04/10/2020, 12.33
VATICANO
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Papa: enciclica, costruire un mondo basato su amicizia sociale, solidarietà e verità

Pubblicata oggi la “Fratelli tutti”, enciclica sociale di papa Francesco. Superare la sopraffazione personale, e politica e la logica di mercato fondata sul profitto, oggi imperanti. I diritti umani non conoscono frontiere. Il no alla guerra e alla pena di morte. Non dimenticare la Shoah. Il diritto alla libertà religiosa.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Costruire un mondo giusto e fraterno, che sostituisca con l’“amicizia sociale”, la solidarietà e la cura della casa comune la sopraffazione personale, e politica e la logica di mercato fondata sul profitto, oggi imperanti. E’ questo l’obiettivo che si pone e che propone “Fratelli tutti”, la terza enciclica di papa Francesco, resa pubblica oggi.

“Enciclica sociale” la definisce il Papa, con la quale ha voluto dare “un contesto più ampio di riflessione” alle questioni “legate alla fraternità e all’amicizia sociale”, che “sono sempre state tra le mie preoccupazioni”. Nella redazione dell’enciclica ha influito poi il Documento sulla fratellanza umana firmato da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar nel febbraio 2019 – citato più volte – e “l’irruzione” della pandemia, servita a dimostrare che “nessuno si salva da solo”.

Il titolo, spiega il Papa, è preso dalle “Ammonizioni” di San Francesco d’Assisi, che usava quelle parole “per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo”. Obiettivo condiviso.

Nel primo degli otto capitoli del documento, “Le ombre di un mondo chiuso”, si sostiene che “la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici”, “risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi”.  Sono deformati principi come democrazia, libertà, giustizia e domina la “logica” di un mercato fondato sul profitto e sulla “cultura dello scarto”. Ne sono figli disoccupazione, razzismo, povertà e schiavitù. E “l’organizzazione delle società in tutto il mondo è ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini”.

A tale realtà si contrappone l’esempio del Buon Samaritano che chiama a farsi prossimi dell’altro, superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche o culturali. “La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza”. Tutti, infatti, siamo corresponsabili nella costruzione di una società che sappia includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente. Come cristiani, poi, “crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale”.

Un essere umano, poi, “è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza «se non attraverso un dono sincero di sé”. Da questa affermazione discende l’apertura alla “comunione universale”, per la quale il Papa afferma che “i diritti non hanno frontiere”. Il che “implica che si assicuri il «fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso», che a volte risulta fortemente ostacolato dalla pressione derivante dal debito estero”. E se “ogni debito legittimamente contratto dev’essere saldato, il modo di adempiere questo dovere, che molti Paesi poveri hanno nei confronti dei Paesi ricchi, non deve portare a compromettere la loro sussistenza e la loro crescita”.

Se il diritto a vivere con dignità non può essere negato a nessuno, afferma ancora il Papa, nessuno può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato. E’ il tema, tanto caro a Francesco, dei migranti. In fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali, vittime di trafficanti. L’atteggiamento verso di loro si riassume in “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Essi possono essere “una benedizione”. Quello dei migranti è un problema mondiale che per questo va risolto con una “governance globale”, che avvii progetti a lungo termine in nome di uno sviluppo solidale di tutti i popoli. Una comunità mondiale “capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale” per la cui realizzazione “è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune”.

Attenta al “popolarismo”, ma lontana dal populismo, la buona politica si preoccupa anche di garantire il lavoro, “dimensione irrinunciabile della vita sociale” a tutti, affinché ciascuno possa sviluppare le proprie capacità. Esso è anche “il miglior aiuto per un povero, la via migliore verso un’esistenza dignitosa”.

Alla politica spetta anche combattere tutto ciò che attenta i diritti umani fondamentali, come il traffico di armi e droga, lo sfruttamento sessuale. E la tratta, “vergogna per l’umanità”, oltre alla fame, che è “criminale” perché l’alimentazione è “un diritto inalienabile”. L’enciclica, in proposito, propone una politica centrata sulla dignità umana e non, come ora, sulla finanza, perché “il mercato da solo non risolve tutto”. Perché questo si realizzi occorre anche una riforma dell’Onu, che faccia delle Nazioni Unite la base di una comunità di nazioni.

Serve anche, e forse soprattutto, una “cultura del dialogo”. “Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media”. Il dialogo esige “rispetto per l’altro” e per le sue opinioni, i suoi interessi legittimi e, soprattutto, la verità della dignità umana. Il relativismo non è una soluzione. Nel dialogo, che è anche confronto di idee, “quanti si sono confrontati duramente si parlano a partire dalla verità, chiara e nuda. Hanno bisogno di imparare ad esercitare una memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni e proiezioni”.

Il dialogo è anche strumento di pace, la costruzione della quale è compito di tutti. E’ un “artigianato” che coinvolge tutti e in cui ciascuno deve fare la sua parte. “Un’autentica pace si può ottenere solo quando lottiamo per la giustizia attraverso il dialogo, perseguendo la riconciliazione e lo sviluppo reciproco”.

“Il perdono e la riconciliazione – rileva il Papa - sono temi di grande rilievo nel cristianesimo e, con varie modalità, in altre religioni”. “Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere”. Perdonare, inoltre, non vuol dire esigere “da chi ha sofferto molto in modo ingiusto e crudele”, una specie di “perdono sociale”. “La riconciliazione è un fatto personale, e nessuno può imporla all’insieme di una società, anche quando abbia il compito di promuoverla”. Mai dimenticare “orrori” come la Shoah, i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni ed i massacri etnici. “Mai più la guerra, fallimento dell’umanità”, afferma Francesco.

E mai più la pena di morte che al giorno d’oggi “è inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale”. E no anche all’ergastolo “una pena di morte nascosta”.

Nell’ambito dei diritti fondamentali c’è anche quello alla libertà religiosa, diritto umano fondamentale La violenza contro le fedi, infatti, non è in alcuna religione. Atti “esecrabili” come quelli terroristici sono frutto di interpretazioni errate dei testi religiosi, nonché a politiche di fame, povertà, ingiustizia, oppressione. Il terrorismo non va sostenuto in alcun modo e “come leader religiosi siamo chiamati ad essere veri ‘dialoganti’, ad agire nella costruzione della pace non come intermediari, ma come autentici mediatori”. In proposito l’enciclica cita il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza”, e riprende l’appello affinché, in nome della fratellanza umana, si adotti il dialogo come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio. (FP)

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