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  • » 26/07/2016, 11.23

    TURCHIA-USA

    Senza estradizione di Fethullah Gülen, i rapporti Turchia-Usa sono in pericolo



    Il leader religioso è accusato di essere la mente dietro il “golpe fallito”. Ma secondo alcuni analisti il golpe “è riuscito” perché mette tutto il potere in mano a Erdogan. Campagna dei media contro Gülen e gli Stati Uniti. In occidente cresce la diffidenza verso la Turchia.

    Ankara (AsiaNews) - In un’intervista in diretta rilasciata ieri a Haberturk TV, una rete televisiva privata, Mevlüt Çavuşoğlu, ministro turco degli esteri, ha minacciato gli Usa di deterioramento dei rapporti fra i due Paesi, in caso di mancata estradizione del leader religioso in esilio Fethullah Gülen, ormai unico rivale politico contro Erdogan, additato come la mente del “complotto fallito”.

    Del tentativo di golpe avvenuto il 15 luglio scorso (durato in tutto meno di sei ore), il governo turco ha accusato il leader religioso  del movimento Hizmet, con una tempestica cosi breve, che esclude qualsiasi fondamento serio per un risultato stabilito su indagini reali. Anche gli arresti effettuati nelle prime ore subito dopo il “golpe” potrebbero far pensare all’esistenza previa di una lista di persone “indesiderate” subito accusate e messe fuori gioco. Magistrati, giornalisti, militari, il rastrellamento è avvenuto in poche ore, tanto che un analista di Mediapart, Djordje Kuzmanovic ha usato con ironia l’espressione “il Golpe riuscito”.

    Fethullah Gülen vive in esilio a Fiiladelfia negli Usa dal 1999. Ex compagno di lotta politica di Erdogan, Gül ed Erbacan, egli ha subito sulla propria pelle gli orrori dei colpi di Stato, ed è stato perfino incarcerato dai militari, insieme ad Erdoğan. Egli ha subito negato qualsiasi coinvolgimento sententosi perfino “insultato” per questa accusa da lui definita “infondata”.

    Per il governo turco invece è “l’Organizzazione terroristica (FETÖ) del leader Fethullah Gülen, ad aver “ideato il golpe mobilitando le sue cellule dormienti nelle istituzioni turche per portare il morso finale [s’intende morso di serpente velenoso-ndr] alla democrazia turca, tuttavia fallito grazie alla resistenza complessiva dei turchi”.

    La stampa turca (ormai quasi tutta pro–Erdoğan) ha perfino scoperto i mezzi di comunicazione usati dai golpisti che “sono ricorsi al software cinese QQ per comunicare oltreoceano”, mentre per la comunicazione interna “si è fatto ricorso al  videogioco ‘Clash of Kings’ con nomi e linguaggi in codice di ‘giochi di guerra’ per non essere rintracciati dall’intelligence turca”.

    La stampa ha scatenato le sue firme più prestigiose per lanciare una campagna mediatica anti- americana senza precedenti. İbrahim Karagül sulle pagine di Yeni Şafak arriva perfino ad accusare gli Stati Uniti di “guerra aperta” attraverso “i suoi terroristi” per attuare una “invasione interna” e attacca in modo diretto l’amministrazione del presidente Barak Obama: “ Il Presidente Usa Barack Obama ha aggiunto una pagina di onta alla sua carriera presidenziale che terminerà fra due mesi. Egli ha attaccato la Turchia attraverso un’organizzazione terroristica diretta dai suoi servizi segreti. Ha fatto prendere di mira l’intera nazione con un’organizzazione che riceve istruzioni e compie azioni secondo [direttive da] i suoi servizi segreti e ha bombardato il Parlamento del Popolo. L’Intelligence Usa ha tentato di eliminare Erdoğan e prendere in mano il Paese”. Karagül ha perfino parlato di utilizzo di “metodi dell’11 settembre contro di noi”, affermando che “ non appena sarebbe finita la questione siriana avrebbero [gli Usa e gli europei]  attaccato la Turchia. Hanno iniziato a farlo prima che finisse”.

    La campagna di diffidenza è reciproca: anche in occidente crescono le voci scettiche relative all’alleanza strategica con la Turchia, o alla sua candidatura nell’Unione Europea, soprattutto dopo la notizia circolata nei giorni scorsi di un accordo fra Russia, Azerbaijan, Turchia ed Iran che escludendo l’Armenia, aprirebbe una strada fra l’India e l’Europa, con cambiamenti strategici ed economici che rischiano di capovolgere tutte le carte di accordi decennali intrapresi fra i vari attori di quella scacchiera tormentata del mondo.

    Dopo le innumerevoli prove di appoggi della Turchia a Daesh in Siria ed Iraq sono tante le voci dubbiose che si alzano anche negli Usa sul continuare ad avere in seno alla Nato un Paese così problematico. (P.B.)

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