vigilia del viaggio di papa Francesco nel suo Paese d’origine. Il papa infatti si recherà in Colombia dal 6 all’11 di questo mese. E p. Danilo si troverà lì, nel suo primo periodo di vacanza dalla missione, dove è stato per i primi tre anni. L’intervista ci è stata data durante il suo breve scalo a Roma.

    P. Danilo, 39 anni, è stato ordinato sacerdote nel 2009. Ha fatto il parroco in due paesini della diocesi, poi è stato chiamato ad insegnare in seminario. La chiamata alla missione universale l’ha portato a dire sì alla proposta del suo vescovo di andare in missione come associato del Pime (Pontificio Istituto Missioni estere) in Bangladesh. Dopo un breve periodo a Roma, p. Danilo è partito nel 2014 insieme a un altro sacerdote della sua diocesi, p. Belisario de Jesus Ciro Montoya, più giovane di lui. Dopo due anni p. Belisario è dovuto ritornare in Colombia per gravi problemi familiari. P. Danilo però non si sente solo: in Bangladesh ha trovato una nuova “famiglia”: “Una volta a Dhaka, un commerciante mio connazionale della Colombia mi suggerisce di non andare mai in giro da solo e di stare attento. Ma io gli ho risposto: Io non sono mai solo. Io sono un cristiano. Lì dove c’è la Chiesa, lì c’è anche la mia famiglia. Il Signore non mi lascia mai da solo. Noi siamo qui per le persone, che sono nostri fratelli e sorelle. Non sono mai orfano, sono un fratello della mia famiglia cristiana”.

    Per far parte della “famiglia” e avere contatto con i “fratelli e sorelle” bisogna dedicare molto tempo allo studio della lingua. “Abbiamo iniziato a studiare la lingua a Dhaka - racconta -  perché non sapevo nemmeno come rispondere in una conversazione. Lo stesso alfabeto è diverso. Come dei bambini, all’inizio abbiamo imparato le vocali e poi le consonanti; in seguito ci hanno insegnato come combinarle insieme”. Per imparare a pronunciare le parole della messa in bengalese, hanno avuto bisogno di alcune suore locali di una congregazione francese.  Dopo sei mesi, per fare pratica, p. Danilo si è trasferito nel villaggio di Mirpur, nei dintorni di Dhaka, insieme ad alcuni padri del Pime. “Le persone mi facevano tante domande: sei sposato? sei straniero? da dove vieni? Con una suora, suor Clara, ho imparato a scrivere piccoli brani di omelia, con caratteri bengalesi. È stata un’esperienza molto arricchente, molto bella, soprattutto con i bambini. Ricordo ancora due anni fa, la prima confessione che ho fatto in lingua bengalese. Due bambini, Xavier e Surgio, si avvicinano a me e mi chiedono di potersi confessare. Ero stupito perché ero ancora alle prime armi con la lingua. Ma è stato molto bello, avevano circa 8-9 nove, avevano fatto da poco la prima comunione. Alla fine i bambini sono stati contenti e io ero sorpreso. Per imparare la lingua, la regola d’oro è perseverare”.

    Nel 2015, p. Danilo va a lavorare con p. Gianpaolo Gualzetti a Zirani in un centro per i giovani, che dipende dalla parrocchia di Maria Regina degli Apostoli a Mirpur. Il centro si chiama “Gesù lavoratore”. “In pratica - spiega - è un centro-ostello per giovani che entrano nel mondo del lavoro. I ragazzi vi risiedono perché pagano poco, 2500 taka al mese [25,86 euro], e ogni giorno si spostano per raggiungere i luoghi di lavoro. È una prima opera sociale a favore dei giovani, tutti all’incirca sui 18-19 anni. Le suore invece si occupano delle ragazze”.

    “L’obiettivo - continua - è educare alla convivenza e alla responsabilità, con orari fissi e alcune regole. I giovani vengono soprattutto dai villaggi, dove sono come degli ‘uccelli liberi’ quindi non sono abituati a rispettare gli orari, per esempio quelli dell’ingresso in azienda. Il nostro lavoro è prepararli all’impatto con la grande città. I ragazzi rimangono circa 2-3 anni, non di più: giusto il tempo necessario per diventare autonomi nel lavoro e organizzarsi da sé, prendendo delle camere in affitto insieme ad altri compagni. Infatti lo scopo di questa missione è renderli autonomi”.

