27/03/2013, 00.00
SIRIA - LIBANO

Presidente Caritas: Invece delle armi, inviate aiuti alla popolazione siriana

Per p. Simon Faddoul, della Caritas libanese, la situazione dei campi profughi "è sempre più drammatica". La Lega Araba sostiene con le armi i ribelli siriani contro il regime di Assad. Libano, Algeria e Iraq temono un allargamento del conflitto nella regione. Il leader della Coalizione nazionale siriana chiede l'intervento armato degli Stati Uniti e della Nato.

Damasco (AsiaNews) - "La comunità internazionale invii aiuti alla popolazione siriana in fuga dalla guerra, invece di spedire armi". È quanto afferma ad AsiaNews p. Simon Faddoul, presidente di Caritas Libano. Il sacerdote non vuole rilasciare ulteriori commenti sulla recente decisione della Lega Araba di armare i ribelli del Free Syrian Army, ma preferisce soffermarsi sulla drammatica situazione dei campi profughi sul confine fra i due Paesi. "La condizione dei rifugiati è terribile - spiega - e sta peggiorando sempre di più: ormai si è perso il conto delle persone che attraversano il confine". Secondo dati Onu sarebbero ormai più di un milione. Per p. Faddoul vi è urgente necessità di aiuti e di un impegno concreto da parte di tutti i Paesi che hanno a cuore il bene della popolazione, per evitare che chi fugge dalla guerra patisca la fame e il freddo nei campi profughi.

Ieri a Doha (Qatar) i Paesi della Lega araba hanno votato per inviare armi ai ribelli siriani. Nella risoluzione finale essi affermano che ogni Stato membro "ha il diritto ad offrire qualsiasi forma di autodifesa, incluso l'invio di armi, per sostenere le ribellione del popolo siriano e il Free Syrian Army". Dei 22 membri solo Algeria, Iraq e Libano hanno espresso riserve sulla risoluzione sottolineando che la mossa potrebbe far dilagare il conflitto in tutta la regione. In una conferenza stampa avvenuta dopo il vertice, Nabil el-Arab, capo della Lega, ha però dichiarato che "il sostegno militare non significa escludere la cancellazione di una soluzione politica".  

Per la prima volta dall'inizio della guerra l'opposizione  ha occupato il seggio riservato alla Siria e vacante dal novembre 2011. La bandiera dei ribelli ha sostituito quella delle Repubblica siriana di Bashar al-Assad. Ahmad Motaz el-Khatib, leader dimissionario della Coalizione nazionale siriana, ha lanciato un appello agli Stati Uniti, chiedendo la realizzazione di una "No Fly zone" per difendere i civili dai bombardamenti dell'esercito, con la fornitura di missili Patriot alle basi ribelli sul confine fra Turchia e Siria. Khatib ha anche esortato tutti "i membri della Lega a rispettare i diritti umani anzitutto nei propri Paesi". Il leader, che di recente ha presentato le sue dimissioni in protesta contro l'inerzia della comunità internazionale, ha chiesto anche "il congelamento dei 2 miliardi di euro in fondi esteri del regime".

Per il momento Washington nicchia sull'impiego di missili o di un intervento Nato sul territorio siriano. Tuttavia secondo Melkulangara Bhadrakumar, ex diplomatico indiano esperto di Medio oriente e islam, la strategia del presidente Usa Obama sta cambiando. Il recente viaggio in Israele e Palestina e soprattutto il riavvicinamento fra il Premier turco Erdogan e il suo omologo israeliano Netanyahu, sono un passo significativo per guadagnare consensi nella regione e svolgere un ruolo di primo piano nella questione siriana. L'ipotesi di un intervento di truppe Nato è per ora da escludere, ma i missili Patriot posizionati sul confine fra Turchia e Siria e utilizzati da Ankara per difendersi da eventuali attacchi dell'aviazione siriana, potrebbero trasformarsi in un'arma di attacco in grado di colpire obiettivi fino ad Aleppo. L'ipotesi di un intervento  dell'Alleanza atlantica, anche se solo missilistico, potrebbe essere un deterrente efficace per spingere alla resa il regime di Bashar al-Assad.   

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