09/06/2017, 13.01
BANGLADESH
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Rajshahi: suore cattoliche danno nuova speranza ai bambini disabili, anche musulmani e indù

di Sumon Corraya

Il centro di riabilitazione “Snehanir” aperto nel 1992. È gestito dalle Santi Rani Sisters, con il sostegno economico dei sacerdoti del Pontificio istituto missioni estere. Le storie di Aysha, musulmana sfigurata dal padre; Flora, cattolica sulla sedia a rotelle; Sajib, indù nato senza l’udito.

Rajshahi (AsiaNews) – Una giovane musulmana sfigurata con l’acido dal padre; un bambino indù sordomuto; una ragazza cattolica costretta sulla sedia a rotelle. Sono solo alcuni dei tanti giovani aiutati da “Snehanir” (Casa della tenerezza), un centro per la riabilitazione di bambini disabili. La struttura sorge a Baganpara, nella città di Rajshahi, ed è nata 25 anni fa dall’iniziativa delle Santi Rani Sisters (Cic), una congregazione locale fondata dai sacerdoti missionari del Pime (Pontificio istituto missioni estere). Il centro cura, istruisce e sostiene bambini cristiani, musulmani e indù, cui dà nuove speranze di vita e di costruirsi un futuro migliore.

Dal 1992, anno di fondazione, il centro ha accolto bambini e ragazzi di ogni confessione. Ad oggi, ne accoglie 42. Negli anni essi hanno portato a termine la formazione e hanno trovato lavoro, riuscendo a sfruttare al meglio le capacità acquisite. Una è Flora Murmu, giovane cattolica che nella struttura ha trascorso 12 anni. La ragazza non riesce a camminare ed è costretta su una sedia a rotelle. Racconta che il padre si disperava per la figlia disabile e diceva sempre: “Perché ho avuto una bambina handicappata?”. Egli pensava che “io fossi un peso per la famiglia. I miei parenti non erano felici perché io sono disabile. Ma il centro ha trasformato la mia vita”. La ragazza ha finito gli studi e poi ha trovato lavoro all’interno di Caritas Bangladesh. “Prima ero un fardello. Invece ora – aggiunge con soddisfazione – sono io che aiuto la mia famiglia e dono loro 5mila taka al mese (56 euro)”.

Una storia simile è quella di Sajib, un bambino indù nato senza l’udito. Il padre Biplob Lakraracconta l’angoscia sua e di sua moglie, “perché non avevamo i soldi per poterlo mantenere. Poi un giorno ho saputo dell’esistenza di Snehanir ha un funzionario della Caritas e ho iscritto mio figlio. Ora egli sta imparando la lingua dei segni. Anche noi seguiamo le lezioni, così possiamo comunicare con il mio povero bambino”.

Quella di Aysha Akter, adolescente musulmana, è invece una delle tante storie di violenza sulle donne. Quando aveva appena due anni il padre, per vendicarsi della moglie che non voleva dargli del denaro, le ha gettato dell’acido sul volto, lasciandola per sempre sfregiata. Nella struttura la ragazza sta seguendo le lezioni, “ma sto anche apprendendo insegnamenti morali, cosa si deve o non si deve fare”. Oggi Aysha crede che potrà “avere un futuro radioso” e vuole lavorare con le vittime di attacchi con l’acido.

La casa è gestita dalle suore con il sostegno di p. Franco Cagnasso, ex superiore regionale del Pime in Bangladesh. Egli assicura i costi per l’educazione e l’alimentazione dei bambini. Il missionario dice ad AsiaNews: “Il nostro metodo è accogliere bambini con diverse disabilità, ma anche senza disabilità. Essi vivono insieme, si aiutano l’un l’altro e non si sentono emarginati dalla società. Il nostro scopo è renderli auto-sufficienti, in modo tale che in futuro essi possano giocare un ruolo rilevante nel sociale”. P. Cagnasso riporta che “tutti mantengono buone relazioni con il centro, e sono d’ispirazione a giovani e minori ad avere fiducia in loro stessi”. Suor Dipica Palma, incaricata del centro, ringrazia “con tutto il cuore i padri del Pime, perché senza il loro sostegno non saremmo mai state in grado di portare avanti il centro e trasformare in modo positivo il futuro di questi bambini”.

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