    Il “Gesù lavoratore di Zirani non è solo un’opera sociale. “Tutti i giorni nell’ostello si celebra la messa. I ragazzi non riescono a parteciparvi ogni giorno. Ma nonostante gli impegni, di solito vengono almeno una volta alla settimana, anche quelli musulmani. Tutti sanno che è una struttura cattolica, che la nostra proposta è il Vangelo, e loro non sono obbligati, ma vengono volentieri perché ci rispettano. Alcuni giovani fanno un percorso di catechesi e da “beddin”, “pagani”, diventano cristiani. In quella scuola ci sono tanti di loro che diventano cristiani. La maggior parte sono di origine tribale Santal, Oraon o Garo. Ciò che li affascia è la testimonianza di vita della suora o del missionario; oppure si incuriosiscono leggendo il Vangelo, si avvicinano al catechista e dimostrano interesse per la fede cristiana. il catechista si chiama Dipok, un padre di famiglia, con moglie e due figlie. È una persona eccezionale perché si avvicina a questi giovani e sa parlare loro e presentare la bellezza del cristianesimo. Mi ha anche aiutato molte volte a preparare le omelie in bengalese, a strutturarle e a pronunciarle”.

    “La missione di Zirani ha anche un gruppo di 600 famiglie cristiane, per le quali svolgiamo il lavoro pastorale. In Bangladesh il giorno di festa è il venerdì. Prima dell’indipendenza, la festa era la domenica. Dopo il governo di Khaleda Zia, il giorno di riposo e di festa è diventato il venerdì. Ciò ha reso più complicato poter partecipare ai sacramenti. Ma questo non ci impedisce di pregare, dato che possiamo celebrare la messa il sabato sera e di solito lo facciamo nelle loro case. Vi sono però tante persone che sono costrette a lavorare sempre, senza alcun giorno di vacanza”.

    “È stupefacente vedere la religiosità delle persone e dei gruppi tribali: tutti i cristiani si salutano con un riferimento a Gesù. Anche i musulmani salutano cin un riferimento ad Allah. I rapporti con loro sono buoni in generale, anche se qua e là si vede adesso qualche segno di fondamentalismo. Nella costituzione Il Bangladesh il Paese è definito come un Paese laico, da qualche tempo la religione si sta compromettendo con lo Stato, e il Bangladesh sta diventando sempre di più un Paese islamico”.

    Alla domanda “Cosa ti ha colpito di più in questi anni?”, p. Danilo risponde: “Il rapporto con la gente. Il bengalese è una persona con un cuore grande, aperto. Se vedono uno straniero, subito fanno domande, pieni di curiosità. Poi sono delle persone infaticabili, lavorano tantissimo. E sono molto religiosi. I giovani stanno perdendo queste caratteristiche: la diffusione di nuove culture, il cellulare, la tecnologia stanno deteriorando il rapporto con la famiglia e con la religione”.

    P. Danilo, cosa può dare la tua esperienza alla tua diocesi latino-americana?

    È la prova della fede, che la fede può tutto. La prima volta che arrivi in un Paese che non conosci, una cultura che non conosci, in cui non sai dove andare, devi sapere cosa sei. Io sono un missionario, venuto per annunciare Cristo e il suo Vangelo. Magari non sarò in grado di usare le giuste parole, ma io nella mia esperienza missionaria vivo la fede.

    Io cerco tutti i giorni di alimentare questa fede, senza la quale non posso fare nulla. Senza il Signore non sono niente.  Ci vuole coraggio. Nessuno si aspettava che io ce l’avrei fatta, che avrei imparato la lingua, che avrei resistito. Non voglio dire che io sono forte, anzi, sono debole, limitato. Ma la mia limitatezza, quel poco che ho, lo offro con gioia. Ciò non toglie che io abbia paura. Abito in un Paese non facile, dove arrivano notizie di massacri contro i cristiani. Ma la fede mi conforta.

    Consiglieresti a qualche tuo amico di venire con te in Bangladesh?

    Sì, al 100%. La natura della Chiesa è missionaria. Quando esci dalla tua zona di confort, vedi ciò che veramente fa la Chiesa. Purtroppo un grande problema degli stessi cattolici è di essere autoreferenziali. Questo ci porta ad essere stanchi e a non vedere più qual è la ricchezza della Chiesa. Invece la Chiesa è cattolica, universale, quindi io devo uscire dal mio particolare. Bisogna avere il coraggio di “uscire”, come dice papa Francesco: uscire dalla diocesi, allontanarsi dal proprio vescovo o dalle proprie suore.

    Tutto questo è sano. In questi tre anni io non mi sono mai pentito, anche se ho avuto paura. Dentro di me mi domandavo: ‘Sarò capace? Farò una brutta figura tanto da dover ritornare a casa?’. Ma io sono sicuro che il Signore ti dà sempre la Sua grazia, non ti mette mai in un posto in cui non puoi fare niente. Il Signore ti dà la grazia di andare ovunque e ti dà una famiglia, che è la Chiesa.

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