27/04/2018, 09.09
NEPAL – USA
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Trump vuole espellere 9mila immigrati nepalesi, anche terremotati

La data ultima per partire è il 24 giugno 2019. Lo status di “protezione speciale” era stato accordato dall’amministrazione Obama dopo il sisma del 2015. A tre anni dalla devastazione, la ricostruzione avanza con lentezza.

Kathmandu (AsiaNews/Agenzie) – L’amministrazione americana di Donald Trump ha deciso di ritirare lo status di “protezione speciale” accordato agli immigrati nepalesi dopo il terribile terremoto che il 25 aprile 2015 ha devastato il Paese himalayano. Lo status rientrata tra le misure accordate dalla precedente presidenza Obama e si applicava a 9mila cittadini nepalesi già residenti negli Usa o che si sono trasferiti dopo il sisma.

Ieri il Dipartimento dell’Homeland Security (Dhs) ha lanciato un ultimatum: i migranti avranno tempo fino al 24 giugno 2019 per lasciare gli Stati Uniti, oppure dovranno trovare “altri mezzi” per rimanere sul suolo americano.

Il loro speciale status deriva da una legge del 1990, il Temporary Protected Status (Tps), istituito per aiutare le popolazioni vittime di guerre e disastri naturali, come uragani, terremoti e inondazioni. Ad oggi, centinaia di migliaia di persone provenienti da circa 10 Paesi a rischio godono dello status di Tps con la possibilità di risiedere negli Stati Uniti.

Motivando la decisione dell’amministrazione, Kirstjen Nielsen, segretaria del Dhs, ha affermato: “Lo sconvolgimento delle condizioni di vita in Nepal all’indomani del terremoto del 2015 e delle successive scosse di assestamento, avevano fornito le basi per la concessione dello status Tps. Ma ora il livello [di pericolo] è diminuito, e pertanto non è più fondamentale”.

Tra coloro che sono colpiti dall’iniziativa vi è Maya Gurung, che lavora a New York in una Ong della comunità nepalese. La ragazza di 25 anni è entrata negli Usa nel 2011 per studio, e poi vi è rimasta dopo il disastro che ha colpito la sua terra d’origine, dove nella sola capitale è crollato oltre il 90% delle case. La giovane vorrebbe ritornare nel proprio Paese, ma non a queste condizioni. La sua famiglia, dichiara al South China Morning Post, “vive ancora a Kathmandu e vuole che io sia al riparo. Non è sicuro tornare”. Un recente studio condotto a tre anni di distanza dal sisma di 7,9 gradi, riporta infatti che le operazioni di ricostruzione sono ancora molto a rilento, soprattutto a causa della cattiva gestione dei fondi, che vengono dilapidati nel riedificare dalle fondamenta, piuttosto che ristrutturare gli edifici ancora in piedi.

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