24/05/2007, 00.00
CINA - USA
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Tra i due Paesi molte buone intenzioni ma scarsi risultati concreti

I due giorni di colloqui si concludono con risultati inferiori alle attese, nonostante le dichiarazioni soddisfatte delle parti. Nessun progresso nelle questioni principali e concessioni molto limitate. Esperti: se Pechino non si apre all’economia di mercato, rischia di non poter sostenere il suo stesso sviluppo.

Washington (AsiaNews/Agenzie) – Cina e Stati Uniti concludono accordi su questioni secondarie, come i servizi finanziari e l’aviazione. Entrambe le parti si dichiarano soddisfatte, specie per il progredire della reciproca fiducia e collaborazione. Ma resta irrisolto il problema dell’effettiva apertura di Pechino all’economia di mercato. Oggi la vicepremier Wu Yi incontra il presidente Usa George W. Bush e alcuni parlamentari. Henry Paulson, Segretario Usa al Tesoro, dice che ci sono stati “risultati concreti”, seppure “c’è ancora molto lavoro da fare”. La vicepremier Wu Yi parla di un “grande successo” dei colloqui bilaterali che dimostrano l’utilità “della consultazione diretta e del dialogo” piuttosto che l’uso della minaccia o di sanzioni.

Le ditte Usa avranno maggior accesso al settore finanziario della Cina in campi quali il servizio di broker, l’immobiliare e la gestione di capitali. Ma Pechino non ha concesso una maggiore possibilità di investimento estero nella proprietà delle banche o delle assicurazioni cinesi. Sarà anche reso più facile il trasporto aereo tra i due Paesi, con la previsione di raddoppiare il traffico entro il 2012. Inoltre i Paesi collaboreranno per l’uso di energie alternative.

Non ci sono state invece novità per la sicurezza alimentare, anche se Michael Leavitt, segretario Usa per la Sanità e i servizi umani, ha insistito con la delegazione cinese che questa è “una primaria preoccupazione” per il Paese, acuita dai recenti scandali sui prodotti cinesi contraffatti e contenenti sostanze molto nocive.

I due Paesi hanno anche concordato maggiore collaborazione e scambio di informazioni per combattere le merci contraffatte e proteggere la proprietà intellettuale.

Circa il  cambio dollaro-yuan, Paulson ha detto che “la dimostrazione della effettiva flessibilità dello yuan è se il valore di cambio muta ogni giorno”, sembrando accettare l’attuale situazione. La Cina si rifiuta di consentire la libera fluttuazione della valuta, ma ne permette solo piccoli movimenti quotidiani. In questo modo dal luglio 2005 a oggi lo yuan si è apprezzato di circa il 6% rispetto al dollaro, comunque mantenendosi sottostimato del 40%, secondo esperti.  Il Congresso Usa chiede un rapido allineamento delle valute e ha più volte minacciato sanzioni commerciali. Gli Stati Uniti hanno raggiunto un deficit negli scambi commerciali con la Cina di 232,5 miliardi di dollari nel 2006.

Kevin L. Kearns, presidente del Consiglio degli imprenditori e industriali Usa che rappresenta le ditte medie e piccole, parla di “fallimento” dell’approccio della Casa Bianca, visti gli scarsi risultati, e chiede un immediato intervento del Congresso.

Esperti osservano che a Pechino è chiesto di rivedere il suo modello di sviluppo, finora basato sull’economica forza lavoro e sulle facilitazioni statali per le industrie. La Cina in molti settori non si apre alla libera concorrenza e questo favorisce valori sovrastimati. Ieri Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve Usa, ha ribadito che i valori del mercato azionario cinese sono troppo elevati, frutto di una bolla speculativa, e potrebbero presto “avere una drammatica contrazione”, con un crollo dei mercati azionari di tutto il mondo.

Esemplare è la superproduzione di Pechino nell’acciaio. La Cina ha un capacità produttiva stimata di 591 milioni di tonnellate annue di acciaio, rispetto ai 115 milioni degli Stati Uniti. Ma questo comporta un rapido aumento del costo della materia prima e una diminuzione del valore del prodotto finito, nonché un continuo grave sfruttamento delle risorse energetiche e ambientali del Paese. Al punto che Daniel Dimicco, presidente della Nucor Corp, seconda maggiore ditta Usa dell’acciaio, osserva che “l’industria cinese dell’acciaio non ragiona in termini di profitti e costi ma vuole solo creare lavoro. Per molti prodotti ha fatto precipitare il prezzo”. Nei giorni scorsi Pechino ha aumentato del 10-15% la tassa sull’esportazione dei prodotti dell’acciaio, ma gli esperti Usa non credono che riuscirà a contenere la produzione. (PB)

 

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