08/05/2010, 00.00
COREA DEL NORD
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Roma e Pyongyang: nessuno conosce la sorte dei vescovi della Corea del Nord

di Joseph Yun Li-sun
Per il Vaticano essi sono “dispersi”, ma figurano ancora come titolari delle proprie diocesi sull’Annuario Pontificio. Per il regime del Nord sono “perfetti sconosciuti”, e dagli anni Ottanta nessun funzionario risponde più a chi chiede di loro.

Pyongyang (AsiaNews) – Dove sono finiti i vescovi della Corea del Nord? I presuli dell’ultimo, vero regime stalinista del mondo sembrano essere scomparsi nel nulla: per il Vaticano essi sono “dispersi”, ma figurano ancora come titolari delle proprie diocesi sull’Annuario Pontificio. Per il regime del Nord sono invece “perfetti sconosciuti”, e dagli anni Ottanta nessun funzionario risponde più a chi chiede di loro.

Secondo la geografia cattolica, la Corea del Nord  è suddivisa in tre diocesi - Pyongyang, Chunchon e Hamhung - e una Abbazia territoriale, quella di Tomwok, direttamente soggetta alla Santa Sede. Dopo la fine della guerra civile di Corea (avvenuta de facto nel 1953, ma mai esplicitamente riconosciuta dai due governi) e la conseguente divisione in due della penisola, il Vaticano ha affidato le Amministrazioni apostoliche delle diocesi ad altrettanti vescovi del Sud.

Secondo l’Annuario Pontificio - il poderoso tomo stampato in Vaticano, che rappresenta una sorta di mappa della presenza cattolica nel mondo - i vescovi sono ancora gli stessi. Alla voce "Pyongyang" si legge infatti mons. Francesco Hong Yong-ho, nato nel 1906 e oggi “disperso”; per Hamhung troviamo invece uno spazio vuoto; Chunchon, invece, ha un territorio che “sconfina” nel Nord. Qui dunque il vescovo è legittimamente mons. Giovanni Chang-yik (ma la sede “è vacante” per i cattolici locali).

La situazione dei vescovi è uno specchio fedele della situazione della Chiesa nordcoreana. Alla metà del secolo scorso il 30% degli abitanti della capitale Pyongyang  professava la fede cattolica, contro l’1% del resto del Paese. Durante la Guerra di Corea (1950-1953) le truppe comuniste penetrano nel Sud e rastrellano missionari, religiosi stranieri e cristiani coreani. Il regime nordcoreano intendeva distruggere ogni presenza cristiana. Al Nord vennero distrutti tutti i monasteri e le chiese; i monaci e i sacerdoti furono arrestati e condannati a morte.

Nel corso della guerra fu arrestato anche il delegato apostolico di Corea, Patrick James Byrne. Vescovo e cittadino statunitense, fu condannato a morte ma la sentenza non venne eseguita. Fu deportato in un campo di concentramento e qui morì, dopo anni di stenti e privazioni. Di cosa successe ai cristiani negli anni seguenti non si hanno più notizie: ancora non si conosce la sorte dei 166 sacerdoti e religiosi presenti nel Nord alla fine della guerra. A chi chiedeva di loro, i funzionari nordcoreani rispondevano fino agli anni Ottanta: “Sono perfetti sconosciuti”.

Oggi la Chiesa del Nord rimane senza clero e senza culto. Secondo i dati ufficiali del governo, i cattolici nordcoreani sono circa 4.000, oltre a circa 11.000 protestanti. Ma fonti di AsiaNews nel Paese sostengono che i “veri” cattolici non sono più di duecento, per la maggior parte molto anziani. In tutta la Corea del Nord esistono solamente tre luoghi di culto autorizzati per la fede cristiana: due protestanti e uno cattolico. Quest’ultimo è la chiesa di Changchung (nella foto) nella capitale Pyongyang, che per molti analisti è soltanto una “vetrina” a uso del regime.

La comunità cristiana è sottoposta ad una dura repressione da parte delle autorità. Un cristiano è doppiamente malvisto: accusato di slealtà verso il regime e sospettato di rapporti con l’Occidente. La maggioranza dei fedeli rimasti è costretta ad esprimere la propria fede in segreto. Nel Paese comunista, essere “scoperti” mentre si partecipa ad una messa in un luogo non autorizzato può comportare pene detentive e, nei casi peggiori, tortura e anche la pena capitale. Anche il solo fatto di possedere una Bibbia è considerato un reato che può portare alla pena di morte. Il 16 giugno 2009 una cristiana di 33 anni, Ri Hyon-ok, è stata condannata a morte e giustiziata “per aver messo in circolazione delle Bibbie”.

La figura di mons. Hong Yong-ho è emblematica di questa situazione. Ordinato sacerdote il 25 maggio 1933, è stato nominato vicario apostolico di Pyongyang e vescovo titolare di Auzia il 24 marzo  1944 da papa Pio XII. Il successivo 29 giugno è stato consacrato da monsignor Bonifatius Sauer, co-consacranti il vescovo Irenaeus Hayasaka e l’arcivescovo Paul Marie Kinam-ro.

Il 10 marzo 1962 papa Giovanni XXIII decise di elevare a diocesi il vicariato di Pyongyang, anche in segno di protesta contro la politica del regime nordcoreano, e di nominare quale primo vescovo proprio mons. Hong, che diviene così un simbolo della persecuzione contro i cattolici nella Corea del Nord e in generale nei regimi comunisti. Anche se avrebbe ormai superato il centesimo anno di età,  in Vaticano dicono che “non può essere escluso che si trovi ancora prigioniero in qualche campo di rieducazione”.

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