24/02/2015, 00.00
UCRAINA - RUSSIA
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Ucraina, terra bruciata dalla storia

di Vladimir Rozanskij
La fine dell'Unione sovietica ha fatto ipotizzare la vittoria dell'occidente e della democrazia, ma così non è e lo conferma la natura indefinibile del conflitto ucraino. Le parole del Papa contro le ingiustizie economiche del post-comunismo, sacrosante da un lato, hanno ulteriormente corroborato la convinzione dei russi di essere "l'ultimo baluardo" contro la rovina derivata dalla vittoria del capitalismo occidentale, e che proprio sulla frontiera ucraina si giochi una battaglia decisiva di questo apocalittico destino.

Mosca (AsiaNews) - Uno dei problemi principali del conflitto ucraino è la sua natura indefinita: guerra civile o conflitto fra due Paesi? Aggressione imperialista o sommossa separatista? Guerra di religione o scontro politico-ideologico? Conflitto locale o contrapposizione internazionale di superpotenze? Nel calderone ucraino si mescola un po' tutto, come nella sua più famosa pietanza nazionale, il borsch di carne e verdure. È senz'altro anche una guerra di propaganda, condotta con le armi delle televisioni e dei siti internet locali e internazionali, che ha già ottenuto il risultato di confondere totalmente le idee degli stessi contendenti, sia nei vertici politico-militari, sia nella popolazione comune.

La rivolta del Majdan dell'inverno 2013-2014, di cui da poco si è celebrata la memoria a Kiev e a Mosca (con la marcia anti-Majdan), era stata solo l'ultimo episodio di una lunga serie di conflitti sociali e politici in cui il giovane Stato dell'Ucraina si dibatte fin dalla sua nascita del 1991, in seguito al crollo dell'Unione Sovietica. È a questa origine che vanno riportati tutti i conflitti dell'est Europa e dei Balcani, sia interni agli Stati stessi, sia di contesa delle frontiere. Un impero tenuto insieme dall'ideologia e dal terrore, ma anche dalla contrapposizione al grande nemico occidentale, ha lasciato dopo la sua fine un'eredità avvelenata, le cui conseguenze si fanno sentire sempre di più, e non solo in Europa, a venticinque anni dalla sua scomparsa. Com'è possibile questo? Decenni di sovietologia e teoria della guerra fredda, di Ostpolitik e corsa agli armamenti, di strategie diplomatiche tra Paesi allineati e non-allineati avrebbero dovuto comunque assicurare abbastanza strumenti per comprendere l'evolversi successivo della situazione, mentre si è lasciato che le cose andassero per conto loro, con un'ingenua fiducia nella giustizia storica: ha vinto l'Occidente e la democrazia, quindi il mondo ha conquistato la pace. E invece la maionese è impazzita, la pentola a pressione è scoppiata, schizzando da tutte le parti pezzi di cibo davvero indigesto: l'Europa intera è scossa da spinte separatiste e particolariste; le primavere arabe hanno generato la guerra del Califfato; gli Stati Uniti appaiono impotenti e disorientati, in un mondo che avrebbero dovuto dominare nella pace e nell'armonia.

Più ancora degli Stati Uniti, completamente spiazzato appare il Vaticano: la Chiesa Cattolica, prima avversaria ideologica del comunismo sovietico, pensava di avere ormai la strada spianata per una facile "nuova evangelizzazione" dall'Atlantico agli Urali, e magari anche in Asia, in Cina o a Cuba. Mai come oggi, invece, le sue strutture e i suoi pastori in Russia e Ucraina sono screditati e inibiti, incapaci di guidare i popoli e le coscienze in spirito di pace e fratellanza; neanche Stalin e Chruscev avrebbero saputo ottenere risultati così clamorosi. Le grandi preoccupazioni del papa emerito, Benedetto XVI, sulla fine della civiltà cristiana, hanno lasciato il posto all'entusiasmo minimalista del suo successore, papa Francesco, che sembra partire dal presupposto della scarsa significanza della Chiesa nel mondo, dal suo "essere periferia" prima ancora di agire nelle periferie. Proprio l'Ucraina, un Paese il cui nome significa appunto "periferia", ne è prova evidente. Dopo una prima fase di trionfante espansione alla fine del secolo scorso, tacciata dagli avversari come fase di "proselitismo", la Chiesa Cattolica è precipitosamente tornata alla Ostpolitik di montiniana memoria: in Russia i cattolici sono confinati in piccole e silenziose cappellanie; in Ucraina il Vaticano cerca in tutti i modi di non farsi coinvolgere nel conflitto, di stare al di sopra delle parti, come se in quel Paese non esistessero masse di fedeli facilmente condizionabili dai dirigenti delle varie organizzazioni religiose e pseudo-religiose.

Nel discorso che papa Francesco ha rivolto ai vescovi ucraini lo scorso 20 febbraio sembravano risuonare le preoccupazioni di 30 o 40 anni fa, negli appelli alla pace e al rispetto degli accordi internazionali, senza fare accenno esplicito alle cause e alle ragioni del conflitto: "Conosco le vicende storiche che hanno segnato la vostra terra e sono tuttora presenti nella memoria collettiva. Si tratta di questioni che in parte hanno una base politica, e alle quali non siete chiamati a dare risposta diretta; ma vi sono anche realtà socio-culturali e drammi umani che attendono il vostro diretto e positivo apporto", ha detto il Pontefice, invitando poi i vescovi greco-cattolici e quelli di rito latino, almeno a non litigare tra di loro. Naturalmente i rappresentanti del Patriarcato di Mosca hanno immediatamente applaudito al tono "conciliante" del Papa di Roma, che lascia alle forze in campo la libertà di interpretare a proprio piacimento le "vicende storiche" e i "drammi umani" che hanno segnato la terra ucraina. Tre giorni dopo l'incontro con il Papa, il capo dei greco-cattolici, l'arcivescovo Shevchuk, ha tentato di ribadire che l'Ucraina "vive gli orrori della guerra che gli sono stati imposti dall'esterno e non a causa di un conflitto civile interno", e che gli accordi internazionali devono proteggere "l'integralità territoriale" dell'Ucraina, ma la sua voce viene soverchiata dalle continue accuse provenienti da Mosca di essere il portavoce dei veri colpevoli di tutta la situazione, i "fomentatori del Majdan", senza che Roma abbia mai cercato di smentire o attenuare queste accuse. Le parole del Papa contro le ingiustizie economiche del post-comunismo, sacrosante da un lato, in questo contesto hanno ulteriormente corroborato la convinzione dei russi di essere "l'ultimo baluardo" contro la rovina derivata dalla vittoria del capitalismo occidentale, e che proprio sulla frontiera ucraina si giochi una battaglia decisiva di questo apocalittico destino.

In Ucraina è difficile non sporcarsi le mani, come desiderano invece le diplomazie, soprattutto occidentali e vaticane: si chiede l'esplicita scelta di campo, prima ancora di scendere in campo. E quando il campo è ormai completamente in fiamme,  non si può fare a meno di scottarsi le mani.

 

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