26/11/2010, 00.00
LIBANO
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Tensione a Beirut mentre si avvicina l’atto di accusa per l’assassinio di Hariri

di Fady Noun
Le indiscrezioni che parlano di un coinvolgimento di uomini di Hezbollah hanno già causato una paralisi parziale delle istituzioni per il boicottaggio degli esponenti dell’opposizione. Ma in Libano è meno forte il timore avanzato in Occidente di possibili atti di forza del Partito. E’ comunque una partita che coinvolge potenze regionali e internazionali.
Beirut (AsiaNews) – Si fa sempre più tesa la situazione a Beirut, man mano che si avicina la probabile data della pubblicazione, da parte del procuratore del Tribunale speciale per il Libano (Tsl), Daniel Bellemare, dell’atto di accusa nella vicenda dell’assassinio di Rafic Hariri (14 febbraio 2005), nel quale sarebbero implicati elementi di Hezbollah. La pubblicazione è attesa per metà dicembre.
 
La tensione politica si è già tradotta in una paralisi parziale delle istituzioni. Così,per la terza settimana di seguito, il governo di unità nazionale non si è riunito, mercoledì scorso, per il boicottaggi dei ministri dell’opposizione. Ugualmente in sonno è messo il Tavolo del dialogo nazionale. In pratica, con pretesti diversi, l’opposizione - appoggiata da Damasco – per riprendere a cooperare pretende che il primo ministro Saad Hariri rinunci al Tribunale.
 
La paralisi politica è accompagnata da minacce, a volta velate, a volte aperte, di interventi “di sicurezza”. Un giorno sì e un giorno no, viene fuori una personalità vicina a Hezbollah che mette in guardia contro il coinvolgimento di Hezbollah e per minacciare, in caso contrario, azioni politiche o armate. Così un ex ministro, Wi’am Wahab, ha avvertito che una cinquantina di personalità libanesi sono controllate e che, se arriva l’atto di accusa, saranno messe nell’impossibilità di nuocere.
 
La dichiarazione non ha avuto alcuna reazione ufficiale e, in Libano, nessuno prende troppo sul serio queste minacce. Fonti occidentali, però, hanno ipotizzato la possibilità di un atto di forza di Hezbollah e hanno messo in guardia Beirut.
 
Se la classe politica libanese è meno in allarme è perché essa sa che un putsch di Hezbollah è – politicamente – meno facile di come sembra, anche se quel partito ha i mezzi militari per prendere il controllo di alcune regioni.
 
In realtà, la sicurezza, in Libano, ha il doppio patrocinio della Siria e dell’Arabia Saudita e non si intravede, al momento, alcun rimescolamento dello statu quo stabilito dal loro accordo, che supera il quadro libanese e comprende, in particolare, l’Iraq.
 
Siamo, in ogni caso, di una scommessa sulla quel punta il capo dello Stato libanese, Michel Suleiman, che ha incontrato recentemente a Damasco il presidente Bashar al-Assad e che riceverà a Beirut, in questi giorni, il figlio di re Abdullah, il principe Abdel Aziz, frequentatore anche del palazzo presidenziale siriano.
 
D’altro canto, un atto di forza di Hezbollah porterebbe senza dubbio a un confronto con l’esercito, il che distruggerebbe definitivamente la sua dottrina militare, basata su una collaborazione con tale istituzione. D’altro canto, il comando dell’esercito ha pubblicato un comunicato nel quale dichiara che si opporrà a qualsiasi rivolta interna, giudicando che il costo di tale scelta meno elevato di quello della discordia.
 
Da ultimo, un servizio della  Canadian Broadcast corporation (CBC)  sull’attentato contro Rafic Hariri, diffuso giovedì scorso, ha gettato benzina sulla tensione esistente e confermato i timori di Hezbollah. Basandosi su un documento dell’Onu, l’emittante ha fatto sua la tesi già espressa da Der Speigel due anni fa, aggiungendovi nuovi dati. Sono stati gruppi di Hezbollah a compiere l’attentato, conclude l’autore del servizio, che, fatto nuovo, mette sotto accusa anche il capo dei servizi di informazione delle Forze di sicurezza interna libanesi, Wissam el-Hassan, un ufficiale sunnita che aveva tutta la fiducia di Rafic Hariri… Un elemento che rende più credibile, in certo modo, l’atto di accusa contro il quale si è mobilitato Hezbollah.
 
Cosa farà Hezbollah al momento della pubblicazione dell’atto di accusa? E come reagiranno la Siria e l’Iran? Questo momento passerà senza violenze o una crescita di paralisi politica? Sono punti interrogativi ai quali è difficile rispondere, finchè si ignora il reale peso delle accuse che saranno lanciate dal documento e la portata degli appelli ala calma rivolti da alcuni Paesi, come la Francia, che ha ricordato che le accuse saranno rivolte “contro alcune persone e non contro una organizzazione”.
 
Nel frattempo, ognuno dei due campi rinforzale sue posizioni. Saad Hariri ha offerto (nella foto) al primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, in visita in Libano, un bagno di folla - sunnita – analogo, se non uguale, a quello che il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha ricevuto, qualche settimana fa, da parte della comunità sciita. E tra qualche giorno si recherà in Iran. Qualcuno vede la possibilità di un gioco di equilibrio tra i due giganti regionali emergenti. Forse. Ma, per il risultato finale, bisognerà fare i conti anche con Damasco, Il Cairo e Ryiadh. Parigi, Washington e New York.
 
Come dice il proverbio libanese: “Più grandi è il numero dei cuochi, più alto il rischio di bruciare il piatto”.
 
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