16/08/2019, 10.41
SIRIA
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Parroco di Aleppo: costruire la speranza in un crescendo di violenze

Le forze governative siriane proseguono la marcia verso Idlib. Ribelli e jihadisti restano in attesa di rinforzi dalla Turchia. P. Ibrahim racconta “echi di missili” che cadono ogni giorno ed è alto il rischio di un nuovo esodo in un Paese “allo stremo”. La lettera del papa ad Assad “la preoccupazione di un padre di famiglia”. 

Aleppo (AsiaNews) - Ad Aleppo la situazione è di nuovo “molto difficile” con “echi di missili che cadono ogni giorno”, in un crescendo di violenze che “non hanno una ragione confessionale”, ma colpiscono “in modo indistinto”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Ibrahim Alsabagh, della parrocchia latina di Aleppo, metropoli del nord per anni epicentro del conflitto siriano divampato nel marzo 2011. La nuova escalation, prosegue il sacerdote, per i cristiani implica il pericolo di un nuovo esodo nel contesto di una “continua instabilità” che incide “sugli animi già feriti”. “La Siria - avverte - è allo stremo dal punto di vista economico”. 

Intanto le forze del governo siriano proseguono l’offensiva verso Idlib, nel nord-ovest, ultima roccaforte rimasta nelle mani dei gruppi jihadisti e ribelli (sostenuti dalla vicina Turchia). L’esercito regolare ha conquistato una striscia di villaggi a sud della città e puntano alla cittadina di Khan Sheikhun, essenziale per lanciare l’offensiva finale. Le milizie anti-Assad rispondono con una controffensiva, in attesa dei rinforzi promessi da Ankara oltre-confine. 

Nella crescente tensione, per il parroco di Aleppo la comunità cristiana si sente “come Noè che costruisce una nuova arca nel deserto per tenere viva la speranza”. Con il sostegno, sempre presente, di papa Francesco che anche nella recente lettera ad Assad mostra “la preoccupazione di un padre di famiglia [...] amareggiato dall’escalation di violenza”.
Ecco, di seguito, l’intervista di p. Ibrahim ad AsiaNews. 

Padre, nell’ultimo periodo si è registrata una escalation di attacchi e violenze ad Aleppo. Com’è la situazione?
La situazione ad Aleppo resta molto difficile: sentiamo quotidianamente gli echi dei missili che cadono su alcune zone della città. E gli attacchi si intensificano, volutamente, in corrispondenza delle feste islamiche.

Ci sono vittime e violenze anche contro i cristiani?
Le vittime e le violenze cui ancora assistiamo non hanno una ragione confessionale, per questo vengono colpiti indistintamente tutti i civili. Al di là del numero effettivo delle persone coinvolte, questa situazione fa ripiombare la popolazione nell’angoscia e nella paura: tornano alla memoria i terribili giorni della crisi e fanno temere che non ci sarà mai più un ritorno alla normalità. Per la comunità cristiana questo vuol dire che una nuova ondata di famiglie - che hanno resistito in tutti questi anni - prenderanno la decisione di partire e lasciare definitivamente il Paese.

Per un certo periodo si è pensato che la guerra potesse volgere al termine. Nell’ultimo periodo le cose sono cambiate? 
Sì, stiamo assistendo al degenerare della situazione, ma il problema non è legato soltanto agli scontri che ancora avvengono in molte parti. Per chi ha resistito ed è rimasto, il perpetuarsi del conflitto e la continua instabilità incidono fortemente sugli animi già feriti e non permettono di ricominciare davvero a vivere e a pensare al futuro.
La Siria è allo stremo dal punto di vista economico, l’elettricità ancora manca per molte ore al giorno e questo determina l’impossibilità di far ripartire le attività produttive; l’inflazione aumenta, la moneta si svaluta e il potere di acquisto delle famiglie è sempre più basso. La complessità della situazione crea sempre nuovi bisogni, di tipo materiale ma anche a tutti gli altri livelli, mentre gli aiuti economici continuano a diminuire perché, contrariamente a quello che si pensa, i veri problemi cominciano quando il prolungarsi della crisi rende alcune situazioni “croniche”.

Cosa ha determinato questo cambiamento? 
Da quello che vediamo dalla situazione a Idlib e in tutto il Paese, è chiaro che a livello internazionale non si è arrivati a un accordo riguardo al futuro e allora tutte le parti decidono di lasciar parlare la forza delle armi, anziché quella del dialogo. E in questo è la popolazione civile a pagare sempre il prezzo più alto.

Siamo nel periodo estivo. In passato, anche durante questo periodo, la chiesa di Aleppo ha sempre promosso attività per i giovani. Quali sono le iniziative in programma per quest’anno?
Le attività della parrocchia non si fermano nel periodo estivo: per quanto cerchiamo di rallentare un po’ il ritmo, il lavoro pastorale e quello umanitario prendono tutto il nostro tempo e le nostre energie. Abbiamo appena concluso l’oratorio estivo, con la presenza di oltre 300 bambini e circa 50 tra educatori, catechisti, insegnanti, collaboratori a vari livelli. E adesso è iniziato il periodo dei campeggi. Alla nostra porta, quotidianamente, bussano tante persone con i bisogni più diversi.
Un segnale molto positivo e decisamente controcorrente è quello di vedere, pur nella paura e nell’incertezza, tante giovani coppie che decidono di sposarsi e di costruire insieme una nuova famiglia. E vediamo aumentare anche le nuove nascite. Con grandissima gioia, oltre ad accompagnare le giovani coppie nel cammino di preparazione al sacramento e negli anni successivi, accompagniamo le famiglie che accolgono una nuova vita e si preparano a celebrare il battesimo, rimaniamo vicini a loro anche nei bisogni concreti della vita.
La cura per le nuove famiglie, futuro di tutta la comunità, ci fa sentire come Noè che costruisce una nuova arca nel deserto per tenere viva la speranza. E come nel caso di Noè, non mancano quelli che si prendono gioco di noi, domandandosi ironicamente se ci sarà un futuro per Aleppo.

Padre Ibrahim, vi sono spiragli di ottimismo?
Come ho detto, la situazione è molto seria e grave, ma non per questo perdiamo la speranza, che per noi non è riposta nelle decisioni umane, ma nell’aver consegnato la nostra vita al Signore.

A quasi un mese di distanza, si parla ancora della lettera del papa ad Assad?
La lettera del Papa è la preoccupazione di un padre o di una madre di famiglia, una preoccupazione umanitaria. [Il pontefice] interviene spontaneamente, amareggiato dall’escalation di violenza che continua a colpire un Paese verso il quale ha espresso di continuo un particolare affetto e apprensione. Dall’altra parte, è un messaggero di Cristo, re di pace, che non fa altro che implorare pietà e riconciliazione. Non possiamo che ringraziare il papa perché non ha dimenticato la Siria, mentre tutto il mondo sembra ormai non ricordare più il dramma che ogni giorno viviamo.

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