25/09/2015, 00.00
RUSSIA - SIRIA - ONU
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Putin all'Onu dopo 10 anni, per abbattere l'isolamento russo e trovare una svolta per la Siria

di Nina Achmatova
Il leader russo si concentrerà sulla crisi siriana e la proposta di una coalizione ampia contro l'Isis che comprenda Damasco e Iran. Dubbi sul fatto che da New York, dove vedrà anche Obama, possa partire una svolta ma vi è fiducia nell'avvio di più ampi negoziati. Secondo analisti russi, dietro l'attivismo in Siria vi sono anche esigenze di politica interna: il capo del Cremlino è sempre più dipendente dagli apparati militari che chiedono oggi una compensazione alla perdita dell'Ucraina.

Mosca (AsiaNews) - Il discorso del presidente Vladimir Putin all'Assemblea generale Onu il prossimo 29 settembre a New York ha tutte le possibilità di diventare il principale evento della politica estera russa di quest'anno. Così il Moscow Times riassume bene le aspettative sul primo intervento in 10 anni al Palazzo di Vetro di Putin, la cui Russia nelle ultime settimane ha potenziato la presenza militare a sostegno di Damasco e in parallelo spinto l'acceleratore su una soluzione politica della crisi, costringendo anche i detrattori di Bashar al Assad a iniziare a rivedere le loro posizioni. Putin a New York incontrerà anche il collega statunitense Barack Obama, dopo un anno di gelo, e anche se ufficialmente è la crisi ucraina a essere al top dell'agenda, nessuno dubita che le due cancellerie sono concentrate sulla Siria. 

La Russia, presidente di turno del Consiglio di sicurezza, ha intenzione di puntare tutto sulla proposta del Cremlino di formare contro lo Stato islamico un'ampia coalizione internazionale che comprenda anche Iran e Siria e di trovare un compromesso sullo status di Assad. Secondo analisti come Valdislav Inozemtsev, del Centro per gli studi strategici a Washington, Putin ripeterà l'importanza di alcuni concetti base della politica estera russa: lotta al terrorismo internazionale e all'estremismo, la necessità di rispettare la sovranità nazionale e la condanna delle sanzioni come arma di pressione politica e dell'applicazione di 'doppi standard' nelle relazioni internazionali. Il leader del Cremlino legherà tutto questo alle crisi in Medio Oriente, cercando di spostare l'attenzione dall'Ucraina e dalla tensioni con l'Occidente ancora forti per l'annessione della Crimea e l'appoggio ai separatisti ucraini. 

A detta del capo del Pentagono, Ashton Carter, sulla Siria "è possibile" che Mosca e Washington trovino un terreno di cooperazione. Se la Russia intende ricercare una soluzione politica alla crisi siriana e non attaccare "indiscriminatamente" i nemici del presidente Assad, allora "potremo trovare spazi di cooperazione", ha detto. Non molti sono convinti che l'assemblea Onu sbloccherà qualcosa su questo fronte.

Secondo gli esperti, l'intervento di Putin potrebbe dare il via a negoziati più estesi, ma che non prenderanno per forza come linee-guida le proposte russe. Non aiutano ad avere fiducia in una svolta le voci circolate sui media internazionali, secondo cui il Cremlino si sta preparando ad ordinare raid aerei contro le postazioni dello Stato islamico in Siria, qualora gli Stati Uniti insistessero nel respingere l'offerta di unire le forze contro la comune minaccia dei jihadisti, per poi discutere di una transizione politica nel Paese, una volta sconfitto l'Is. Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha ridotto le notizie a mere "speculazioni" e a detta di Inozemtsev, anche qualora Mosca fallisse nel formare una colazione internazionale, in Siria le forze russe non sono pronte a condurre un intervento in stile Afghanistan.  

Nei giorni scorsi, la Russia ha ampliato la sua presenza militare a nord e a sud della città siriana di Latakia. Secondo gli analisti, l'obiettivo è preservare il porto di Tartus, base della sua flotta nel Mediterraneo, come pure l'aeroporto di Latakia, al di là dell'esito della guerra civile, mentre Assad perde terreno contro i ribelli islamici e Isis. "Non penso che la questione in Russia sia se mantenere in piedi Assad o no, ma cosa fare di quello che rimane dello Stato siriano", ha detto al Washington Post l'autorevole analista Fyodor Lukyanov, vicino agli ambienti ufficiali.

Al di là della necessità di preservare interessi militari ed equilibri strategici, nonché di avere una valida leva nei negoziati con l'Occidente su diversi temi, l'attivismo russo in Siria sarebbe mosso anche da esigenze di polita interna. Secondo quanto ha spiegato il politologo Dmitri Oreshkin, spesso critico del governo, "Putin oggi dipende dagli uomini delle strutture di sicurezza (i cosiddetti siloviki) e mi riferisco non a semplici generali ma a quelli pluristellati", ha spiegato. "Questi capiscono che c'è stata una sconfitta geopolitica: Putin ha perso l'Ucraina, la Transnistria e il Donbass (Ucraina orientale). Ad alcuni siloviki pragmatici va bene così, ma gli altri pretendono una compensazione e Putin non può permettersi di apparire debole", ha scritto Oreshkin su Novoe Vremia.

"Se perde anche la Siria, più nello specifico se perde Assad che la la Russia sostiene, i siloviki la prenderanno come una totale sconfitta nei confronti degli Stati Uniti".  A detta dell'analista, gli uomini degli apparati di sicurezza "hanno ben fissato nella loro testa il quadro unidimensionale di epoca sovietica, in cui Usa e Russia combattono per la conquista dell'influenza mondiale; tutto il resto sono solo stupidaggini". "Putin stesso ha iniziato il confronto aperto con l'Occidente e adesso non può perdere questa guerra - conclude Oreshkin - almeno deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per vincerla". 

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