25/12/2020, 13.08
VATICANO
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Papa: grazie a questo Bambino, siamo tutti fratelli. Appello per il vaccino per tutti

Nel Messaggio Urbi et Orbi di Natale, papa Francesco esorta a che la distribuzione dei vaccini anti-Covid non sia occasione di concorrenza economica e di individualismo, ma sia dato a tutti, anzitutto alle persone “più vulnerabili”. Il ricordo e la preghiera a Gesù Bambino per il Medio oriente, l’Africa, il continente americano. Per l’Asia, ricordate le Filippine e il Vietnam e i Rohingya. A Natale riscoprire la famiglia, “come culla di vita e di fede”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Grazie a questo Bambino, tutti possiamo chiamarci ed essere realmente fratelli: di ogni continente, di qualsiasi lingua e cultura, con le nostre identità e diversità, eppure tutti fratelli e sorelle”. È un invito a esprimere la fraternità universale, fondato sulla nascita di Gesù, “’nato per noi’: un noi senza confini, senza privilegi né esclusioni”, il cuore del Messaggio Urbi et Orbi (alla città di Roma e al mondo) che papa Francesco ha diffuso oggi. A differenza del tradizionale pronunciamento dalla loggia della basilica, a causa delle restrizioni legate alla pandemia, egli ha diffuso il Messaggio dall’Aula delle benedizioni, fra due file di invitati, una cinquantina, tutti rigorosamente con indosso la mascherina chirurgica.

La fraternità universale deve mostrarsi anzitutto nella cura perché i vaccini contro il Covid-19 siano distribuiti a tutti, anzitutto ai più deboli. Distaccandosi dal discorso consegnato in antecedenza ai giornalisti, Francesco ha lanciato un appello perché la distribuzione del vaccino non sia occasione di competizione economica, ma “luce di speranza… per tutti”, in particolare per “i più vulnerabili”.

"Nel Natale – ha detto il papa - celebriamo la luce del Cristo che viene al mondo e lui viene per tutti: non soltanto per alcuni. Oggi, in questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia, appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini".

“Ma perché queste luci possano illuminare e portare speranza al mondo intero, devono stare a disposizione di tutti. Non possiamo lasciare che i nazionalismi chiusi ci impediscano di vivere come la vera famiglia umana che siamo. Non possiamo neanche lasciare che il virus dell’individualismo radicale vinca noi e ci renda indifferenti alla sofferenza di altri fratelli e sorelle. Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!

Il papa ha definito anzitutto la fraternità: “non una fraternità fatta di belle parole, di ideali astratti, di vaghi sentimenti... No. Una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di con-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione; è diverso da me ma è mio fratello, è mia sorella. E questo vale anche nei rapporti tra i popoli e le nazioni…. generosi e solidali, specialmente verso le persone più fragili, i malati e quanti in questo tempo si sono trovati senza lavoro o sono in gravi difficoltà per le conseguenze economiche della pandemia, come pure le donne che in questi mesi di confinamento hanno subito violenze domestiche”.

Poi, come in una lunga preghiera litanica, Francesco ha espresso la sua preghiera per diverse aree del mondo.  Anzitutto verso il Medio oriente e i “troppi bambini che in tutto il mondo, specialmente in Siria, in Iraq e nello Yemen, pagano ancora l’alto prezzo della guerra”.

Il pontefice ha chiesto a Gesù Bambino che “risani le ferite dell’amato popolo siriano, che da ormai un decennio è stremato dalla guerra e dalle sue conseguenze, ulteriormente aggravate dalla pandemia” e conforti il popolo irakeno e “tutti coloro che sono impegnati nel cammino della riconciliazione, in particolare agli yazidi, duramente colpiti dagli ultimi anni di guerra”.

Ha poi chiesto pace per la Libia e per “israeliani e palestinesi”, affinché “possano recuperare la fiducia reciproca per cercare una pace giusta e duratura attraverso un dialogo diretto, capace di vincere la violenza e di superare endemici risentimenti, per testimoniare al mondo la bellezza della fraternità”.

Il papa ha ricordato anche il popolo libanese, perché “non perda la speranza”. A loro e ai responsabili del Paese, Francesco ha dedicato proprio ieri una lettera. E ha chiesto che sia intrapreso “il dialogo quale unica via che conduce alla pace e alla riconciliazione” nel Nagorno Karabakh e “nelle regioni orientali dell’Ucraina”.

Guardando all’Africa, Francesco ha citato “la sofferenza delle popolazioni del Burkina Faso, del Mali e del Niger, colpite da una grave crisi umanitaria”; “le violenze in Etiopia”; gli “abitanti della regione di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, vittime della violenza del terrorismo internazionale”, e ha domandato che “il Divino Bambino… sproni i responsabili del Sud Sudan, della Nigeria e del Camerun a proseguire il cammino di fraternità e di dialogo intrapreso”.

Francesco ha domandato che “il Verbo eterno del Padre sia sorgente di speranza per il continente americano particolarmente colpito dal coronavirus, che ha esacerbato le tante sofferenze che lo opprimono, spesso aggravate dalle conseguenze della corruzione e del narcotraffico”, e ha chiesto il superamento delle tensioni in Cile e la “fine ai patimenti del popolo venezuelano”.

Dell’Asia, il papa ha ricordato il sud-est, in particolare Filippine e Vietnam, colpiti da “numerose tempeste” e danni alle terre e alle vite umane. E soprattutto, Francesco ha ricordato “il popolo Rohingya: Gesù, nato povero tra i poveri, porti speranza nelle loro sofferenze”.

Un ultimo pensiero il papa lo ha rivolto alle famiglie: “Per tutti il Natale sia l’occasione di riscoprire la famiglia come culla di vita e di fede; luogo di amore accogliente, di dialogo, di perdono, di solidarietà fraterna e di gioia condivisa, sorgente di pace per tutta l’umanità”.

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