02/09/2014, 00.00
PAKISTAN
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Paul Bhatti: Senza soluzione politica, inevitabile l’intervento dei militari in Pakistan

Il leader cattolico parla di “rischio concreto” di un colpo di mano dell’esercito. Nessun accordo al termine dell’incontro fra il premier e il capo dei militari; scambi di accuse, e denunce, fra governo e oppositori sulle violenze dei giorni scorsi. La Chiesa pakistana chiede preghiere per la pace e il futuro del Paese.

Islamabad (AsiaNews) - "Se il governo non riesce a gestire la situazione, allora un intervento dei militari è inevitabile. E al momemto il rischio che ciò accada è concreto". È quanto riferisce ad AsiaNews Paul Bhatti, ex ministro federale per l'Armonia nazionale e leader di All Pakistan Minorities Alliance (Apma), in merito alla crisi politica che sta scuotendo il Paese asiatico. L'attuale governo, in carica dal maggio 2013 e guidato dal premier Nawaz Sharif della Pakistan Muslim League-Nawa(Pml-N), è finito nel mirino di una parte dell'opposizione, che chiede le dimissioni del Primo Ministro e la caduta dell'esecutivo. Secondo i critici, esso è salito al potere nel maggio 2013 in seguito a elezioni che i due leader della protesta - l'ex campione di cricket e capo del Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) Imran Khan e il leader religioso populista Tahir-ul-Qadri - ritengono truccate e macchiate da brogli. "È una situazione estremamente complessa - avverte Bhatti - e se non subentrano altri fattori, per evitare caos e vittime innocenti servirà l'esercito". 

Dal 15 agosto la crisi politica paralizza la nazione, con proteste di piazza diffuse che hanno assunto nei giorni scorsi una deriva violenta. Ieri centinaia di manifestanti hanno fatto irruzione nel quartier generale della tv di Stato pakistana, costringendo i vertici dell'emittente a interrompere la programmazione per qualche minuto. Gli oppositori si sono quindi scontrati con le truppe dell'esercito, intervenute per riprendere il controllo della televisione. 

Nel frattempo si è concluso con un nulla di fatto l'incontro fra Sharif e il capo dell'esercito, il generale Raheel Sharif; il premier ha rispedito al mittente la proposta di dimissioni e, in accordo con i vertici del proprio partito, ha denunciato alla magistratura Imran Khan e Qadri in base alle leggi anti-terrorismo. I leader della protesta sarebbero colpevoli di incitamento alla violenza, tentato omicidio, furto e interferenza negli affari interni. In risposta, i leader anti-governativi hanno denunciato il premier e alcuni membri di governo per omicidio e tentato omicidio.  

Interpellato da AsiaNews Paul Bhatti conferma che, secondo alcuni dati, vi sono stati "brogli alle elezioni", ma non è ancora possibile quantificarne la portata. Due o tre seggi con 5mila elettori risultano avere "20mila voti", quindi è "un dato di fatto" che vi siano state irregolarità. L'opposizione aveva già chiesto una verifica all'indomani delle elezioni, ma "in nome della stabilità si è preferito tacere". Il politico cattolico spiega che "i sostenitori di Khan nel nord sono molto determinati", pronti a "morire per la causa"; per evitare il caos, "non resta che l'intervento dei militari". Bhatti non esclude possibili dimissioni temporanee del Primo Ministro "per evitare di esacerbare gli animi", come resta sempre plausibile all'orizzonte il colpo di mano dei militari. "L'obiettivo primario di tutti - avverte - è la stabilità, assieme alla sicurezza; e perché ciò avvenga, il Paese è disponibile ad affidare il potere nelle mani dell'esercito". 

Preoccupazione per l'attuale crisi politica emerge anche dai vertici della diocesi di Islamabad, che "pregano per una soluzione pacifica" della crisi. P. Ilyas John, della diocesi di Rawalpindi, ricorda la giornata di preghiera del 31 agosto scorso e invita la nazione a "restare unita" e pregare - il governo e le forze armate - perché "la situazione si risolva sul piano politico". Maulana Tariq Alvi, del Consiglio per l'ideologia islamica, condanna la deriva "violenta" delle proteste, perché "essa non risolve nulla". P. Amir Mall, sacerdote dell'arcidiocesi di Lahore, sottolinea che "in questi momenti difficili chiediamo a tutto il Paese di restare unito e pregare per la patria. Non possiamo restare spettatori inerti e vederla bruciare... Chiediamo preghiere, perché la preghiera è un'arma potente in questi momenti di difficoltà". 

(Ha collaborato Jibran Khan)

 

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