13/08/2016, 08.56
BRASILE - SIRIA
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Rio 2016: Yusra Mardini, 18enne cristiana siriana, portabandiera del Team olimpico rifugiati

Fuggita dalla guerra, la giovane ha gareggiato nei 100 stile e nei 100 farfalla. Un anno fa ha rischiato di morire nel mar Egeo, durante una traversata. Grazie alla fede, al coraggio e alle abilità natatorie ha salvato la sua vita e quella di altre 17 persone. “Non potevo annegare - ricorda - perché io sono una nuotatrice e avevo un futuro da inseguire”. Ora il pensiero va a Tokyo 2020. 

 

Rio de Janeiro (AsiaNews) - A dispetto del piazzamento finale - 41ma nei 100 farfalla e 45ma nella stessa distanza a stile libero - per lei vale davvero più di ogni altro il motto olimpico secondo cui “l’importante è partecipare”. Perché se, in questi giorni, la 18enne Yusra Mardini è scesa in vasca a Rio de Janeiro per partecipare alla XXXI edizione dei Giochi, non più tardi di un anno fa lottava nelle acque del Mediterraneo per salvare la propria vita e quella di un piccolo gruppo di rifugiati dalla morte per annegamento. 

Yusra, giovane cristiana siriana, cresciuta a Damasco, scappata dal Paese nell’agosto 2015 dopo anni di guerra e violenze, è diventata il simbolo di centinaia di migliaia di rifugiati. Donne, uomini, bambini che fuggono dalle aree di guerra e povertà in Medio oriente e in Africa in cerca di accoglienza e asilo in Europa e Nord America.

Ed è stata proprio lei la portabandiera del Team olimpico dei rifugiati, una prima assoluta per i Giochi voluta con forza dal Comitato olimpico in rappresentanza di un popolo di oltre 63 milioni di persone. Un team costituito da 10 atleti, il cui status è stato verificato dagli esperti delle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope.

Commentando a caldo la gara, Yusra Mardini ha parlato di un momento “straordinario” e di essere “molto felice” a dispetto del risultato. “Voglio che tutti i rifugiati siano orgogliosi di me - ha aggiunto - e che si sappia che dopo ogni lungo e complicato viaggio, si possono raggiungere risultati importanti”. Ricordando i drammatici momenti della fuga, sottolinea: “Non potevo annegare quel giorno, perché io sono una nuotatrice e avevo un futuro da inseguire”.

La giovane nuotatrice è scappata dalla Siria insieme alla sorella nell'agosto del 2015, arrivando in Libano e poi in Turchia. Qui riescono a mettersi in contatto con alcuni scafisti, nel tentativo di raggiungere le coste della Grecia. Partono, ma la guardia costiera turca blocca la loro imbarcazione, respingendole.

Le ragazze tentano di nuovo, qualche giorno più tardi, a bordo di una imbarcazione più piccola, colma di persone. Dopo un'ora e mezza di traversata il motore si spegne, nel mezzo delle gelide acque del Mar Egeo, di notte.

Yusra, insieme alla sorella e altri tre rifugiati (gli unici in grado di nuotare), si tuffa in acqua e con un immenso sforzo riesce a trascinare la barca verso le coste greche, verso l’Europa, verso il proprio sogno di pace, di libertà, di sport. Dopo tre ore a nuoto, riescono a raggiungere l’isola di Lesbo: la vita di 17 persone, grazie a quell'impresa, è salva.

Dalla Grecia, le due sorelle si trasferiscono prima in Austria, poi in Germania, a Berlino, dove Yusra vive e si allena con il team del Wasserfreunde Spandau 04. Conclusi i Giochi di Rio 2016, che si aggiungono alla partecipazione ai Campionati mondiali di nuoto di Turchia 2012, il suo obiettivo è quello di prepararsi al meglio per le prossime Olimpiadi di Tokyo nel 2020. La specialità sono i 100 farfalla e i 100 stile libero, ma l’obiettivo è quello di qualificarsi per i 200 stile.

“In Siria ho lavorato a lungo come assistente bagnante in una piscina” ricorda, per questo “non mi sarei mai data pace se avessi fatto annegare qualcuno”. Del resto la giovane, figlia di un istruttore di nuoto, ha respirato l’atmosfera delle piscine fin dalla più tenera età e già a tre anni era in acqua, ad apprendere le basi della disciplina natatoria. 

Da giovanissima ha fatto il suo ingresso nel team olimpico siriano, ma le violenze della guerra hanno interrotto il suo sogno a soli 13 anni. All’improvviso, ricorda, “non puoi più andare dove vuoi” e la precarietà della vita si affaccia in tutta la sua forza. Un animo da combattente, che nemmeno la distruzione della propria casa nel massacro di Daraya, nel 2012, ha saputo minare. 

Assieme alla forza di volontà, è anche grazie alla fede ricevuta e coltivata in famiglia che la giovane ha saputo salvarsi la vita nei momenti concitati della fuga nel mar Egeo. In quelle drammatiche ore Yusra Mardini si è rivolta al Signore. In quel momento così difficile, ricorda ancora, “tutti stavano pregando” ciascuno secondo la propria fede. È stata un’esperienza che “non è possibile raccontare” a parole.

E anche il percorso dalla Grecia alla Germania non è stato più facile, con lunghe marce a piedi e notte spese nei campi o nelle chiese, alloggi di fortuna. Pur avendo una somma di denaro con sé, in molti casi taxi e ristoranti rifiutavano il servizio. Infine, grazie a un interprete egiziano, l’incontro con i responsabili del più antico club natatorio berlinese, che le ha aperto le porte della piscina; e poi la nascita del Team olimpico dei rifugiati e il sogno a cinque cerchi che diventa così realtà. 

Parlando della figlia, il padre racconta che sta vivendo un sogno. Tuttavia, lei non si sente certo un’eroina: “È incredibile sapere di essere fonte di ispirazione per molti” conclude la giovane. “Il mio messaggio per questi giochi è solo… Non mollate mai!”. 

 

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