05/06/2020, 14.45
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Pechino: Usa razzisti. Ma la Cina trova sempre più avversari

Il regime sfrutta le difficoltà interne degli Stati Uniti per mettere in cattiva luce l’amministrazione Trump. La Cina presenta il suo avversario strategico come un Paese ingiusto e razzista. Tensione alta tra passaggi navali Usa nello Stretto di Taiwan ed esercitazioni militari cinesi. Un gruppo di 18 politici occidentali vuole azioni più dure contro Pechino. Anche le nazioni del sud-est asiatico prendono le distanze dal regime cinese.

Hong Kong (AsiaNews) – La Cina passa al contrattacco e sfrutta le proteste anti-razzismo negli Stati Uniti per criticare l’amministrazione Trump. Lo sforzo del regime cinese di usare le difficoltà interne degli Usa per apparire come una potenza globale responsabile non sembra raccogliere però i frutti sperati. Washington è la capofila di un fronte internazionale che si oppone alla repressione operata da Pechino nei confronti del movimento pro-democrazia a Hong Kong, e sempre più Paesi in Asia cominciano a contestare le pretese egemoniche cinesi.

Per i leader cinesi, il governo statunitense usa “due pesi e due misure” riguardo ai tumulti scoppiati negli Usa dopo l’uccisione a Minneapolis dell’afroamericano George Floyd da parte di alcuni agenti di polizia. Diplomatici, giornali e internauti cinesi accusano Trump di criticare da un lato l’intervento delle Forze dell’ordine di Hong Kong contro dimostrazioni ritenute illegali, e dall’altro di autorizzare la polizia a reprimere in modo brutale le manifestazioni che stanno scuotendo gli Stati Uniti in questi giorni.

La Cina vuole ripagare gli Usa con la stessa moneta, presentando il suo avversario strategico come un Paese ingiusto e razzista. Quello in corso è il proseguimento di uno scontro che dal 2016, anno dell’insediamento di Trump, vede le due superpotenze fronteggiarsi a muso duro. Dal commercio alla tecnologia, dalla lotta al coronavirus alle dispute territoriali nel Mar Cinese meridionale e allo status di Taiwan, Washington e Pechino sono infatti al muro contro muro.

La tensione è alta. Ieri, per la settima volta dall’inizio dell’anno, una nave da guerra Usa è passata attraverso lo Stretto di Taiwan. Il passaggio del cacciatorpediniere USS Russell è avvenuto nel giorno i cui si ricordano le vittime del massacro di Tiananmen del 1989, quando migliaia di studenti cinesi furono uccisi per aver chiesto più democrazia e libertà in Cina. In questi giorni, le unità militari cinesi destinate all’eventuale invasione di Taiwan sono impegnate invece in una serie di esercitazioni anfibie.

Nella loro condanna alla legge sulla sicurezza per Hong Kong voluta dalla Cina, gli Usa hanno raccolto il sostegno di Gran Bretagna, Canada, Australia e Taiwan. L’Unione europea ha criticato i cinesi per la nuova normativa, ma ha preso le distanze dalla decisione di Trump di punire Pechino con sanzioni economiche e finanziarie.

Per frenare le pretese geopolitiche della Cina, alcuni politici occidentali hanno formato un gruppo di intervento transnazionale. I 18 parlamentari, tra cui vi sono rappresentanti statunitensi, europei, australiani canadesi e giapponesi, vogliono pianificare strategie collettive per rispondere alla crescente forza di Pechino.

Anche i Paesi asiatici sono sempre più preoccupati dall’attivismo cinese. In un articolo su Foreign Affairs, il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong sostiene che la presenza degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico è vitale, e che la Cina non potrà scalzare Washington nel sud-est asiatico. È il mantra di suo padre Lee Kwan Yew, il defunto fondatore della città-Stato, secondo cui il potere della Cina deve essere “bilanciato”, e solo gli Usa possono riuscirci.

In un altro rovescio per Pechino, il 3 giugno le Filippine hanno sospeso le procedure per l’annullamento di un ventennale accordo militare con gli Stati Uniti. Insieme a Vietnam, Malaysia, Brunei, Taiwan, Manila si oppone alle pretese territoriali cinesi nel Mar Cinese meridionale.

Anche l’Indonesia, che di solito evita di polemizzare con la Cina su tali contese nella regione, ha preso posizione contro i cinesi. In una nota ufficiale inviata alle Nazioni Uniti a fine maggio, Jakarta afferma che la “Nine-Dash line”, la demarcazione territoriale rivendicata da Pechino secondo motivazioni storiche, non ha alcun fondamento legale e viola la Convenzione Onu sul diritto del mare.

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