16/02/2021, 12.59
GIAPPONE
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Tokyo, il dopo-Covid: crescono del 40% i suicidi a scuola

Nel 2020 raggiunta la cifra record di 479 studenti di ogni età che si sono tolti la vita. Tra loro anche bambini delle scuole elementari. L'incremento più forte dopo il rientro a scuola in presenza. Padre Villa: “Il lockdown ha fatto aumentare il bullismo digitale. E alla ripresa in molti non hanno retto”

Tokyo (AsiaNews) - Il rientro in classe dopo il Covid-19 ha portato a un'ulteriore impennata dei suicidi tra gli studenti in Giappone. Secondo alcuni dati diffusi dal ministero dell'Educazione il 2020 ha fatto registrare un aumento del 40% rispetto allo scorso anno, portando il Paese alla cifra record di 479 ragazzi e ragazze che si sono tolti la vita.

La crescita si è concentrata in maniera particolare in giugno e nei mesi successivi ad agosto, quando nelle aule sono ricominciate le lezioni in presenza dopo le vacanze estive abbreviate. Nel dettaglio 14 suicidi sono stati registrati tra i bambini delle scuole elementari (8 in più rispetto al 2019), 136 nella junior high school (40 in più sull'anno precedente), 329 nella senior high school (92 in più rispetto ai dodici mesi scorsi). Tra gli studenti più grandi è quasi raddoppiato il numero delle ragazze che si sono tolte la vita: è passato da 71 a 138.

“Negli ultimi anni i suicidi degli adulti in Giappone sono un po' diminuiti ma tra i ragazzini il problema resta in costante aumento”, commenta padre Marco Villa, segretario generale del Pime, che in Giappone da missionario ha seguito la dimensione delle fragilità psicologiche. “La causa principale di queste morti è il bullismo, in crescita anche tra le ragazze - continua padre Villa -. La ripresa della scuola è sempre un momento delicato. Quest'anno, però, temo che il lockdown abbia favorito ulteriormente le violenze psicologiche a livello digitale. E quando poi si torna a incontrarsi i problemi esplodono”.

“Nelle scuole ci sono strutture psicologiche e insegnanti che si occupano di queste situazioni, ma i ragazzi faticano a far emergere il disagio e a contattarli. Lo vivono come un fallimento - continua il missionario del Pime -. Le stesse famiglie, il più delle volte, non riescono ad accorgersi del problema se non quando insorgono sintomi fisici: a volte questi studenti proprio non ce la fanno a varcare la porta della scuola e a quel punto scatta l'allarme. A pesare sulle loro spalle c'è soprattutto una società dove la competizione è molto forte già a livello scolastico: chi fa più fatica si sente tagliato fuori”.

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