05/04/2019, 09.31
CINA
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Una crisi sistemica potrebbe portare a cambiamenti politici in Cina?

di Emanuele Scimia

Le riforme economiche degli ultimi 40 anni hanno dato grandi risultati in Cina, ma alcuni studiosi, tra cui l’esperto di affari cinesi Minxin Pei, ritengono che il regime debba cambiare il sistema politico del Paese.
 

(Roma) - L’esito incerto dei negoziati commerciali tra Washington e Pechino, e il rallentamento dell’economia cinese, hanno reso il dibattito in Cina sulle riforme più vivace di quanto non fosse solo un anno fa.

Le politiche di “riforma e apertura” post-1978 di Deng Xiaoping hanno innescato il miracolo economico cinese, ma l’attuale leadership a Pechino non sembra aperta all’idea di adeguare il sistema politico-economico, trasformando il Paese in una vera economia di mercato.

Zhang Jun, preside della Scuola di economia della Fudan University, difende dalle crescenti critiche la traiettoria economica della Cina. In un articolo pubblicato il 2 aprile, Zhang ha affermato che dopo la crisi finanziaria del 2008, “le autorità cinesi sono rimaste fedeli al loro piano a lungo termine per rivedere il modello di crescita del Paese, spostando l’attenzione dal sostegno alle esportazioni a quello dei consumi interni”.

Zhang ha sottolineato che grazie a questo sforzo, milioni di cinesi hanno fatto il salto nella classe media nell’ultimo decennio.

L’influente economista pro-mercato Wu Jinglian pensa però che la Cina stia andando nella direzione sbagliata. In un video messaggio proiettato a un seminario dell’Hongfan Institute of Legal and Economic Studies a metà gennaio, Wu ha sostenuto che il controllo statale dell’economia è incoerente con il piano di riforme del Paese, che punta alla liberalizzazione del mercato, e potrebbe portare a una forma di “capitalismo clientelare” in Cina.

Tuttavia, la riforma economica in Cina, come altrove, è inestricabilmente legata ai progressi politici.

Minxin Pei, docente di scienze politiche al Claremont McKenna College negli Usa, ritiene che la leadership cinese non sia disposta a liberalizzare l’economia perché vuole mantenere il controllo politico.

La libertà economica potrebbe infatti promuovere la libertà di espressione e, di conseguenza, suscitare richieste di libertà politica e religiosa, minando così il regime comunista.

L’economista Xiang Songzuo della Renmin University, destando un certo scalpore dentro e fuori la Cina, ha dichiarato lo scorso dicembre che per fare in modo che l’economia cinese continui a crescere a un ritmo sostenuto, il governo deve riformare il sistema fiscale, la struttura politica e la governance dello Stato.

Ma forse solo una crisi economica – alimentata anche dalla pressione commerciale degli Stati Uniti – porterà a seri cambiamenti politici in Cina, analogamente a quanto accaduto con l’Unione Sovietica negli anni ‘80.

“Una crisi economica può essere una condizione necessaria, ma non sufficiente, per un cambiamento politico di vasta portata”, Pei ha detto ad AsiaNews. “Serve qualcosa di più che stipendi più miseri perché le persone rimangano davvero deluse da un regime politico”.

Pei ha osservato che nella storia cinese, “i grandi cambiamenti politici sono avvenuti solo dopo una crisi sistemica che non solo ha causato difficoltà economiche, ma ha anche completamente screditato le affermazioni ideologiche, l’autorità morale e la connessione emotiva con il loro popolo delle élite dominanti”.

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